What’s your name?

Nel pomeriggio sono andata in centro (in die Stadt, dicono loro). Mentre attendevo il verde a un incrocio pedonale, ho notato che dall’altra parte attendevano tre splendidi esemplari maschili,  biondi, giovani, e parecchio aitanti, a torso splendidamente nudo e splendidamente glabro. Sopra i capezzoli avevano tatuato il marchio del gestore telefonico austriaco che sponsorizza il torneo di beach volley, l’eventone di questo finesettimana. E sotto, sui tonici addominali, il primo aveva scritto what’s, il secondo your, e il terzo name?

Volevo corrergli incontro e dire: Ilsa, Ilsa! My name’s Ilsa!

Ma poi ha vinto la decenza.

A proposito di nomi e di sport. Stavo ascoltando or ora una trasmissione sulla seria e colta Ö1, più o meno la RaiRadio3 austriaca, sulle Olimpiadi in Cina. Da quando Pechino è stata scelta, va di gran moda chiamare i figlia Olimpia. Femminile o maschile, hanno chiesto. Neutro, hanno risposto. Un’infermiera spiegava che i cinesi amano dare i nomi legati a eventi importanti. Per esempio, Staatsgründung, spiegavano in traduzione.

– Ciao, come ti chiami?
•Fondazione dello stato.

Gionata

Gionata, chiamiamolo così. Fulvo, efelidi sul viso pallido, occhi di vetro chiaro, alto e di robusta asciuttezza, cammina dritto e rigido, come se contasse i suoi passi, e forse lo fa anche. Avrà quarant’anni, ma è difficile dire quale versione sia. Perché Gionata potrebbe sembrare un normale svedese adulto in soggiorno in terra kakanika; invece è un androide.
Gionata lo ebbi come allievo nel 1999 o forse 2000. A dire il vero oggi, durante la pausa, mi stava per enunciare l’anno, i giorni e l’ore, ma devo essermi distratta perché l’ho già dimenticato. Uno svedese che va in Kakania a imparare italiano può suonare bizzarro, ma occorre tener conto che Gionata è un androide e le sue scelte non risentono di stereotipi, colpi di testa o capricci, come potrebbe essere per un umano allorquando decidesse di frequentare un corso di lingua all’estero. Gionata studiava già il tedesco, e venuto a sapere, ovvero giuntogli l’input, che nel luogo dove aveva già frequentato un corso di lingua teutonica, si offrivano anche corsi di italiano calcolò rapidamente il raddoppiamento dei benefici (studio italiano + parlo tedesco) e se ne venne in terra kakanika a studiare la lingua del dolce sì. Non ricordo molto di quel corso, a parte il fatto che io arrivavo sempre con venti o anche trenta minuti di anticipo in classe, lo trovavo già lì seduto a ripassare qualche regola e a dirmi, con quel suo sorriso che non sa essere simpatico (mai visto un androide sorridere simpaticamente?): «Se (If) arrivi così presto, allora (then) non sei italiana».
Quando Gionata parla, scandisce le parole con esattezza e minuzia, senza fare alcun errore. Lo diresti imparentato con Hall 9000, ma non sono sicura che si tratti di software analoghi in qualche modo. Ogni pausa serve al computer centrale per calcolare esattamente fonetica, morfosintassi e lessico. Soltanto la feature “intonazione” non è ancora stata sviluppata per il modello di androide Gionata, il quale parla con la stessa vivacità del frinire di cicale sotto il solleone. Probabilmente la similitudine induce però a immagini solari e quindi è del tutto sbagliata. Ci ripenserò.
L’avevo già visto due giorni fa a colazione, ma ho fatto finta di essere assonnata e distratta; lui, d’altronde, era intento nella programmazione Kaffee-Semmel-mit-Wurst-und-Gürkchen (caffè-panino-con-prosciutto-e-cetriolini) e non mi ha notata. Ma oggi, durante la pausa, il collega istrione ha avuto la bella pensata di portarmelo direttamente. «Ilsaaa, guarda chi ho qui! Ho visto Gionata e gli ho chiesto: ‘Ma Ilsa l’hai vista? Nooo? Vieni che siamo in pausa’». La piega del mio sorriso sarebbe stata significativa per qualunque essere umano, ma fortunatamente, oppure sfortunatamente, Gionata non è stato programmato per comprendere gestualità e mimica facciale.
«Uhhh, Gionata, ciaooooo! Come stai? Che bello rivederti! Sei sempre più alto!»
«Non credo. Sono alto come l’anno scorso.»
«…Sarò io che sto diventando più piccola?»
[Collega istrione] «O forse sono le tette che ti stanno abbassando?»
Ho lanciato un’occhiataccia al collega. Non perché fra di noi non si dica questo becerume spensieratamente, ma gli androidi non sono predisposti per afferrare, né tanto meno gradire, lazzi e frizzi.
Infine, mentre Gionata andava acribicamente spiegando che secondo lui l’italiano è simile al francese e stava per esporre i risultati del suo programma di confronto linguistico, snocciolando numeri («Secondo me — ci sono — 80 verbi—»), è sopraggiunto un corsista dell’altra collega, quella che passa i pomeriggi in modo più variegato di me, e collega istrione e io abbiamo colto la palla al balzo per far conoscere i due e battercela in ritirata.

