Dopo il Trap, ecco il Cap

Capello in English version. Io li ammiro tutti, questi Trap, questi Cap, se gli studenti avessero la loro tenacia e faccia di bronzo, insegnare lingue sarebbe un gran bel lavoro 🙂

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AAA a Milano

Quando: stasera, mercoledì 28 maggio 2008, ore 21

Dove: Conservatorio di Milano

Al posto di chi: dell’autore, Saša Stanišić, che gira come un trottola per il mondo, trascinato da premi di ogni sorta. Ora è a NY, credo.

Perché: a chiacchierare del romanzo, rispondere alle domande dei giovani che lo hanno letto e a cercare di convincere la platea che Saša è quello che merita il premio Kihlgren.

Chi: l’editor della casa editrice e la scrivente. Non vestita di viola, come avrebbe voluto.

E domattina mi aspettano tre ore di esame scritto.

Il buono Stalin

Non suona?

Nemmeno a me, se proprio devo dirla tutta. Però è da quando stamane ho visto il titolo di questo libro che mi frulla il dubbio in testa. Ci vorrebbe la “o”, visto che st- è un nesso che la richiede? Ci vuole, o forse no? O forse sta sparendo la regola? In tempi di apertura totale e mancanza di pudore, ti pare che possa esistere ancora l’esse impura! Per esempio, qualche mese fa ho letto questo, stesso fior di casa editrice, e c’era proprio qualcosa come “buon scrittore” o roba del genere.

Se apro lo splendido Dardano-Trifone, sotto TRONCAMENTO (sezione: Fonetica sintattica):

Il troncamento è la caduta della parte finale di una parola.
A differenza dell’elisione, che si può avere soltanto quando la parola successiva comincia per vocale, il troncamento si può avere anche quando la parola che segue comincia per consonante, purché non si tratti di s preconsonantica (s impura), z, gn, x, ps: un tavolo, bel posto, MA: uno stivale, bello zaffiro.

Cercando in Google come grande corpus, della lingua scritta e parlata (forse più parlata, data la preminenza di blog), trovo:

buon scrittore: 3920 hits
buono scrittore: 2360 hits

buon studio: 11.000 hits
buono studio: 72.900 hits (qui però c’è da segnalare che molte occorrenze sono date dall’unione della parola buono, inteso come sostantivo, e studio, ossia sovvenzione allo studio o analogo)

Sfruconando nel web trovo il quesito posto a De Rienzo, Scioglilingua, Corriere, e la sua risposta non mi piace per nulla, perché (e non è la prima volta) la trovo sbrigativa e apodittica:

Buon o buono studio?
Mi sono sempre chiesto la forma più corretta per augurare un sereno studio. Si dice “Buon studio” o “Buono studio”? […]
Salvo Ruscica

“Buon studio” e “buono studio” sono tutte due forme ammesse dalla grammatica.

Due parole di spiega non avrebbero guastato.

Non mi resta che mandare una e-mailina a Beccaria. Egli lo sa senza fallo. Spiegarlo, però, sembra essere un altro paio di maniche.

Tra l’uss e l’assa

Ero curiosa di leggere questo libercolino, perché, insomma, chi non vorrebbe leggere qualcosa di pubblicato sul posto dove gli/le è capitato di vivere? Un omaggio alla Maria-Luigianesca città, in certo qual modo.

Il libro doveva essere una guida del capoluogo di regione, ma si dava il caso, spiega Nori con quel suo solito scrivere divagante e distratto (fintamente distratto, fintamente da scemo del villaggio), che fosse appena tornato a vivere nella Maria-Luigianesca città, e allora ha ragionato che sì, tutto sommato, se quando viveva a Mosca, anzi nell’estrema periferia di Mosca, ci metteva un’ora ad arrivare in centro:

Allora poi quando sono tornato a P. io pensare che andare a Bologna ci si mette un’ora, in treno, io mi ricordo avevo pensato che P. era una specie di quartiere di periferia della città Bologna Modena Reggio Emilia P. così come Medvedkovo, che era il quartiere su su dove abitavo era un quartiere della capitale della Moscovia sovietica, significa dell’orso, Medvedkovo, per dire, ma non importa. (p. 11)

Così scrive di questo e quello, come capita (sembra), con quel suo stile che dà assuefazione, ma che strappa sovente risatelle: i vecchi all’Esselunga della Maria-Luigianesca città, o le lugubri biblioteche, tutto vero!

