Sich aalen

sich aalen [eigentlich: sich winden wie ein Aal] (ugs.) sich behaglich ausgestreckt ausruhen: sich am Strand, in der Sonne aalen.

E questa è la parola del giorno del Duden di oggi, fresca fresca. Una torna dalla vacanza e vorrebbe avere come minimo una settimana per sich in der Sonne aalen = crogiolarsi al sole.

Tanto più che tra marce forzate turistiche, canoa sui laghi ed escursioni mi sono dipinta un’abbronzatura da muratore, in variante maglietta (con scollatura tonda) e shorts, e pantaloni lunghi e canotta. Che orroooore.

Fingerspitzengefühl

Feingefühl, Einfühlungsgabe im Umgang mit Menschen und Dingen: die Verhandlungen müssen mit politischem Fingerspitzengefühl geführt werden.

Das Duden Wort des Tages ist ein Lieblingswort von mir! Macht mich an Tedesco 2 denken, an eine gewisse starrköpfige , schroffe Lektorin, die uns sagte: Na ja, man braucht Fingerspitzengefühl, um zu übersetzen.

Auch beim Reisen braucht man welches.

Il tempo dell’aeroporto

Il tempo del Canada è scaduto. Arrivata a Montreal il 1, ripartitavi ieri, ho dovuto guardare stranita le cartoline per ricordarmi cosa avevo visto nei primi giorni del viaggio: in mezzo ci sono state così tante avventure diverse e tanti e tali luoghi che mi pareva di esserci stata moooolto tempo fa.

Ora il mio swatch dice che sono le 4 (del pomeriggio? di notte? Pomeriggio, ora di Toronto), il computer dice che sono le 10 di sera, il mio orologio interno è schizzato via. Non so più se sono partita ieri, oggi o domani. Era ieri mattina, abbiamo lasciato il B&B di corsa (un B&Baccio in Cabbagetown, Toronto, inglese per molti aspetti, e non esattamente i più radiosi), siamo andati all’aeroporto insulare in una sfolgorante giornata di sole e poi un volo sul verde e lacustre Ontario alla volta di Montreal. Qui ore e ore a ciondolare in spento ambiente francofono, e poi il volo intercontinentale, pieno di bambini posseduti dal demonio del pianto incontrollabile e quindi nessun riposino a dispetto di mascherine, tappi e melatonina. A Parigi siamo arrivati che era mezzanotte… ah, no, le sei del mattino: l’alba frenetica dei gate con moquette e profumo di brioche.

E ancora ore ad aspettare il terzo volo, quello per la Malpensa, e poi lo shuttle, e poi il treno, e poi il bus marialuigianesco. Devo ricordarmi di essere ancora più ascetica nel vestiario, la prossima volta.

Un’ora fa una patriottica pasta al pomodoro. Non sono ancora certa, però, di che pasto si sia trattato.

P.S. Purtroppo leggo soltanto ora questo articolo che ammaestra su come dormire in aeroporto. In effetti, lo CDG non è malaccio, ma discordo sonoramente su Seul che mi ha “ospitata” due anni e mezzo fa, 9 ore all’andata, almeno 4 il ritorno: ho un ricordo tremendo della lounge nella transit area, un vero dormitorio dei poveri. Però elogio il servizio docce di cui ho fatto un fischiettante uso durante il ritorno, non c’è niente come una bella doccia per spezzare due voli da 10 ore l’uno 🙂

Da Ottawa a Toronto, passando per l’Algonquin Park

Che parco, l’Algonquin: cabin, canoa, trails, zanzare a mazzi, alci che si abbeverano agli stagni vicino alla Highway 60, orsi neri…fortuntamente no.

Domani si riporta l’auto al car rental. Ogni volta che rendiamo l’auto sento gia’ nostalgia dell’on the road (a dispetto del cambio automatico e dei limiti di velocita’ ridicoli del Canada).

Ma restano soltanto tre giorni di Toronto, di cui uno, ovvio, qui.

Nella capitale

Intrepidi, abbiamo preso il gommone (lo Zodiac, tipo questo, eravamo soltanto in otto), siamo usciti laddove il fiume Saguenay e il fiume San Lorenzo si incontrano e dove si infila già l’acqua salata dell’oceano e sfidando il gelo, i salti, le onde e il sole, abbiamo visto le balene! Alcune vicinissime: gli sbuffi, le uscite, i salti, e poi “Elle est partie, elle est plongée”.

Poi abbiamo lasciato il più antico villaggio del pittoresco Québec e via, 11 ore di auto verso l’Ontario. Sole e vento, ovunque splendide casine dei sogni (tutte con il loro patio, tetti colorati, la capanna degli attrezzi intonata nella forma e nei colori), autostrade noiose in cui non si possono superare i 100 km all’ora, e le fragole del Quebec, uhm, che delizia!

Fortunatamente ad accoglierci nella capitale c’era un gran bel B&B, comodo, accogliente, elegante, fornito di tutto: svizzero. Scelto da me, ovvio 🙂

Tra sole e pioggia

Piove sulla festante città di Québec e io sono in un bel B&B del quartiere di Sillery, mezza assonnata e con le braccia in fiamme dal gran sole preso oggi soprattutto visitando la Citadelle di cui, più ancora che la lunga, articolata cerimonia del cambio della guardia, con tanto di regimental goat, mi è piaciuto Danilo: l’istrionico cicerone Danilo, che ci ha mostrato la cittadella e tutto il suo spirito, esordendo con un bel “I’ve never been to Canada, but I hear…” Perché qui non siamo in Canada, siamo in Québec, e l’inglese non è per niente ovvio, mentre invece è ovvio che il mio francese, dismesso da una decina d’anni, non è molto utile. E inutile è diventata anche la mia macchina fotografica che ha deciso di andare in pensione in un momento poco opportuno.

Québec pullula di turisti da far impallidire certi TG italiani che parlano dei weekend nelle città d’arte; moltissimi gli americani che magari fanno un salto da NY. E Montreal nei giorni scorsi, pure. Lì è ancora in corso un grandioso festival del jazz che accende le piazze. Gran sole anche il primo giorno di Montreal, e acqua a secchiate il secondo, così il Mont Royal che dà il nome alla città ce lo siamo fatti tutti zuppi, ma imperterriti nelle nostre immuni scarpe da trekking.

Perché si va di corsa. Quando ci è capitato di esporre l’itinerario, l’unica a non fare una piega è stata l’annoiata impiegata della dogana dell’aeroporto. Ma a lei forse avremmo potuto dire che avremmo fatto coast to coast in una settimana, sai che noia.

Domani si riparte per il nord, ci aspettano le balene. E il freddino del nord.