I giorni della merla

Le merle sono grigie, e i giorni della merla sono grigi e freddi e si passano tappate in casa a leggere e imbigirsi.

mèrla
[f. di merlo (1); av. 1342]
s. f.
· Femmina del merlo | (sett.) I giorni della merla, gli ultimi tre del mese di gennaio, solitamente molto rigidi quanto a clima.

Parola del giorno dello Zingarelli.

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Hinlümmeln

hin|lüm|meln, sich ‹sw. V.; hat› (ugs. abwertend): sich in betont nachlässiger od. unmanierlicher Weise halb hinsetzen, halb hinlegen.(Parola del giorno di ieri del Duden)

hin|lümmeln itr fam sich (irgendwohin) hinlümmeln stravaccarsi fam/spaparanzarsi region + compl di luogo. (Giacoma-Kolb della Zanichelli)

Hinlümmeln mi piace perché lo faccio onomatopeico: lümmeln, lümaconi che strisciano sulle sedie, pigri e lenti e bavosi.

Destino

E’ uscito, è uscito! Mi ha fatto compagnia in un periodo di trapasso e sconquasso, mi ha fatto rileggere tutto il Chandler che trovavo in giro, mi ha fatto trepidare, mi ha fatto fare uno sciopero e un incidente (in quest’ordine), mi ha divertito parecchio, e ora se ne va violetto e speculare per il mondo – molto bella quell’idea del titolo doppio, se mai avessero chiesto a me, lo avrei trovato molto azzeccato.

Qui su Wuz con le prime pagine, qui le altre recensioni, qui il primo che l’ha recensito su Anobii (ma quando cavolo l’ha letto? Comunque, che venga un callo doloroso a colui che ha dimenticato l’autore in seconda).

Sui neologismi

L’odierna rubrica di GLBeccaria sulle parole è appetitosa. Parla di neologismi, con esempi prestigiosi:

Un tempo erano gerghi e dialetti a suggerire espressioni nuove. Quando Pasolini usa per la prima volta un aggettivo come smandrappato (1959), lo prende dal romanesco. Oggi sono piuttosto le lingue straniere a proporre parole nuove, l’anglo-americano innanzitutto. Il francese ora ci presta meno parole. Ne cito almeno una, tra le più note: beni culturali, neologismo che in italiano entra nel 1950, attraverso il fr. biens culturels (1949), e passa stabilmente alla terminologia internazionale (spagn. bienes culturales, ted. Kultur-güter, con qualche divergenza, ingl. cultural property).

smandrappato (RE centr.)
1a di indumento, sbrindellato, lacero o stazzonato, sgualcito
1b estens., di qcn., che indossa abiti logori e consunti o sciatti, sgualciti
2 fig., di una squadra, un gruppo e sim., disorganizzato, raccogliticcio (De Mauro)

E poi ci sono le invenzioni comiche di Totò:

Qualcuno ricorderà i suoi fantaschifezza «brutto libro di fantascienza», perspicaciona «donna assai perspicace», tramaturghi «coloro che ordiscono trame», strombare «soffiare il naso con violenza»… Voci prive di stabilità, proposte per gioco. Fa eccezione quisquilie e pinzillacchere «cose da nulla» (deformazione quest’ultima di pillacchera «grumo di melma», parola di conio nuovo che trovi in ben otto film di Totò, quasi sempre associato a quisquilie). Ma, ripeto, per la maggior parte si tratta di neologismi comici senza ricaduta nella lingua comune.

pillacchera (RE tosc.)
1 schizzo di fango che macchia vestiti od oggetti | estens., grumo di sudiciume attaccato al pelo di pecore, capre e sim.
2 fig., difetto, magagna (De Mauro)

Far finta de pomi

Oggi ho sentito una che abita nella città che fu Serenissima dire (intimare) “non far finta de pomi”. Forse ha detto “di pomi”, per il dilagante fenomeno di standardizzazione del dialetto veneziano. Mentre quelli parlavano, io trascrivevo sul bordo del quadernone, da vera lessicomane in incognito. Purtroppo non posseggo un dizionario veneto-italiano; internet (qui) mi riporta:

Far finta de pomi: far finta di nulla con aria ingenua.

Che relazione hanno i pomi (le mele) e il fare lo gnorri? Boh.

