Miesepeter

La parola del giorno del Duden è miesepeterig

miesepeterig, miesepetrig = (ugs.) verdrießlich, schlecht gelaunt zB miesepeterige Patienten; miesepeterig dreinschauen

miesepeterig, miesepetrig= (colloq.) brontolone, insoddisfatto (qui)

Il Miesepeter è il brontolone, criticone, rompiscatole e guastafeste. Mieses Wetter è il tempaccio, miese Zeiten brutti tempi, miese Laune è la luna storta, ein mieser Typ è un tipo che meglio schivarlo, sich mies fühlen è sentirsi da schifo.

Mies viene dall’yiddish:

mies übel, schlecht; häßlich, schäbig, widerwärtig (ugs.): Das im 19. Jh. aus dem Rotwelschen ins Berlinische und von da in die Umgangssprache gelangte Adjektiv stammt aus jidd. mis schlecht, miserabel, widerlich. Dies geht auf hebr. me’is schlecht, verächtlich zurück. (Duden Herkunfswörterbuch)

Cfr. sul rapporto yiddisch e tedesco, qui.

E der Mieserpeterschlumpf è il Puffo brontolone (Schtroumpf Grognon). Almeno credo. I puffi in tedesco non li ho mai letti. Io odiooo….

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Ferie alla tedesca, alla kakanika, all’italiana

L’altro giorno lo stavamo facendo come Landeskunde in seconda: il sistema scolastico in Germania, il sabato libero, le vacanze.  Nel minitest, alla domanda “Quanto durano le vacanze estive in Germania?”, uno ha scritto sechs Jahre invece di sechs Wochen, sei anni invece di sei settimane.

Uh, ho detto io, sei anni, sai che noia.

Qualche risatella, ma anche qualcuna che diceva è vero, alla fine, in estate uno si stufa, finisce che andare a scuola gli piace.

Leggevo un articolo sulla proposta del Trentino di adottare le “ferie alla tedesca“:

Il dibattito non è affatto nuovo: nel 2007, a ricordare la parole dell’allora vicepremier Francesco Rutelli, che aveva convinto anche il ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni, sembrava cosa fatta. L’Italia, sosteneva Rutelli, si è fermata agli anni Sessanta, quando la vita era scandita dalla chiusura delle fabbriche e dall’obbligo della villeggiatura in agosto. Ma poi non se ne era fatto niente. E i calendari scolastici sono rimasti rigidi. Non avviene così negli altri Paesi. In Germania, che è il modello a cui si ispirano in Trentino, d’estate si sta a casa per non più di un mese e mezzo; poi c’è una pausa tra ottobre e novembre (si chiama Kartoffelferien, perché coincide con il momento della raccolta delle patate); naturalmente a Natale; ancora a febbraio, a Pasqua e infine tra maggio e giugno. Non esiste, in Germania, un calendario nazionale, ogni regione adatta le vacanze alle proprie specifiche esigenze, ma la filosofia di fondo, che si ispira a ragioni pedagogiche oltreché economiche, è quella di non lasciare gli studenti lontani dalle aule troppo a lungo e di non lasciare tutti a casa negli stessi periodi.

Le Kartoffelferien mi hanno colpito, così come al solito mi colpisce la superficialità con cui si scrivono gli articoli di giornale (cfr. qui per un caso eclatante). Leggendo così si potrebbe pensare che sia un uso ancora in voga; invece rispecchia una civiltà contadina che ovviamente è scomparsa.

