A proposito di fulmini…

Ecco, arrivato l’autunno, pieno ottobre in quanto a temperature. E poi pioggia torrenziale, tuoni e fulmini. Ci si salvi con le metafore.

Se quel tipo è un fulmine

GIAN LUIGI BECCARIA
Mi è capitato di sentire un’espressione dialettale incantevole per designare la pupilla: angelo dell’occhio, angioletto. Metafora bellissima, già contenuta nel diminutivo latino pupilla, «bambolina, bambina», vale a dire la piccola immagine che nella pupilla si riflette rovesciata. È una delle tante che costellano la lingua comune, o coronano la lingua della poesia. La metafora non è soltanto un fattore del cambio del significato, quel meccanismo universale che arricchisce i linguaggi.

Giambattista Vico poneva le metafore all’inizio della storia degli uomini: sarebbero state secondo lui il primo modo della comunicazione. Anche Rousseau (Saggio sull’origine delle lingue, 1781) dice che «le prime espressioni furono dei Tropi». Aristotele, nella Poetica, definiva la metafora come un trasferimento a un oggetto del nome che è proprio di un altro; una sostituzione di una parola con un’altra il cui senso letterale ha qualche somiglianza col senso letterale della parola sostituita. Non c’è manuale che non citi il caso di testa, un vaso di terracotta passato poi nel linguaggio familiare e scherzoso al significato di «capo», così come potremmo dire «zucca» o simili.

Un grande maestro nell’arte della retorica, Quintiliano, aveva definito la metafora una similitudo brevior, una similitudine abbreviata (in realtà il «paragone abbreviato» non serve per spiegare la maggior parte delle metafore): «è un orologio» significa che una persona è precisa come un orologio, «è un fulmine», veloce come…, «è una piuma», leggera come… Si prendono due parole e li si ricongiunge per similitudine, per analogia. Dato rondini e forbici un poeta può proporre «Le rondini sono / forbici / leggere / che tagliano / il cielo coi loro voli neri».

In poesia la metafora la fa da padrone perché realizza uno straniamento, che è tanto maggiore quanto è la distanza o la relazione tra i due campi semantici. E tale straniamento imbocca via di grande libertà, anche se c’è una sedimentazione nelle lingue di tantissimi stereotipi metaforici: «volpe» per persona astuta, «serpente» per strada curvilinea, ecc. Metafore scontate. La metafora è nuova quando nasce, poi diventa morta. Tocca allo scrittore risvegliare le assopite, o proporne di nuove.
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 13 settembre)

Che meraviglia, le rondini come forbici. Certo, ora se ne sforbiceranno verso contrade più calde, poverine.

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