Nashi – o dell’ibridità

Sabato scorso sono andata a comprare un po’ di frutta – le clementine vanno per la maggiore, mi fanno l’effetto delle ciliegie – e sullo scaffale in alto c’era una cassettina con alcuni frutti tondeggianti di un inusuale color giallo rugginoso e maculato. La targhetta diceva Nashi. Mr Quant era curioso, via, chiediamo cos’è, se ci tieni a saperlo. Sono una via di mezzo tra pera e mela, dice la commessa. Te ne compro una, così l’assaggi.


Dice un sito di agraria, preso a caso:

Il Nashi (Pyrus pyrifolia (Burm. f.) Nakai) è una pianta originaria della Cina centrale (dove viene chiamato “li”; il termine “nashi” è invece giapponese e significa “pera”), zona a clima temperato subtropicale, diffusa anche in Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia.
Alla fine degli anni ’80 è iniziata la sua coltivazione anche in Europa, dapprima con notevole interesse che poi è rapidamente diminuito, tanto che oggi è considerata marginale ed il consumo interno alquanto limitato.
Le caratteristiche peculiari del nashi che lo differenziano dalla pera comune sono:
– la forma: rotonda e appiattita, simile a quella della mela (da cui il nome improprio di “pera-mela”);
– la polpa: compatta, succosa e croccante;
– il sapore: dolce e profumato;
– la buccia: liscia, di colore dorato-bronzato (negli esemplari più pregiati) o giallo-verde;
– il gusto: particolarmente dissetante e piacevole nella stagione estiva.

Così ho imparato una parola nuova. Ma non solo la parola, anche cosa ci sta dietro. Così è anche cambiata la mia esistenza in questa fase (è una fase, lo so già, la chiamano precarietà moderna): meno parole, più cose. O meglio, persone, tante persone. Il rapporto con le persone è molto più sfibrante che quello con le parole. 130 libri si macinano in un certo tempo e non tutti insieme nell’arco di una settimana; 130 person(cin)e tutte insieme e nell’arco di una settimana sono una fatica psicofisica. A volte, se è l’ultima ora di lezione, esco fuori dall’aula esausta come se avessi battagliato per il doppio o triplo del tempo; le ore pomeridiane – il prezzo del sabato libero nel sistema di viscido libero mercato scolastico – valgono un quarto di una prima o seconda ora.

Ah,  poi a Mr Quant il nashi nemmeno è piaciuto.

Cave!

Cave hominem unius libri. Guardati dall’uomo di un libro solo.

Guardati dal rientro. Parola che fino a poco tempo per me non voleva dire granché, ora significa due ore pomeridiane, di cui una di fronte (in mezzo, a dire il vero, insegnante mobile) a forse la peggiore classe che ho, due ore da cui esco con chiodi che mi trafiggono le orbite e un bisogno di silenzio anacoretico, inesauribile.

Guardati dal portare centotrenta ragazzini a casa dentro una testa trafitta da chiodi. Man dreht sonst dann einmal durch, sagt die Freundin, die auch unterrichtet.


Rundbrief

Meine Liebe, dies war erst die Jugend,
Frühjahr tiefer Bitternis.
Herr Minister für Arbeit, Soziales und Sonne,
mir haben die Götter das Feuer gestohlen,
während Kosten mit mir spielten und
Blumen mich bissen, Rosen, abendrot.
Nun wächst Unkraut im Bett.
Es lachen die atombetriebenen Hühner,
und wenn ich mich umbringe,
wird es wegen einer Lappalie sein.
Verehrte Akademie für Dichtung und Maschinenbau,
das Leben ist schon so lange zu kurz.
Meine Tage sind vergangen wie Rauch,
die Hoffnung wurde zu Wasser.
Ich möchte Mitglied werden.

Ralf Rothmann, Gebet in Ruinen, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 2000, preso da qui.

Circolare

Mio caro, questa era la giovinezza,
primavera d’alta amarezza.
Signor Ministro del Lavoro, degli Affari sociali e del Sole,
gli dei m’han rubato il fuoco,
mentre i costi mi solleticavano e
i fiori mi mordevano, rose, color rosso serotino.
Ora mi cresce la gramigna nel letto.
Ridono i polli a propulsione nucleare,
e se mai m’ammazzerò
sarà per una bagatella.
Stimata Accademia della Poesia e dell’Ingegneria meccanica,
è già un bel pezzo che la vita è troppo corta.
Svaniti sono i miei giorni come fumo,
la speranza si è annacquata.
Vorrei iscrivermi.

(trad.mia)

Sentirsi così

Ah, antica e perfetta, ignoto l’autore e noto il sentimento del sé:

Selbstgefühl

Ich weiß nicht, wie mirs ist,
Ich bin nicht krank und bin nicht gesund,
Ich bin blessiert und hab keine Wund.

Ich weiß nicht, wie mirs ist,
Ich tät gern essen und geschmeckt mir nichts,
Ich hab ein Geld und gilt mir nichts.

Ich weiß nicht, wie mirs ist,
Ich hab sogar kein Schnupftabak,
Und hab kein Kreuzer Geld im Sack.

Ich weiß nicht, wie mirs ist,
Heiraten tät ich auch schon gern,
Kann aber Kinderschrein nicht hörn.

Ich weiß nicht, wie mirs ist,
Ich hab erst heut den Doktor gefragt,
Der hat mirs unters Gesicht gesagt:

Ich weiß wohl was dir ist,
Ein Narr bist du gewiß;
Nun weiß ich, wie mir ist!

Dal Des Knaben Wunderhorn, il romantico “Corno magico del fanciullo”, inizio ottocento – ma preso da qui.