Il buono Stalin

Non suona?

Nemmeno a me, se proprio devo dirla tutta. Però è da quando stamane ho visto il titolo di questo libro che mi frulla il dubbio in testa. Ci vorrebbe la “o”, visto che st- è un nesso che la richiede? Ci vuole, o forse no? O forse sta sparendo la regola? In tempi di apertura totale e mancanza di pudore, ti pare che possa esistere ancora l’esse impura! Per esempio, qualche mese fa ho letto questo, stesso fior di casa editrice, e c’era proprio qualcosa come “buon scrittore” o roba del genere.

Se apro lo splendido Dardano-Trifone, sotto TRONCAMENTO (sezione: Fonetica sintattica):

Il troncamento è la caduta della parte finale di una parola.
A differenza dell’elisione, che si può avere soltanto quando la parola successiva comincia per vocale, il troncamento si può avere anche quando la parola che segue comincia per consonante, purché non si tratti di s preconsonantica (s impura), z, gn, x, ps: un tavolo, bel posto, MA: uno stivale, bello zaffiro.

Cercando in Google come grande corpus, della lingua scritta e parlata (forse più parlata, data la preminenza di blog), trovo:

buon scrittore: 3920 hits
buono scrittore: 2360 hits

buon studio: 11.000 hits
buono studio: 72.900 hits (qui però c’è da segnalare che molte occorrenze sono date dall’unione della parola buono, inteso come sostantivo, e studio, ossia sovvenzione allo studio o analogo)

Sfruconando nel web trovo il quesito posto a De Rienzo, Scioglilingua, Corriere, e la sua risposta non mi piace per nulla, perché (e non è la prima volta) la trovo sbrigativa e apodittica:

Buon o buono studio?
Mi sono sempre chiesto la forma più corretta per augurare un sereno studio. Si dice “Buon studio” o “Buono studio”? […]
Salvo Ruscica

“Buon studio” e “buono studio” sono tutte due forme ammesse dalla grammatica.

Due parole di spiega non avrebbero guastato.

Non mi resta che mandare una e-mailina a Beccaria. Egli lo sa senza fallo. Spiegarlo, però, sembra essere un altro paio di maniche.

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Tra l’uss e l’assa

Ero curiosa di leggere questo libercolino, perché, insomma, chi non vorrebbe leggere qualcosa di pubblicato sul posto dove gli/le è capitato di vivere? Un omaggio alla Maria-Luigianesca città, in certo qual modo.

Il libro doveva essere una guida del capoluogo di regione, ma si dava il caso, spiega Nori con quel suo solito scrivere divagante e distratto (fintamente distratto, fintamente da scemo del villaggio), che fosse appena tornato a vivere nella Maria-Luigianesca città, e allora ha ragionato che sì, tutto sommato, se quando viveva a Mosca, anzi nell’estrema periferia di Mosca, ci metteva un’ora ad arrivare in centro:

Allora poi quando sono tornato a P. io pensare che andare a Bologna ci si mette un’ora, in treno, io mi ricordo avevo pensato che P. era una specie di quartiere di periferia della città Bologna Modena Reggio Emilia P. così come Medvedkovo, che era il quartiere su su dove abitavo era un quartiere della capitale della Moscovia sovietica, significa dell’orso, Medvedkovo, per dire, ma non importa. (p. 11)

Così scrive di questo e quello, come capita (sembra), con quel suo stile che dà assuefazione, ma che strappa sovente risatelle: i vecchi all’Esselunga della Maria-Luigianesca città, o le lugubri biblioteche, tutto vero!

Ci sono delle biblioteche anche a P., solo sono dei posti, le biblioteche di P., non la Pala*tina, quelle altre, tristi, come se leggere i libri fosse una cosa triste. (p. 136)

Al che mi verrebbe da chiedergli, al signor Nori (che penso abiti persino non troppo lontano da casa mia, sempre che abiti ancora qui): e perché la Pala*tina no? A me sembra il posto più triste di tutti, un posto che ti fa venire un diavolo per capello, con tutto quel consegnare documenti, prendere cedoline e documenti, prendere chiavine, sistemare borse, riempire cedoline per lettura, aspettare in ambienti dalla temperatura costante di 40 gradi anche in inverno (sarà per i libri, per carità), riempire cedoline per prestito, riconsegnare cedoline al banco, all’uscita, all’entrata, a chi passa di là, ripigliare borse, riconsegnare chiavine…Senza accorgertene, sei arrivata la mattina e ne esci la sera soltanto per prendere a prestito tre libri.

Ma io volevo scrivere del modo di dire che sta in cima alla presente post-illa:

A Genova ci son stato tre mesi fa in un periodo strano della mia vita quei periodo* lì che sei tra l’uscio e l’assa, come dicono a P., i periodi più belli della mia vita, se devo dire. (p. 111)

In internet, sempre a cura del gentile signor Gugl, si trova un antico vocabolario par*migiano-italiano, che dice:

esser tra l’uss e l’assa: essere tra l’ancudine e il martello, esser tra Scilla e Cariddi

(Che Nori intendesse questo, però, non l’avrei detto. Boh, del Maria-Luigianesco dialetto non so nulla)

* Il refuso è nel testo.