Il cuore sulla copertina

La copertina del libretto bianco reca un’insegna a cuore, sullo sfondo grattacieli grigi. Forse segnala al passante un localaccio di varie libidini. Se la copertina è la chiave al libro, io devo ancora infilarla nella toppa, ma  anche senza sbirciare dal buco so che questo cuore è rosso come l’allarme.

C’è già un tempo vagamente settembrino, sole svarechinato e ein Hauch Traurigkeit, un tocco di tristezza come orecchini di cattivo gusto. Due giorni fa, però, il lago era un incanto. Domani è l’ultimo giorno del corso di italiano a kakanici, i certificati e i moduli di gradimento aspettano dentro la loro busta, per l’ennesima volta posso riporre passato prossimo/imperfetto, sistema pronominale e imperativo, attività ludiche e comunicative, induzione e sopportazione. Il capo ha fatto il bonifico e s’è pure sbagliata nei conti, dandomi più euro del dovuto;  in Italia il sistema scuola si sommuove, ruttando nomine per tappare qualche buco che difficilmente parlerà tedesco.

Mia madre mi scrive timidi sms “Quando torni?”. La Maria Luigianesca città, invece, mi sembra così lontana, come se non ci avessi mai abitato. E forse è proprio così.

Ogni partenza porta pacchi e pensieri.

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Tifa con noi!

Temo che a volte nell’insegnamento dell’italico idioma mi manchi un po’ di entusiasmo.

Non l’entusiamo per la lingua, quella c’è, fortissimo, ma per l’Italia. Non riesco davvero a convincermi che il Bel Paese sia quello per cui smaniano letteralmente tre quarti dei corsisti: ragazzine invaghite dei maschi italiani, perché sono “tutti bellissimi” (uhm…), matrone innamorate dell’arte, nonne pazze per la cucina italiana e via decantando.* Allora cerco di fingere, di recitare. Preparo materiale sulle Olimpiadi e faccio il teatrino della tifosa azzurra. Guardate come siamo bravi, 8 medaglie, e le donne poi, scherma, judo…

Poi leggo che queste stesse donne s’attaccano come pidocchiette alle tasse e mi cade anche il simil-teatrino. E poi leggo delle comode prigioni della mia cara Maria-Luigianesca città, dell’amore per il lavoro dei dipendenti delle ferrovie (e poi qualcuno osa dire che il provvedimento è troppo duro?)…

Entro domattina devo trovare qualcosa per rimettermi in faccia il cerone dell’italiana spensierata. E magari anche una parrucca tricolore.

* In verità c’è sempre anche qualcuno che pone domande imbarazzanti del tipo: “Che ne dici di Berlusconi? ” “Cosa pensi del sistema sanitario italiano (!!)?” Rara avis, comunque.

Bucato

Non pneumatico bucato, ma fare il bucato. Nei giorni scorsi si ripassavano i lavori di casa (argomento che ha riempito di gaudio il ragazzo laureato in economia, come è immaginabile) e, a parte chiarire in modo efficace la differenza tra cucinare e cucire che allignava in ogni corsista, è uscito “fare il bucato”.

Insegnare l’italiano a stranieri produce un effetto straniante molto utile: nel momento stesso in cui enunciavo l’espressione, mi sono chiesta pure che cavolo volesse dire fare il bucato?!?

bu|cà|to
s.m. AU
1 pulitura di panni e biancheria fatta in casa con acqua e sapone o in lavatrice: sapone da bucato, un bucato rapido, efficace | preceduto dal verbo fare, lavare: fare il bucato, fa il bucato una volta alla settimana
2 l’insieme della biancheria da lavare o già lavata: stendere, stirare il bucato.
Polirematiche
di bucato loc.agg.inv. CO appena lavato: lenzuola, camicia di bucato.

Il Pianigiani online spiega che un rapporto con i buchi esiste davvero: le donne di campagna lavavano i panni “in un tronco d’albero smidollato e bucato dal tempo”. Non proprio come l’oblò delle nostre lavatrici.

NB Il ranno è la liscivia.