Ganja e dreadlocks per tutti!

Come gli donano i dreadlocks, al signore che quando lo si contraddice si alza e se ne va! (La capisco bene, la giornalista, ha una personalità uguale al disgraziato corso del giovedì sera: non c’è limite all’infantilismo).

Ma dilettiamoci di lessico piuttosto!

Ganja è voce inglese, recita il Dizionario storico dei linguaggi giovanili.

L’etimologia la offre il Merriam-Webster:

Etymology: Hindi gajA, from Sanskrit gañjA hemp : a potent and selected preparation of marijuana used especially for smoking; broadly : MARIJUANA

Per una storia dei dreadlocks, qui

Uccelli e tazze

Settimana pesante, è ricominciata l’università, sono tornate le corse, le attese, i test, gli inseguimenti, le fotocopie, Zettelwirtschaft, Wut e Freude. Roba da diventare matti.

Ecco, appunto, la mia prima pausa la prendo dedicandola alla pazzia. Leggo sulla newsletter del Duden la spiegazione della simpatica espressione “einen Vogel haben” (letteralmente, avere un uccello) per indicare qualcuno che (De Mauro) “è più o meno gravemente menomato nelle facoltà intellettuali; malato di mente, pazzo, folle”.

einen Vogel haben
(umgangssprachlich): nicht recht bei Verstand sein: Der Alte hat ’nen Vogel, das viele Geld für eine Weltreise kriegt der nie zusammen.
Diese […] Wendung geh[t] wahrscheinlich auf den alten Volksglauben zurück, dass Geistesgestörtheit durch Tiere (Vögel) verursacht wird, die im Gehirn des Menschen nisten.

avere un uccello [ah, le delizie delle traduzioni letterali]
(colloquiale) non essere tanto a posto con il cervello: Es. Il vecchio è un po’ matto, non riuscirà mai a racimolare tutti quei soldi per fare il giro del mondo.

Probabilmente la locuzione risale all’antica credenza poplare che i disturbi psichici fossere causati da animali (uccelli) che nidificassero nel cervello della persona.

Un’altra locuzione tedesca che ho sempre amato è “nicht alle Tassen im Schrank haben“, non avere tutte le tazze nella credenza (diremmo noi: non avere tutte le rotelle a posto).

Sono affascinata dall’idea del cervello a forma di credenza, con tutto il suo servizio di tazze e tazzine, ma un servizio incompleto, scombinato, impossibile da presentare a un tè elegante. Sarà che naturalmente adoro le tazze e ne faccio una blanda collezione, in attesa di avere una cucina dove esibirle.

Amo le tazze, ma ancora di più amo le chicchere, non hanno un suono bellissimo? Chicchera! E l’etimologia è altrettanto bella: il Devoto-Oli dice che viene dallo spagnolo (sec. XVI) jícara, a sua volta derivato da una parola azteca che indicava il guscio di un frutto. Altra ipotesi:

Tradurre dall’americano

Leggevo una recensione sulla Zeit, quando mi sono imbattuta in una frase che mi ha fatto notare un particolare rimasto finora confuso.

Übersetzt wurde es »aus dem Amerikanischen«, einer Sprache, die nur deutsche Verleger kennen.
Il libro è stato tradotto “dall’americano”, una lingua conosciuta soltanto dagli editori tedeschi.

Cosa nemmeno vera, qui, continua l’articolo perché l’autore parla inglese con accento spagnolo.

Stessa dicitura anche in italiano, mi sono chiesta, o gli USofili hanno un po’ di pudore almeno in questo?

Sconfiferare

La parola del giorno dello Zanichelli è sconfiferare

sconfinferàre [etim. sconosciuta; 1991] =  (fam.) andare a genio, riuscire gradito: ‘sono discorsi che non mi sconfinferano’.