Ultimamente sto facendo un po’ “finta de pomi” con il blog. Leggo moltissimo e sguaiatamente; ogni tanto la sera mi abbruttisco davanti alla televisione. Conto i mesi alla fine dell’anno di squola.

Non è sempre vacanza

Una sorta di dizionario concreto bilingue: Krankenhaus-Ospedale. Aufnahme – Accettazione. L’accento dell’operatrice che parla italiano è molto tedesco. Ne arrivano parecchi in tenute da sci, in Moonboot che ancora vanno dopo vent’anni (mancavo da molto al settore moda montagna), in tutine ipertecniche e berrettini di pile. Un paio sopraggiungono su due ruote, con ancora gli scarponi ai piedi, prelevati freschi dalle piste. Per esempio una ragazza con la gamba rigida e fasciata e l’espressione di chi ha già superato il dolore, la paura, lo sconforto, e ormai si trova un’agritudine da vacanza rovinata. Rovinata anche al giovane che spinge la carrozzella (compagno o fidanzato o marito che sia) e tenta di metterci un po’ di buon umore, muovendo la carrozzella con estro goliardico, un po’ da ospedale pazzo. La donna si spaventa, “Sta’ attento!”, sorride un po’ distentendo la faccia terrea, chissà come si sente in colpa e chissà lui come cerca di superare la delusione con la sua amorevole buffoneria.

Per il resto è una catena ordinata nel lindo Krankenhaus: accettazione, numerino duplice, consegna all’infermiera di uno dei due numerini (dovrebbero chiamare per numero per la noiosa e ipocrita questione della privacy, ma poi le vecchiette non reagiscono, e allora si sentono rieccheggiare nei corridoio nomi e cognomi, alla faccia), attesa, chiamata numero uno, visita rapida e routinaria, attesa, radiografia, attesa, visita numero due, diagnosi rapida mentre il dottore si guarda le sagome chiare delle ossa, bendaggio, accettazione, diagnosi stampata nitida e precisa sul foglietto bilingue – distorsione, stiramento, sospetta lesione del menisco – , conto, pagamento, auf Wiederschau’n.

Insomma, l’ennesima vittima della settimana bianca alto-atesina, eccomi qui. Dopo l’inizio gelido e innevato sulle piste, la mia visita al pronto soccorso di un’amena località bilingue ha dato una svolta rilassante alla vacanza: piscine, sauna, grandi dormite, lunghe letture, succulente mangiate di leccornie pusteresi. Siamo tornati rosei, paffuti e beati come bimbi, carichi di Käseknödel, Speck, HonigHandschüttelbrot, Toblacher Stangenkäse und so weiter.

A proposito di prelibatezze: devo dar ragione a Seia che fortissimamente voleva leggere Non è sempre caviale di Johannes Mario Simmel (orig. Es muss nicht immer Kaviar sein. Die tolldreisten Abenteuer und auserlesenen Koch-Rezepte des Geheimagenten wider Willen Thomas Lieven, Zürich, 1960,  trad. di Amina Pandolfi). Me lo son gustato negli ultimi due giorni, mi mancano circa le ultime cento delle 622 pagine di questo vecchio mattoncino Garzanti del 1967 – carta brutta e da nessuna parte si legge il nome per esteso dell’autore, soltanto le iniziali dei due nomi, perché mai? Politica editoriale? Vezzo dell’autore? Si tratta delle rocambolesche e godibilissime avventure di un affascinante tedesco poliglotta, giovane banchiere a Londra prima della seconda guerra mondiale, che suo malgrado inizia una strepitosa carriera come doppio, triplo, quadruplo agente segreto, sempre attorniato da ufficiali accaniti, simpatici delinquenti e bellissime donnine. Ma soprattutto la storia di un cuoco sopraffino che risolve parecchie situazioni apparentemente senza scampo con un menù ben congegnato ed eseguito. Il romanzo è costellato di ricette di paesi diversi che glorificano il potere seduttivo e pacificatore di un buon desinare in compagnia. [Su Simmel torno perché qualche giorno fa se ne è scritto, e non per la pubblicazione di un nuovo libro.]

Per finire, il Christkindl (Gesù Bambino) mi ha portato un nuovo portatile: un Sony Vaio con un forestiero e antipatico Vista che non pare animato da sentimenti benevoli verso tutti i miei dizionari. (Che oggi sia dovuta tornare a squola, non salvata dalla neve che imperversa soltanto sul lato occidentale del nord Italia, nemmeno lo scrivo.)

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