Seleghette

Di queste giornate meneghine, in casa, in attesa, mi resterà un sentore ottocentesco, un’idea di atmosfere da romanzo verista, umanità di scarto come la piccola fiorista tisica, la sartina che vive decorosamente tra gli stenti, langue china sul suo lavoro, dietro a una finestrella, in un appartamento semibuio, tutto tendine rattoppate e mobilio tarlato, piccoli sogni atrofizzati da una quotidianità sciapa. E passerotti sul balcone polveroso: seleghette, seleghe, in veneto.

La gavetta

Durante uno degli incontri alla Fiera del libro, una gran dama dell’editoria italiana chiedeva agli astanti: “Ma sapete cos’è la gavetta? Lo sapete voi che cos’è la gavetta?”

Personalmente ero imbarazzata, temevo una domanda di tipo etimologico e mi ricordavo vagamente qualcosa di militare…Leggo ora, infatti, nello Zingarelli:

GAVETTA, dal lat. gabata(m) = scodella, recipiente di alluminio con coperchio, munito di manico, per il rancio del soldato in campagna \ venire dalla gavetta, di ufficiali che, iniziata la carriera come soldati semplici, ne hanno percorso tutti i gradi; (est.) di persona che ha raggiungo il successo partendo dal niente.

Mi figuro, scattare in piedi e dire: Signorsì, signora, lo so; dicesi “gavetta” …. e indi snocciolare coscienziosamente la mia definizione. Ma forse non intendeva quello.

Ab ovo

Ho iniziato questo blog nel 2004.

Abitavo a Milano, in un appartamento di rara bruttezza. Mi ero licenziata da poco da una grande multinazionale chimica, delusa da una promessa di contratto a tempo indeterminato che era servito solo come specchietto per l’allodola di turno. Non riuscivo a trovare un impiego. E avevo appena frequentato un ottimo corso di traduzione presso l’ISIT di Milano e mi ero innamorata della traduzione letteraria e dell’editoria, amore che si era aggiunto a quello per Milano e – altra scoperta – per Bianciardi da cui avevo tratto, per antifrasi, il mio primo nick: frenetica fannullona. Da questo brano, per l’esattezza:

Mi licenziarono soltanto per via di un fatto, che io strascico i piedi, e poi mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non è indispensabile. La verità, cara mia, è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici, gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera e riesce, non si sa come, a dare l’impressione fallace di star lavorando. Pensa, si prendono pure l’esaurimento nervoso.

Non è rimasto molto, di quel tempo, a parte un fastidio viscerale quando leggo sulle mailing list persone che scrivono fumosamente di “passione per la traduzione”.

(scritto a posteriori)