Ci sono delle biblioteche anche a P., solo sono dei posti, le biblioteche di P., non la Pala*tina, quelle altre, tristi, come se leggere i libri fosse una cosa triste. (p. 136)

Al che mi verrebbe da chiedergli, al signor Nori (che penso abiti persino non troppo lontano da casa mia, sempre che abiti ancora qui): e perché la Pala*tina no? A me sembra il posto più triste di tutti, un posto che ti fa venire un diavolo per capello, con tutto quel consegnare documenti, prendere cedoline e documenti, prendere chiavine, sistemare borse, riempire cedoline per lettura, aspettare in ambienti dalla temperatura costante di 40 gradi anche in inverno (sarà per i libri, per carità), riempire cedoline per prestito, riconsegnare cedoline al banco, all’uscita, all’entrata, a chi passa di là, ripigliare borse, riconsegnare chiavine…Senza accorgertene, sei arrivata la mattina e ne esci la sera soltanto per prendere a prestito tre libri.

Ma io volevo scrivere del modo di dire che sta in cima alla presente post-illa:

A Genova ci son stato tre mesi fa in un periodo strano della mia vita quei periodo* lì che sei tra l’uscio e l’assa, come dicono a P., i periodi più belli della mia vita, se devo dire. (p. 111)

In internet, sempre a cura del gentile signor Gugl, si trova un antico vocabolario par*migiano-italiano, che dice:

esser tra l’uss e l’assa: essere tra l’ancudine e il martello, esser tra Scilla e Cariddi

(Che Nori intendesse questo, però, non l’avrei detto. Boh, del Maria-Luigianesco dialetto non so nulla)

* Il refuso è nel testo.

Tu fa’ manichi e tu fa’ quartara

Naturalmente Il bell’Antonio ha anche una faccia linguistica parecchio siciliana (oltre che lo splendido viso di Mastroianni in copertina Mondadori: io amo Mastroianni!).

p. 118 Perché, invece di mandare làstime, non ringraziavo il Signore a lingua strasciconi per avermi dato un figlio così bello che le ragazze me lo mangiavano con gli occhi?

Siciliano làstima = lamento, fastidio, dallo spagnolo: làstima = pena, da Lessico del siciliano sul sito Linguasiciliana.org.

[NB ho trovato il termine anche in un Dizionario sardo-nuorese…]

p. 123 Sei bella come una rosa, di salute ne hai da buttarne, gli occhi verdi, i capelli neri di giaietto, la carne bianca come la tuma… eh, sembri fatta apposta per piacere ad Antonio!

tuma: il sito Formaggio.it dice che la tuma sicula è “un formaggio a pasta dura semicotta, a forma cilindrica con facce piane o leggermente concave, di sapore piccante. Prodotto con latte di pecora intero crudo con microflora d’origine naturale, pasta d’agnello usata come caglio. La prima salatura a secco è praticata a mano il giorno successivo alla produzione. Non richiede stagionatura.”

p. 126 Le assicuro che negl’imbrogli dei giovani, io non mi ci voglio immischiare! Loro si son fatto il manico e loro si facciano la quartara! Io non c’entro, non c’entro, non c’entro!

La quartara è un recipiente in terracotta, dalle antiche origini contadine, di medie dimensioni e fornito di due grossi manici nella parte superiore; molto simile ad una giara è stato per millenni utilizzato in Sicilia per trasportare e conservare acqua o vino. (Wikipedia)

Tu fa’ manichi e tu fa’ quartara, fai sia i manici che le anfore. (Di chi vuol fare tutto da sé), da Detti, proverbi, filastrocche e indovinelli su La vocecentrosicula.it.

Sfruconando nel web

Nel Bell’Antonio c’era pure questo verbo, sfruconare:

p. 93 Si alzò, andò allo scrittoio e si mise a sfruconare l’apparecchio del telefono.

SFRUCONARE
BU 1 colloq., gerg., frugare con le dita, un bastoncino o un apposito strumento in un condotto allo scopo di pulirlo o disintasarlo 2 fig., pungolare, tormentare (De Mauro online)

Sfruconando appunto nel web, ho fatto una bella scoperta: il DOP, ovvero il Dizionario italiano multimediale e multilingue d’Ortografia e di Pronunzia, Provvisorio e incompleto, come viene specificato, sul sito della Rai, a cura di (qui).

