Scioperare

Senza poter becerare in piazza, resta lo scioperare.

«Sciopero» (dallo “Scioglilingua” di De Rienzo)

La definizione più esatta (e attuale) di sciopero la dà lo Zingarelli. “Astensione collettiva da parte dei lavoratori, per raggiungere determinati fini d’ordine sindacale (economico o normativo) oppure sociale e politico”. L’etimologia è banale. La parola si forma dal verbo “scioperare” che viene dal latino parlato “exoperare”, dove “ex” ha valore negativo (non operare). Il termine è usato già intorno al 1284, ma nel significato di “togliere qualcuno dalle sue faccende”; nel senso d’oggi, entra nell’uso scritto verso la metà dell’Ottocento e viene catalogato dal dizionario di Petrocchi nel 1891. Prima, per esempio nei vocabolari toscani, continua a conservare un senso infastidito: “Levare chicchessia dalle sue faccende, facendogli perder tempo”. Nella letteratura alta (ma non impegnata) mantiene una sua cordiale svagatezza: “Piove / sul nulla che si fa / in queste ore di sciopero / generale”, scrive Montale in “Satura”. Ma se si spegne un po’ in prosa e poesia, questa parola nell’uso dà un fiorire di terminologia. Ed ecco accanto allo “sciopero generale”, quello “a oltranza” o “a tempo indeterminato”. Poi si prosegue con bizzarria. Lo sciopero può essere a singhiozzo, a catena e a sorpresa, può diventare bianco o selvaggio. Per non dire dello sciopero della fame e di altre forme fino a un malaugurato sciopero del sesso.

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