La categoria docente

E’ vero che questi sono corsi estranei alla famigerata scuola pubblica, ma ho sempre notato alcune costanti della classe docente.

Stamane è stato “somministrato” (tipo medicina, già) il test di ingresso, test di piazzamento, quel che volete voi, Einstufungstest. Ogni volta fatto più o meno empiricamente, a seconda dell’impegno del collega di turno; questa era la volta meno buona e il test non brillava per correttezza scientifica. Il problema di valutare e suddividere in gruppi una ventina di persona in due ore, sotto lo stress dei tempi stretti, è probabilmente l’unico aspetto che odio di questi corsi.

Perché poi per me il test dura due giorni; ho passato il pomeriggio e ora anche la sera a rimuginare su test scritti, orali, libri di testo e possibili variazioni nei gruppi entro domani; a preparare strisce di cartoncino con l'”italiano in classe”; a paragonare edizioni diverse con tanto di tabelle; a studiare i risultati del test sugli stili di apprendimento; a leggere manuali dell’insegnante; a valutare canzoni da utilizzare ecc ecc.

Intanto la collega è uscita a fare shopping con la figlia; a fare canottaggio sul lago con l’amica; e ora sta a un concerto di musica classica su un ameno lago a circa cinquanta chilometri da qui.

Qui qualcosa non mi torna. (Io non mi torno!)

Casa, Heim, home

E rieccomi in Kakania, sistemata per il prossimo mese e qualcosa. “Casa”, un’altra “casa” temporanea; perlomeno è la stesso locale che occupo dall’estate 2004, il che mi pare già un record di continuità. E’ buffo quando si era in viaggio, per esempio durante l’ultimo in Canada, e facendo programmi si diceva “…questo e quello e poi torniamo a casa“, intendendo il B&B, hotel, motel … di turno. Casa? Tenendo conto, poi, che abbiamo dormito nello stesso letto per due notti di fila soltanto due volte in 15 giorni.

I miei, che vengono da un’altra epoca, mi premono addosso da anni cercando di farmi comprare casa. Ma casa dove? Per non  dire “come” (cumquibus)? La casa è ormai un lusso da svariati punti di vista.  Per il posto di lavoro statalaccio, si prospetta una ventina (decina?) d’anni d’attesa, e per comprare casa ci vuole anche un lavoro fisso. Qualche giorno fa, girando nella mia unica attuale proprietà, la fiammante Micrina, ascoltavo un urbanista o analogo che prospettava nuove modalità di casa per il futuro. La seconda contemplata dall’esperto mi interessava particolarmente: una casa semovente, una specie di guscio della chiocciola. Un futuro di camperisti evoluti?

Casa dolce casa. Intanto buttiamoci sul lavoro. Temporaneo, va da sé, nel centro linguistico migliore della Kakania. Che aspettate a venire a fare un corso di tedesco?!

La concentrazione assoluta

[…] Una volta un carbone ardente era caduto dalla stufa, a due passi da lui il palchetto mandava già odore di bruciato e fumava, e fu solo allora che per via di quella puzza infernale un cliente si rese conto del pericolo e si precipitò a soffocare il fumo; mentre lui, Jakob Mendel, a una spanna di distanza e già avvolto nelle esalazioni, non s’era accorto di nulla. Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto, storditi; il suo rapimento quando leggeva era così commovente che, da allora, il modo in cui gli altri leggono mi è sempre parso profano. In Jakob Mendel, in quel piccolo rivendugliolo galiziano con i suoi libri, avevo visto personificato per la prima volta – ero giovane allora – il grande mistero della concentrazione assoluta, che rende tali l’artista e lo studioso, il vero saggio e il perfetto monomane, la tragica ventura e sventura della piena possessione. (p. 15)

Novella perfetta, questa di Stefan Zweig. Perfetta. Invidio la traduttora.

[…] mentre io, io per anni avevo dimenticato Mendel dei libri, proprio io che avrei dovuto sapere che i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio. (p. 53)

Canada: una foto al giorno

Solo a congiungere le foto mie e e quelle di Mr Physicist, soltanto a riordinarle, mi ci sono voluti secoli. Figuriamoci caricarle, dotarle di didascalia…Ho deciso di rimandare la cosa a tempi migliori (uhm) e intanto scegliere drasticamente una sola foto per giornata. Intanto. Solo che nuove partenze incombono e dovrei fare i pacchi, sistemare libri e stoviglie e abiti…la Kakania attende, come ogni anno!

Questo l’itinerario a grosse linee, disegnato su una foto scattata vicino al Parlamento dell’Ontario a Toronto:

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