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Arriva l’autunno, che parta l’iracondo turpiloquio.

Ben ci stanno due articoli de «La Repubblica» sulla parolaccia: il primo è una traduzione dal «New York Times», e sottolinea il potere destressante delle trivialità che i soliti scienziati americani hanno dedotto dai loro studi et esperimenti (altro che creme hydra zen). Per l’angolino del guzzantiano Rieducational channel, segnalo la chicca etimologica della toilette:

Per esempio, “toilette” nasce dalla parola francese “little towel” (piccolo asciugamani), modo cortese di indicare il luogo nel quale si trovava il vaso da camera. Ma da allora la parola “toilette” è arrivata a designare la tazza stessa di porcellana, quindi suona troppo esplicita. Al suo posto ci sono la “stanza delle signore” (“Ladies’room”). E, soltanto se non se ne può fare a meno, il bagno (“bathroom”).

Il secondo è un bellissimo commento di Bartezzaghi che con finezza ironica accenna a disfemismi più sofisticati, più sottili dell’irruente sbocco di volgarità.

Dall’ira alla devozione: l’ipocrisia trionfa

di STEFANO BARTEZZAGHI

La parola pulita può cacciare quella sporca? Non sempre. La recentissima scomparsa dell’anziano presidente della Corte Suprema statunitense William Rehnquist ha fatto sobbalzare i lettori di Myron, un irresistibile romanzo di Gore Vidal. Era il 1974, e la stessa Corte aveva emesso sentenze censorie in merito alla pornografia. Così Vidal, in una premessa al suo nuovo romanzo, dichiarò di aver voluto evitare ogni volgarità sostituendo “le parole sporche con altrettante inequivocabilmente pulite: i nomi dei giudici che hanno contribuito alla decisione”. Rehnquist era già uno dei giudici eminenti, e i protagonisti del romanzo inveivano con bordate di “testa di Rehnquist!” e “non dire rehnquistate”.

Ancor oggi il turpiloquio è uno di quei campi in cui la fluidità dell’etnologia sembra più sfuggire alle possibilità della giurisprudenza. Non solo per la linguistica, ma anche per la società, la parolaccia è un uso che sfugge alla norma e ai codici, viaggiando sul confine sfumato fra conformismi e trasgressioni.

In linea di massima si può certo dire che dai tempi dell’ultimo studio italiano complessivo del fenomeno (Nora Galli dè Paratesi, Le brutte parole, 1964) molte parolacce sono entrate nell’uso pubblico, e almeno ufficioso. Riferimenti scatologici, anatomici e sessuali risultano spesso neutri, ovvero trasgressivi quanto una cravatta male annodata. Abbiamo già avuto presidenti del Consiglio che, citando Garibaldi o Zavattini, hanno fatto risuonare espressioni forti fino nelle aule parlamentari, risultando alla fine dei conti più simpaticamente schietti che cafoni.

La vecchia parolaccia è un tabù solo per iscritto (e lo scaltro Gore Vidal riuscì ad aggirare l’ostacolo con il suo comico espediente), dove è quasi sempre meno espressiva e molto più greve che nell’orale. La nuova parolaccia è la parola franca, che si abbatte contro le mura del contesto sociale. Nell’indicibile sono entrati i lemmi colpiti dal politicamente corretto, e non solo.

Persino nelle riunioni più informali, al varo di un progetto o di un evento o del progetto di un evento per essere considerati dei paria non bisogna ripetere la parola di Cambronne, ma basta dire: “non sono convinto: secondo me, questo non funziona affatto”. Massimo rispetto viene generalmente sottinteso per ogni nuovo devoto di Padre Pio, per le attricette già fotografate nude che ora raccontano il loro nuovissimo “cammino spirituale”, per il linguaggio aziendalmente corretto che impone ottimismi, “spirito di squadra” e complimenti continui ai sodali e ai sodali dei sodali.

La vecchia parolaccia era un gesto, d’ira o di nervi. La nuova parolaccia è un pensiero. Siamo ipocriti, più di prima.

Fantastico lo schemino del NYT:

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