In Deutschland und in der Schweiz sind die Herbstferien die ersten Ferien nach Beginn des Schuljahres. Es handelt sich in Deutschland je nach Bundesland um eine oder zwei Wochen im Oktober oder November. Die Herbstferien gingen aus den so genannten Kartoffelferien (bzw. in Bayern aus den freien Tagen an Allerheiligen/Allerseelen) hervor. Während der Kartoffelernte wurden die Bauernkinder von der Schulpflicht befreit, um auf dem heimischen Hof mitzuarbeiten.(fonte)

In Germania e in Svizzera le vacanze d’autunno sono le prime dell’anno scolastico. In Germania ammontano a una o due settimane, a seconda di ciascun Land, in ottobre o novembre. Le vacanze autunnali derivano dalle cosiddette “vacanze delle patate” (Kartoffelferien) (in Baviera dalle giornate di ferie a Ognissanti e alla Festa dei defunti). Durante la raccolta delle patate i figli dei contadini venivano esentati dall’obbligo di andare a scuola per aiutare la famiglia sui campi.

Capirai che esenzione, tapinelli.

In Kakania ricordo le Energieferien a febbraio: una settimana di chiusura per risparmiare sulle spese di riscaldamento, mi dicevano. Leggo ancora qui:

In Österreich dauern die Semesterferien eine Woche und finden im Laufe des Februar statt. Sie markieren die Hälfte des Schuljahres (vgl. Semester). Die Termine sind je nach Bundesländern unterschiedlich. Die Semesterferien sind in Österreich während der ersten Ölkrise 1973 unter dem Namen Energieferien eingeführt worden. Als Grundgedanke diente die Idee, Öl zu sparen, da beinahe alle Schulen damit beheizt wurden. Später wurden die Ferien beibehalten und zu Semesterferien umfunktioniert. Umgangssprachlich werden sie aber noch häufig Energieferien genannt.

In Austria le vacanze di fine quadrimestre durano una settimana, a febbraio. Segnano la metà dell’anno scolastico. Furono introdotte per la prima volta durante la crisi petrolifera del 1973, con il nome di Energieferien. […]

A proposito di periodi di magra, la mia amica e omologa kakanika C. mi diceva che in Kakania vorrebbero far lavorare gli insegnanti due ore in più gratis per far fronte alla crisi. Terminava l’e-mail con un minaccioso “Qui si parla addirittura di sciopero!”.

Cancre

Il libro di Pennac l’ho comprato esattamente un anno fa, quando abitavo nella Maria-Luigianesca cittade. Leggendo la recensione della traduzione in tedesco  mi ha fatto venire una gran voglia di piluccarmelo di nuovo.

Tra le perle di saggezza questa – credo che fondamentalmente valga per qualunque professione (forse addirittura per televisine e sculettatrici di professione), ma soprattutto dopo le lezioni di questi giorni come dargli torto quando scrive:

Nur ein ausgeschlafener Lehrer ist ein guter Lehrer

Solo un insegnante che ha riposato a sufficienza è un buon insegnante.

Il protagonista di Diario di scuola è il “somaro” che traduce cancre. In tedesco è rimasta la parola francese; ecco perché:

Pennac spricht im übrigen nur selten vom schlechten Schüler. Häufiger ist statt dessen vom Cancre die Rede. Der Autor hält es für gut, diesen Begriff im Deutschen beibehalten zu haben, wie er in einer Vorbemerkung zum Buch in ethymologischer Ausführlichkeit festhält, die für das anthropologische Verständnis seines Buchs höchst aufschlussreich ist. Dort steht über den Cancre zu lesen: Dieses seit dem 14. Jahrhundert im Französischen belegte Wort bedeutete zunächst nur „Krebs“, „Krabbe“. Dass es seit dem 17. Jahrhundert auch den Schüler bezeichnet, der die Schule nicht schafft, ist überaus beredt, denn der Cancre ist ein Kind, das aus verschiedenerlei Gründen die Schule nicht geradlinig durchläuft, sondern – wie der Krebs – sich immer wieder seitwärts bewegt und äußerst langsam vorankommt. Dabei ist der Cancre nicht einfach ein schlechter Schüler, wie die zweisprachigen Wörterbücher es verzeichnen, sondern ein Kind, das vom Cancre-Sein befallen ist wie von einer Krankheit – was noch einmal auf die Etymologie des Wortes verweist, geht cancre doch zurück auf das lateinische cancer „Krebs“ im Sinne von „bösartige Geschwulst“.