E finalmente, era tempo che mi domandavo come si scrivesse, a volte mi impappinavo e dicevo cose del tipo “sconfinquerare”. Il mio Zingarelli 1998 (praticamente un pezzo d’antiquariato da quando la Zanichelli s’è pensata di rifare il dizionario di italiano una volta l’anno) non lo rileva, né lo fa il Devoto-Oli 2003. Il De Mauro lo registra:

CO colloq., scherz., piacere, andare a genio, spec. in frasi negative: la sua faccia non mi sconfinfera affatto

Se chiedo a Google-onnitrovante di controllarmi il verbo all’infinito e dimentico una “n” (a riprova che questo verbo non vuole entrarmi in testa), finisco in un dizionario di aretino: Sconfiferare – Non mi piace tanto, non mi sconfinfera. Chissà da dove viene, forse appunto da un regionalismo (lo rileva anche un glossario amatoriale narnese)

Tanto per esercitarsi:
Mi sconfinfera viaggiare in auto con il sole e il serbatoio pieno.
Non mi sconfinfera l’ennesima tempesta di neve che ieri ha ripiombato le strade kakanike nel candido, periglioso inverno.

Zany

Un tizio, un blogger, commenta la politica italiana definendola zany (dimostrando una non irrilevante mancanza di discernimento, si chiede pure sarcastico perché l’America non abbia una politica simile).

L’aggettivo è splendido!

Zany:

L’OED lo registra come sostantivo, aggettivo e verbo. Deriva da zani o zanni, “name of servants who act as clowns in the Commedia dell’Arte. Properly the Venetian and Lombardic form of Gianni = Giovanni John, cf. Zanipolo, the title of the church of St. John and St. Paul in Venice), used as an appellative for a porter (or the like) from the mountain country of Bergamo who had taken service in a seaside town.”


1.  A comic performer attending on a clown, acrobat or mountebank, who imitates his master’s acts un a ludicrously awkward way
2.  a. An attendant, follower, companion, assistant (contemptous) b. An imitator, mimic, esp. a poor, bad, feeble one c. One who resembles, or acts like, a buffoon  d. A fool, simpleton, ‘idiot’ (attestato dal 1558)

Pletora di sinonimi qui:

Adjective
* S: (adj) cockamamie, cockamamy, goofy, sappy, silly, wacky, whacky, zany (ludicrous, foolish) “gave me a cockamamie reason for not going”; “wore a goofy hat”; “a silly idea”; “some wacky plan for selling more books”
* S: (adj) buffoonish, clownish, clownlike, zany (like a clown) “a buffoonish walk”; “a clownish face”; “a zany sense of humor”

1 TS teatr., personaggio della commedia dell’arte che rappresenta il servo scaltro e imbroglione o il servo sciocco e goffo

2 BU estens., buffone, pagliaccio: fare lo z.

(De Mauro)

Sia il Devoto-Oli che lo Zanichelli fanno risalire zanni al veneziano. Qui (Parmigiani) l’etimo.

[L’articolo che ha fatto sgorgare il commento è nello Spiegel International che dipinge un simpatico bozzetto della politica italiana prossima alle elezioni politiche: a colorful political menagerie (un variopinto serraglio politico), in cui spiccano ex ministri appassionati di t-shirt, principesse sicule (??), trans-neo-comunisti, nipotine di capoccioni, padani che stringono la mano a separatisti etnei e molto altro. Prodi si becca del contentiuous (litigioso), se ne sottolinea lo spropositato programma di 281 pagine (cfr. qui) e dell’Unione si dice con termine lusinghiero che è una ragtag band (ragtag è spregiativo per canaglia, marmaglia): una corte dei miracoli, insomma. Cui si contrappone “Mi-consenta”, l’Unto della politica, trafitto da una corona di left-wing pollsters, di sondaggisti di sinistra.]

Robe-manteau

La moda si è spostata a Parigi. Pare che gli stilisti civettino con i venti di intolleranza, tipo Viktor& Rolf che coprono il viso delle modelle con una retina pseudoclaustrale.

Il giapponese Jun Takahashi ha fatto sfilare delle poverette in abiti-armatura lugubri e “robe manteau stretti da bandage”.

Su robe-manteau leggo:


fr. da “robe”, vestito e “manteau”, cappotto.
Vestito femminile simile a un cappottino, spesso abbottonato sul davanti, da indossare direttamente sulla pelle. Realizzato in tessuto di medio peso è adatto alle mezze stagioni. Non mancano però anche le versioni da sera. Caratteristico delle collezioni francesi, appare a cavallo fra le due guerre: 1915/1945.

Frugando in giro, ne ho visti di splendidi, tipo questo.