In un tappeto di acqua

In einen Teppich aus Wasser
sticke ich meine Tage,
meine Götter und meine Krankheiten.

In einen Teppich aus Grün
sticke ich meine roten Leiden,
meine blauen Morgen,
meine gelben Dörfer und Honigbrote.

In einen Teppich aus Erde
sticke ich meine Vergängnis.
Ich sticke meine Nacht hinein
und meinen Hunger,
meine Trauer
und das Kriegsschiff meiner Verzweiflungen,
das hinübergleitet in tausend Gewässer,
in die Gewässer der Unruhe,
in die Gewässer der Unsterblichkeit.

Thomas Bernhard, Gesammelte Gedichte, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1991, dall’odierno Lyrikkalender.

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Agelast

Ha gli occhi di un azzurro franto e lontano, come acqua su un bagnasciuga di conchiglie frantumate e ciottoli ora bianchi ora neri. E’ bella come l’immaginetta di una madonna, con i lunghi capelli biondo cenere e un che di composto e intimamente lieto. Si è animata, oggi, quando mi sono avvicinata al suo banco a trafficare con il registratore, e ha detto con disarmante spontaneità: “Mi piace come fai questo, mi piace la lezione. E noi abbiamo parenti in Germania e ho una cugina, che parla solo tedesco…” E  continuava con trasporto.

V. è moldava e il suo commento, sussurrato mentre gli altri venticinque (!) impazzavano, com’è uso appena io distolgo mezz’occhio, mi molse una giornata parecchio agelasta.

hypergelast: One who laughs excessively.

ETYMOLOGY:
From Greek hyper- (over) + gelastes (laugher), from gelan (to laugh). A related word is agelast: someone who never laughs.

da A.Word.A.Day (Wordsmith.org)

Contemplazione del tempo

Mein sind die Jahre nicht, die etwa möchten kommen;
Der Augenblick ist mein, und nehm ich den in acht,
So ist der mein, der Jahr und Ewigkeit gemacht.

Gryphius, per i meditativi del mese racchio.

(Ma anche, che so, un Liebeslied per i lussuriosi, Laß die Matratze knarren!, o Vergangene Liebe per quelli che sono in fase calante, Einsam entfremdet und ohne Verstehn, o Ich bin versenkt, versunken, per quelli cui non nascono più fiori in bocca.)

Il mese racchio

Quatto quatto è arrivato ottobre, mese per me parecchio racchio*. D’altronde è la stagione dei racchi e degli spampinamenti**. Degli inizi uggiosi e delle foglie secche sotto le scarpe. Della “miseria”, quei freddi improvvisi che prendono allo stomaco e alle spalle e peggiorano al pensiero che è davvero arrivato il momento di cambiare il guardaroba – il guardaroba è a trecento chilometri di distanza. Dell’uovo e della gallina, che poi alla fine ci si accorge che non c’è né uovo né gallina e bisogna accontentarsi del pan secco senza com-pan-atico. Delle fotocopie e delle ventilato questo e quello che quasi pare si esageri, ora, che succede, ma poi era il solito soufflé che si sgonfia malamente; resta quel che c’è fino al termine del mese racchio e poi, ancora, solo quello stesso pan secco. Poco da spampanare***, insomma.

* ràcchio (1) [etim. incerta; 1773] s. m. Piccolo grappolo di pochi chicchi maturati male che viene lasciato sulla vite dopo la vendemmia.
ràcchio
(2) [da racchio (1); 1932 ca.] agg.; anche s. m. (f. -a) (pop.) Che (o Chi) è brutto, sgraziato.
[Parola del giorno dello Zingarelli del 24 settembre 2008]

** pàmpino o (tosc.) pàmpano [vc. dotta, lat. pămpinu(m), di orig. preindeur.; av. 1320] s. m.1 Foglia della vite. 2 (lett., spec. al pl.) Vite.
***spampanàre
o (raro) spampinàre [da pampano, variante di pampino, con s-; av. 1320] A v. tr. (io spàmpano) 1 Privare le viti dei pampini, spec. in vicinanza della vendemmia. 2 (lett.) Ostentare, sfoggiare | (assol., tosc.) Vantarsi. B spampanàrsi v. intr. pron. Perdere i pampini | Detto dei fiori, spec. delle rose, allargarsi molto dei petali e stare per cadere.
[Parola del giorno dello Zingarelli del 23 settembre 2008]