Ma che meraviglia! Hai un dubbio di pronuncia, cerchi la parola, clicchi e te la ascolti. E poi c’è un’antologia di cinquantatré testi in lingua italiana da ascoltarsi, da Compiuta Donzella a Mario Luzi. Qui per esempio il brano in lode all’alfabeto, questi bei “venti caratteruzzi sulla carta”, di Galileo.

PS Il DOP è assai utile quando si conoscono delle book words:

Book word = a word learned solely or principally from reading and often understood without knowledge of its customary pronunciation (dalla newsletter del Merriam-Webster di maggio)

Piccoli soli

Poniamo che ci sia un sole accecante, caso quanto mai lontano dalla realtà della Maria-Luigianesca città negli ultimi giorni. Per riuscire a vedere, dovete in qualche modo attenuare la luce, e come lo dite? Schermirsi gli occhi con la mano, ripararsi la vista… Boh.

Ma c’è un’espressione bellissima, quella adatta, quella: fare solecchio!

fare, farsi solecchio:
farsi schermo con la mano all’altezza delle sopracciglia per riparare gli occhi da una luce forte o abbagliante • sec. XIV (Sabatini-Coletti online)
(lett.) ripararsi gli occhi dalla luce abbagliante del sole, portano la mano aperta o leggermente incurvata all’altezza delle sopracciglia • lat. volg. soliculum, diminutivo di sol solis (Devoto-Oli cartaceo)

Non è deliziosa? A frugare in rete l’ho trovata pure in un Florilegio e dizionario dantesco, pubblicato nel 1855 a cura di Massimo Granata, digitalizzato dal gentile signor Gugl:

FARE IL SOLECCHIO — fare ombrello ; la voce solecchio o solicchio è anticata= E fecimi ‘1 solecchio — Che del soverchio visibile lima=: intendi : delle mani agli occhi feci come parasole, che scema il soverchio della luce. 14.

Ma se l’ho imparata è perché l’ho trovata qui:

Fuori della chiesa, un cielo di platino abbagliava la strada piena di gente che, facendo solecchio, s’indicava gli sposi, ritti sul primo gradino del rialto. (p.76)

Ovvero in una delle letture del maggio che volge al termine, Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, uscito nel 1949: storia triste ed emblematica di un’impotenza anche storica, con dialoghi vivissimi, soprattutto per bocca del genitore di Antonio, quel don Alfio tanto simpatico al lettore quanto inconsapevolmente gretto e miope come padre.

Com’è naturale, c’è tutto un giro sinonimico per la parte anatomica dolorosamente centrale nel romanzo, con annessi e connessi:

p. 80 «Povera cugina mia Barbara» esclamò fra i denti Edoardo Lentini, «che non può mai vedersi la luce, con questo canterano sempre sullo stomaco!»

p. 135 Mio figlio ha un cavicchio che fa pertugi nella pietra!

cavicchio
1 piolo di legno fissato a una parete per appendervi qcs.
2 piolo di una scala portatile
3 TS agr., legno appuntito per fare buchi nel terreno allo scopo di piantare o seminare

p. 155 Non so se volesse alludere al fatto ch’io avevo lo sguardo di certi ingravidafinestroni siciliani dei quali aveva parlato la sera avanti…

Etc etc.

Sarà opinabile come lo sono molti altri, ma tra i miei criteri di giudizio nella lettura, ce n’è anche uno lessicale. Esempio: leggo un romanzo uscito di recente che narra del contrastato amore tra la conduttrice di un programma radiofonico e uno scrittore bello e dannato (non proprio Baudelaire, ma via) e tra le varie cose, alla fine mi viene da dire “Che tristezza, non c’era una singola parola da cercare nel dizionario”. Equivale a dire: ha il livello dei racconti di riviste femminili, tipo Intimità (esiste ancora?) o Donna moderna. Non è scritto male, è semplicemente… un gran scivolare via.

Uno dei migliori modi di rifarsi è leggere qualcosa di non così recente, tipo un classico moderno italiano come quello di Brancati.