Un brutto scrivere

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 24.9.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

Per diventare scrittori non basta scriver bene

Al contrario, ci sono grandi narratori di formazione «antiletteraria», come Svevo accusato al suo debutto di inverosimile barbarie stilistica e di imperizia

COME si fa a diventare scrittori, mi chiede un mio giovane lettore? Per quanto m’ingegni, non so dare una risposta. Non conosco i trucchi del mestiere sul «genere romanzo», non sono in grado di imitare Fellini quando in E la nave va inquadra gli operatori svelando il trucco del mare finto.

Per mettere insieme un romanzo non basta avere una buona «trama» da raccontare. Né saper scrivere bene, seguire i modelli di una scrittura bloccata ad una consuetudine; alla quale, da Verga in poi, il romanziere piuttosto ha «trasgredito», optando per una più libera oralità. Ed ora è di moda un fraseggiare ricco di forti indici gestuali, la simulazione del parlato.

Spesso ha «scritto bene» addirittura chi era di formazione antiletteraria. Uno dei più grandi, Italo Svevo, fu giudicato dapprima uno scrittore cui mancava lo stile, un autore di libri «scritti male». Si sottolineò la sua «imperizia», la sua «inverosimile barbarie stilistica». Lo stesso Sergio Solmi parlava di uno Svevo che si era accontentato «del linguaggio scolorito e approssimativo degli impiegati di banca e dei commercianti triestini». Anche Debenedetti definiva la scrittura di Svevo «bruttissima», troppo lontana dalla nostra tradizione. Svevo ne era cosciente. Nella Coscienza di Zeno c’è un passo assai indicativo: «Il dottore presta una fede troppo grande a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione in iscritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo! Se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario! È proprio così che scegliamo dalla nostra vita gli episodi da notarsi. Si capisce come la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto».

«Grande violinista – diceva di lui Saba – che suonava su un violino che non era il suo: avrebbe dovuto scrivere in tedesco».

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