Gorge

gorge
n.
1 gola (fra monti); burrone; orrido; forra
2 (anat.) stomaco
3 (archit., mil.) gola
4 (fam.) abbuffata; mangiata; scorpacciata
5 massa; blocco: an ice gorge, un blocco di ghiaccio
6 (naut.) gola, scanalatura (della puleggia)
7 (antiq.) gola; gorgia
· to cast the gorge at, respingere con disgusto,  to make sb.’s gorge rise, far venire il voltastomaco a q.; dare la nausea a q.  My gorge rises at the thought of it, mi si rivolta lo stomaco solo a pensarci.

La parola di oggi mi ha fatto riandare immediatamente al soggiorno in New Zealand, e in particolare al 2 gennaio 2006, quando partimmo da Napier, abbattuti da un superbo wine tour che si è rivelato eccessivo per dei dilettanti dell’alcol, diretti verso Palmerston North, in un pomeriggio che preannunciava tempesta.

Siamo passati appunto per un orrido* (può parola essere più efficace?), il Manawatu Gorge, in maori Te Apiti, ovvero “il passaggio stretto”. Così pauroso l’orrido e così tesa io che non l’ho neppure fotografato. Quando finalmente siamo arrivati a un paesaggio più amichevole, ho però fotografato il wind mill di Te Apiti. Non c’è mai carestia di vento in Nuova Zelanda.

* orrido: 4 s.m. CO profonda gola rocciosa originata dall’azione erosiva di un torrente che vi scorre impetuosamente: l’o. di Foresto (De Mauro)

Spaccarsi la testa contro il muro della società

Nel 1935, a Parigi, Anna Seghers afferma davanti ai partecipanti del convegno per la difesa della cultura: «Raramente nella nostra lingua è nata un’immagine poetica della società nel suo complesso. Grandi casi isolati, spesso terrificanti…ogni volta era come se la lingua s’infrangesse contro il muro della società.» Fa qualche esempio: Hölderlin, Büchner, Kleist, Günderode… «Questi poeti tedeschi hanno composti inni sulla loro terra, e si sono spaccati la testa contro il muro della società. Ciò nonostante l’amavano, la loro terra.»

Christa Wolf in «Contrasti». Per il centenario della nascita di Anna Seghers, contenuto qui, p. 78.

Esercizio di sinonimia

Arcigno! Arci-scorbutico!
Perché vai sempre
accusando, ammonendo,
bofonchiando, brontolando,
commiserando, compatendo,
contestando, contrastando,
deplorando, disapprovando,
dissentendo,
frignando,
gemendo,
insorgendo,
lacrimando,
mugugnando,
obiettando,
protestando,
reclamando, recriminando,
rifiutando, rimpiangendo,
sospirando, strepitando,
uggiolando
contro il mondo per come è fatto
e come non è, per come non
segue il tuo modello
di integerrima rabbia
contro se stessi?
(Impegolato nel tuo bitume,
nemmeno la sicurezza
di corsi ben prezzolati
a spese nostre ti tranquilla.)

Diamoci alla grafica

Attenti tutti, l’it-literature è la graphic novel.

La.

Se c’è una cosa – ma sono tante – che mi tira scema è la questione degli articoli con le parole straniere. La regola dovrebbe essere che l’accordo va con il genere della lingua straniera (ciao Fra, a quando il/la prossimo/a Radler?).

Ma con l’inglese?

«La graphic novel funziona in Italia», dicono alla Coconino. Sarà perché – come Gabriele Frasca ha motivato a Cortellessa – la testa di un lettore di fumetti è oggi più sveglia di quella di un lettore di romanzi»?

(dal ttL di oggi, Prossimamente)

Ora, a prescindere dal giudizio di Frasca che non mi sento di condividere, perché la graphic novel? Se novel è romanzo, perché non il graphic novel, tutt’al più?

Circa il genere, per ora ne ho letto uno.