Deutsch oder Italienisch?

– Prof!!
No prof!
– Sì…fraulerin
Dimmi
– Ho dimenticato il quaderno…
E io il libro.
Io non ho fatto i compiti.
Io ho sbagliato a copiare l’orario.
Io non trovo le fotocopie.
Io ho sbagliato quaderno.

Ok, oggi sarò ancora malleabile, ma dalla prossima inizio con le segnalazioni.

Pro…no, frau leriri, cosa vuol dire malleabile?

Pagliacci e aviatori

Parola del giorno del Duden:

herumblödeln: anhaltend blödeln: er ist selten ernst und blödelt viel herum

Herumblödeln significa dire continuamente scemenze, fare il pagliaccio senza sosta, ed è un verbo perfetto per quei tre-quattro elementi presenti in ogni classe, quelli che non hanno proprio voglia di far nulla, parrebbe per partito preso.

Ci sono due categorie: coloro che appunto costellano la lezione di commenti e interventi uno più strampalato dell’altro, e coloro che sono piuttosto apatici. I secondi sono spesso i grandi boicottatori: non portano il libro, non portano un quaderno, se è tanto si fanno dare dal compagno un foglio su cui tracciano svogliati lettere cui sono essenzialmente impermeabili, foglio che comunque presto volerà via, in forma alata. L’aeroplanino di carta è indubbiamente il simbolo per eccellenza del somarismo applicato. Vorrebbero volarsene via dalla classe, dalla scuola, verso il paese dei balocchi.

Meno o più di quanto volessi

ho un tetto sulla testa
scarpe ai piedi
burro per il pane
ho un tavolo
una sedia e un letto
ho un padre morto
una madre morta
avrò un fratello morto
ho avuto cose buone
molto buone
non così buone
ho avuto tempo
poco tempo
molto tempo
ho avuto una vita
ho avuto un uomo
che mi ama
quel che ho avuto
che cosa ho avuto
quel che ho annotato
ho avuto di più
ho avuto di meno
avuto cosa, poi

L’originale di questo scarno inventario esistenziale  si trova qui: è una lirica della poetessa berlinese Anna Jonas.

Il primo giorno di scuola non si dimentica mai

Panzane. Almeno per me: non ricordo il primo giorno delle elementari né quello delle medie né quello del liceo né la prima volta che posai i miei giovini glutei su un seggiolino universitario davanti alla tromba di turno.

Però può darsi che il mio primo giorno di scuola come supplente di lingua krukka avrà  miglior fortuna nella memoria. Grazie al satrapino (che, bontà sua, ha preso per sé il lunedì libero), la mia scuola è iniziata con ben quattro ore ininterrotte, dunque circa ottanta ragazzini a dosi di venti l’ora, in tutta la gamma, dalla prima alla terza classe. La notte di ieri l’ho passata quasi in bianco: un po’ per l’improvviso gelo che ha reso il lenzuolino estivo insufficiente, un po’ per l’ansia da prestazione. A ciò si aggiunga il fatto che la scuola è in fase di ristrutturazione – avrebbe dovuto essere già completata, ma … -, e la cornice degli inizi è stata dunque provvisoria e improvvisata. A entrare in classe con alunni senza libro, e io senza fotocopie, ma anche senza gesso, senza cancellino e senza registro personale, c’era sì da emozionarsi.

Non m’ha affatto emozionato, invece, rimettere piede in altri panni nella scuola che fu la mia “media”. Sarà stato per il lifting che hanno fatto all’edificio e per l’imperante odore di malta e impalcatura. Non m’ha emozionato nemmeno vedere nell’androne i lavori di educazione artistica che fece la mia classe tanti anni fa, ancora appesi come e dove ai tempi che furono. E pensare che nel collage lagunare la cattedrale di qui lo disegnai io.

A proposito di primo giorno di scuola, mi sono tornate in mente la Schultüten che addolciscono l’inizio scolastico ai bambini tedeschi delle primarie. Comunque, ripensando alle classi, erano proprio i primini i più tranquilli e contenti, pur senza Schultüte alcuna. E sentirli ripetere in coro Hallo e Tschüs imitando quasi perfettamente la mia intonazione, da fiduciosi animalini ancora senza remore e vergogne, m’ha dato persino una gioia.

A proposito di fulmini…

Ecco, arrivato l’autunno, pieno ottobre in quanto a temperature. E poi pioggia torrenziale, tuoni e fulmini. Ci si salvi con le metafore.

Se quel tipo è un fulmine

GIAN LUIGI BECCARIA
Mi è capitato di sentire un’espressione dialettale incantevole per designare la pupilla: angelo dell’occhio, angioletto. Metafora bellissima, già contenuta nel diminutivo latino pupilla, «bambolina, bambina», vale a dire la piccola immagine che nella pupilla si riflette rovesciata. È una delle tante che costellano la lingua comune, o coronano la lingua della poesia. La metafora non è soltanto un fattore del cambio del significato, quel meccanismo universale che arricchisce i linguaggi.

