Uccelli e tazze

Settimana pesante, è ricominciata l’università, sono tornate le corse, le attese, i test, gli inseguimenti, le fotocopie, Zettelwirtschaft, Wut e Freude. Roba da diventare matti.

Ecco, appunto, la mia prima pausa la prendo dedicandola alla pazzia. Leggo sulla newsletter del Duden la spiegazione della simpatica espressione “einen Vogel haben” (letteralmente, avere un uccello) per indicare qualcuno che (De Mauro) “è più o meno gravemente menomato nelle facoltà intellettuali; malato di mente, pazzo, folle”.

einen Vogel haben
(umgangssprachlich): nicht recht bei Verstand sein: Der Alte hat ’nen Vogel, das viele Geld für eine Weltreise kriegt der nie zusammen.
Diese […] Wendung geh[t] wahrscheinlich auf den alten Volksglauben zurück, dass Geistesgestörtheit durch Tiere (Vögel) verursacht wird, die im Gehirn des Menschen nisten.

avere un uccello [ah, le delizie delle traduzioni letterali]
(colloquiale) non essere tanto a posto con il cervello: Es. Il vecchio è un po’ matto, non riuscirà mai a racimolare tutti quei soldi per fare il giro del mondo.

Probabilmente la locuzione risale all’antica credenza poplare che i disturbi psichici fossere causati da animali (uccelli) che nidificassero nel cervello della persona.

Un’altra locuzione tedesca che ho sempre amato è “nicht alle Tassen im Schrank haben“, non avere tutte le tazze nella credenza (diremmo noi: non avere tutte le rotelle a posto).

Sono affascinata dall’idea del cervello a forma di credenza, con tutto il suo servizio di tazze e tazzine, ma un servizio incompleto, scombinato, impossibile da presentare a un tè elegante. Sarà che naturalmente adoro le tazze e ne faccio una blanda collezione, in attesa di avere una cucina dove esibirle.

Amo le tazze, ma ancora di più amo le chicchere, non hanno un suono bellissimo? Chicchera! E l’etimologia è altrettanto bella: il Devoto-Oli dice che viene dallo spagnolo (sec. XVI) jícara, a sua volta derivato da una parola azteca che indicava il guscio di un frutto. Altra ipotesi: