Scuole all’estero

Non è il nome di SB.

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Information fatigue

Ora ho dato un nome ai periodi in cui mi tocca andare a caccia della mia voglia di bloggare.

Information fatigue

Apathy, indifference, or mental exhaustion arising from exposure to too much information, esp. (in later use) stress induced by the attempt to assimilate excessive amounts of information from the media, the Internet, or at work.

1991 Daily Tel. 4 Feb. 19/4 Most Americans..do not, in fact, wish to be told what is happening. Perhaps they are suffering from war information fatigue. 1991 E. European Business Law Sept. 6/2 It would be quite impossible to be bored by the book, though one might suffer information fatigue. 1996 Guardian (Nexis) 5 Nov. T2 Knowledge, as never before, is power. In the end, information fatigue may be a small price to pay for preserving it. 2002 Managem. Today (Nexis) 31 Oct. 37 Scratch the surface of current debates about information fatigue, time squeeze, work/life balance or productivity and you quickly see that we’re often talking about energy.

[la parola del giorno dell’OED]

Al Dio dei vocabolari e delle grammatiche

DIO dei vocabolari e delle grammatiche, protettore della consecutio temporum, ci rivolgiamo a te col cuore colmo di congiuntivi nella speranza che i dati dell’ultima ricerca sull’analfabetismo scuotano il sonno degli italiani. Erano ignoranti anche 40 anni fa. Però se ne vergognavano. E avevano dentro una voglia rabbiosa di recupero. Gli mancavano le basi e a volte riemergevano da letture caotiche con la convinzione che Volta e non Voltaire fosse il padre dell’Illuminismo, dal momento che aveva inventato la pila. Ma non era così grave. Il grave accadde dopo. Quando gli ignoranti rimasero ignoranti ma smisero di vergognarsi. E un ragazzino del miracoloso Nord Est, intervistato mentre scendeva da una fuoriserie, dichiarò orgoglioso: «Non ho neppure finito la terza media, altrimenti mica sarei arrivato dove sono».

Siamo arrivati qui. Sei milioni di analfabeti cronici e trenta latenti: numeri da Terzo Mondo. Privi come siamo di materie prime, finora a tenerci a galla era stata soprattutto quella grigia. Adesso che indiani e cinesi ci sovrastano persino lì, servirebbe un decreto urgente che ripristinasse in forme aggiornate il maestro Manzi, il cui «Non è mai troppo tardi» allietò l’infanzia televisiva di tanti adulti, oggi bisognosi di un ripasso. Quaderno, matita e gomma: tutti davanti alla tv, per non finire definitivamente dietro la lavagna.

Non è mai troppo tardi, di Massimo Granellini, «La Stampa» del 15.11.2005

Il lusso della pagina

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 5.11.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

La struttura sociale, l’attività, l’economia, la cultura insomma di un popolo è sempre ben rispecchiata dalla lingua. Mi limito alla nostra culla latina. Fu un popolo di pastori e di contadini a fondare Roma, e nessuno avrebbe potuto pensare che un popolo di pastori e di contadini avrebbe in seguito fondato un impero dieci volte più grande dell’Italia d’oggi.

Di quelle origini rende testimonianza la lingua. Moltissime parole latine sono legate al lavoro della terra. Appartiene all’ambito contadino un verbo come derivare (da rivus «ruscello»), che passa da «far defluire un ruscello da un altro corso d’acqua» al senso più generale «provenire, per diramazione»; o l’aggettivo rivalis (ancora da rivus), perché «rivali» (e di solito in lite) erano coloro che confinavano sul rivo che divideva la proprietà. Un verbo come putare «stimare, contare», era dapprima «potare, mondare». Dal mondo rurale viene pecunia, derivato da pecus «bestiame», che ci rimanda alla fase arcaica del baratto, prima che si introducesse la moneta; da un mondo di pastori il verbo aggregare «aggiungere al gregge », e poi «riunire». Vedi il caso di pagina, lat. pangere «piantare, conficcare». Per i latini pagina era una piantagione, specialmente di viti: di qui il nome dato in seguito ad un insieme di righe scritte, quindi al foglio di carta che le conteneva, foglio che con quelle righe parallele pareva per l’appunto un campo con tanti filari. Di etimo rurale delirare «uscire dal solco», e così esagerare, che è il lat. exaggerare, da agger, originariamente «ammassare, fare argine, accumulare il terreno», poi «ingrandire la proprietà», perciò, in senso figurato, «amplificare». Notevole ancora il caso di aggettivi come il lat. pauper «povero», che si attribuiva al terreno “che produce poco”, mentre felix «felice» in un primo tempo voleva dire soltanto «[TERRENO] che produce», e anche luxus «rigoglio, esuberanza» era riferito dapprima soltanto alla vegetazione eccessiva.

Prodotti altamente deperibili

Il Cassel’s l’ho comprato nel 2003, l’ho consultato forse un paio di volte, ed è già vecchio!

Stanno per vedere la luce, oltre Manica, ben due dizionari di parole prese dalla strada, ossia di slang giovanile: il primo, in uscita il 17 novembre, è “Cassell’s Dictionary of Slang” di Jonathan Green, che contiene non meno di 12.500 new entries; a ruota seguirà “The New Partridge Dictionary of Slang”, curato da Tom Dalzell e Terry Victor, oltre 65.000 vocaboli raccolti in cinque anni di lavoro.

[…]

Spiegano i curatori dei due nuovi dizionari inglesi che lo slang giovanile nasce e muore più veloce di una meteora: se negli anni Sessanta una parola impiegava 20 o 30 anni per traversare l’Atlantico oggi, grazie a Internet, ci mette non più di 20-30 minuti. E cambiano, le parole dello slang giovanile, anche per questioni di sicurezza: appena vengono beccate dagli adulti, genitori o professori che siano, si bruciano e vengono buttate via, come morte. Riguardo alle principali fonti dello slang di strada, vengono indicati l’hip-hop, il rap e i rappers (Eminem, Goldie Lookin Chain), la striscia di fumetti Viz. E, soprattutto, la contaminazione linguistica: “L’inglese diventa sempre più globale”, spiega David Crystal autore della Cambridge Encyclopedia of the English Language. “Quasi un terzo del mondo lo parla e dovunque nascono varietà di inglese. Oggi si contano quasi 70 nuovi idiomi inglesi: l’inglese-pachistano, l’inglese di Singapore, quello del Ghana o del Caribe: e ognuno ha il suo vocabolario”.

[da qui]