Giambattista Vico poneva le metafore all’inizio della storia degli uomini: sarebbero state secondo lui il primo modo della comunicazione. Anche Rousseau (Saggio sull’origine delle lingue, 1781) dice che «le prime espressioni furono dei Tropi». Aristotele, nella Poetica, definiva la metafora come un trasferimento a un oggetto del nome che è proprio di un altro; una sostituzione di una parola con un’altra il cui senso letterale ha qualche somiglianza col senso letterale della parola sostituita. Non c’è manuale che non citi il caso di testa, un vaso di terracotta passato poi nel linguaggio familiare e scherzoso al significato di «capo», così come potremmo dire «zucca» o simili.

Un grande maestro nell’arte della retorica, Quintiliano, aveva definito la metafora una similitudo brevior, una similitudine abbreviata (in realtà il «paragone abbreviato» non serve per spiegare la maggior parte delle metafore): «è un orologio» significa che una persona è precisa come un orologio, «è un fulmine», veloce come…, «è una piuma», leggera come… Si prendono due parole e li si ricongiunge per similitudine, per analogia. Dato rondini e forbici un poeta può proporre «Le rondini sono / forbici / leggere / che tagliano / il cielo coi loro voli neri».

In poesia la metafora la fa da padrone perché realizza uno straniamento, che è tanto maggiore quanto è la distanza o la relazione tra i due campi semantici. E tale straniamento imbocca via di grande libertà, anche se c’è una sedimentazione nelle lingue di tantissimi stereotipi metaforici: «volpe» per persona astuta, «serpente» per strada curvilinea, ecc. Metafore scontate. La metafora è nuova quando nasce, poi diventa morta. Tocca allo scrittore risvegliare le assopite, o proporne di nuove.
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 13 settembre)

Che meraviglia, le rondini come forbici. Certo, ora se ne sforbiceranno verso contrade più calde, poverine.

Senza te vivrei ancora

senza te vivrei ancora
vivrei senza te finché,
vivrei ancora come prima che tu,
vive quanto ha occhi
come prima ha sguardi uguale,
senza te come mi va come
mi – va corre cade, se la pelle mi
strappassero avrei piuttosto
freddo, vive mi tiene salda
quel che venne viene ancora viene: a capo-
fitto schiantarsi nell’
abbraccio del marciapiede.

Le liriche della scrittrice austriaca Evelyn Schlag (nata nel 1952) sono variazioni su un unico tema: il divino ordine dei desideri, le alterne vicende dell’amore e i traslochi del cuore.

Fonte e originale DE (© Evelyn Schlag): Dradio.de.

Se ogni traslazione da lingua in lingua è in fieri, questa è stra-infieri. Non sono sicura di aver capito la lirica in tedesco, ma me ne sono innamorata. L’accoppiata “amore” e “non capire” è comunque piuttosto comune 🙂

Satrapini

L’uomo dell’orario sta chino sopra un largo foglio con le caselline settimanali da riempire. Gli altri parlano, discutono, litigano, dibattono, mugolano, imprecano, si indignano, si lamentano, si associano e dissociano, fanno smorfie di impazienza, stizza e noia, oppure si nascondo dietro facce da sfingi, e lui sta perennemente chino sul suo foglio. Guarda, rimira, controlla, scorre la tabella su e giù, cancella, riscrive, ponza e medita. Al massimo porta fuori dall’aula il suo io organizzativo e si fuma una sigaretta puzzona attraverso un filtro di plastica trasparente. Probabilmente sempre e ancora valutando chi spostare di qua, chi mettere di là, e chi favorire magnanimamente con il mirabolante privilegio del sabato o del lunedì libero. Assaporando la suspence che la sua opra nascosta produce negli astanti dibattenti.

Ad alcuni, ai nuovi, dice giulivo: Ti tio sogni, el sabo, ti tio sogni, el luni. Xe già tanto se te dago ea domenega pomerigio libera.

Qualche volta sembra rianimarsi. Per esempio, sulla disciplina ha sentenziato: Ocore star tenti, far subito presente chi xè che comanda. Senò quei i te magna el riso in testa.

Ridere figurandosi in classe con i ragazzi che mangiano il riso sula testa. Come i piccioni ai turisti in piazza San Marco, per dire.

Parola del giorno dello ZIngarelli, recuperata dal 20 gennaio 2005 (ebbene sì, le tengo e me le studio periodicamente)

sàtrapo o +sàtrapa, (raro) sàtrape
[vc. dotta, dal lat. satrape(m), dal gr. satrápes ‘governatore persiano di provincia’, adattamento dell’ant. persiano xsathrapa ‘signore (-pa) del regno (xsathra-)’; 1481] s. m. (f. -éssa (V.))
1 Nell’impero persiano, dignitario posto a capo di un distretto.
2 (fig.) Chi approfitta della propria carica, posizione e sim. per spadroneggiare sugli altri: ‘essere un satrapo’; ‘fare il satrapo’.|| satrapóne, accr.