Una bella recensione che punta sull’andare a passo di gambero come modus vivendi, anzi, come l’esistenza vera e propria: procedere lenti e zigzaganti verso l’incomprensibile.

Cancre-Sein ist Dasein schlechthin: ein langsames Vorankommen im Unbegreiflichen, vorzugsweise seitwärts statt geradlinig. Für den Menschen als konstitutionellen Nichtbegreifer gilt es, „den Cancre als den Normalfall“ (Cannac) zu begreifen.

E proprio bella è anche la copertina.

Inspirare prima di enunciare

Per esigenze lavorative (”ma insomma, non ci aveva promesso di portare la parola più luuuuuunga”) mi trovo a dover pensare a termini krukki la cui enunciazione richiede polmoni.

Intanto ripesco un vecchio post.

Ma dato che

Donaudampfschifffahrtselektrizitätenhaupt-

betriebswerkbauunterbeamtengesellschaft

(cfr. in DE e in IT) mi pare un mostro poco attuale, le preferisco questa

Rindfleischetikettierungsüberwachungs-

aufgabenübertragungsgesetz

(cfr.), ovvero la legge per la ripartizione dei compiti sul controllo delle etichettature della carne bovina, che se non altro mi dà appigli concreti come Rind (manzo), Fleisch (carne) e Gesetz (legge)

Altri spunti:

A short collection of long German words

The longest German word

L’ipersensibile mimosa

L’ignoranza crea nessi: sbagliati. Illustro con un acconcio esempio: mi sono sempre vagamente (non urgentemente, altrimenti avrei intrapreso un’azione conoscitiva) quale fosse il rapporto tra l’aggettivo tedesco mimosenhaft e la mimosa per come la conosco io, le palline gialle e lanuginose che arricchiscono i fioristi l’8 marzo di ogni anno.

Mimosenhaft in tedesco vuol dire

ipersensibile, delicatino, anche permalosetto (überaus empfindlich; übertrieben auf Einflüsse von außen reagierend).

Mah, pensavo sempre vagamente, forse perché la mimosa è sì così delicatina, la compri e dopo due ore il mazzetto è da buttare.

Invece non c’è nessun legame. L’aggettivo tedesco si riferisce alla vera mimosa, la Mimosa pudica, con fiori rosa e una certa ritrosia allorquando viene toccata (di qui anche il nome inglese Touch-me-not). Le mimose dell’odierna festa sono i fiori dell’Acacia dealbata e quello che io definivo con arte “palline gialle e lanuginose” sono i fiori “riuniti in capolini globosi sferici di colore giallo e profumati; raccolti in racemi di 7-10 cm che si sviluppano all’ascella delle foglie.”

L’immagine è tratta da un sito istituzionale australiano.

Apota (e non “apoto”)

[…] Isabella legge moltissimo. Che lei sapesse chi era Samuel Johnson poteva anche capitare; in fondo Johnson è stato una delle personalità di maggiore spicco del Settecento inglese. Ma che avesse letto la sua biografia scritta da James Boswell, mi ha lasciato di stucco. Un giorno, poi, a tavola, le ho detto che io ero “apoto” e Isabella non ha fatto la faccia inebetita che fa lei in questo momento».

Confesso che mi sento preso in castagna.

S.: «Viene dal greco antico. Significa “colui che non beve”. Fu un conio di Papini e Prezzolini».

Allora c’è questo signore attempatello che, come spesso accade in certa età, si è fidanzato con una bella donna di circa quarant’anni più giovane la quale lo avrebbe conquistato anche con le proprie ampie competenze lessicali.

La rete brulica di persone che si richiamano a Prezzolini, e non in senso di astinenza dal vino:

Noi potremmo chiamarci la Congregazione degli Apoti, di ‘coloro che non la bevono’, tanto non solo l’abitudine ma la volontà di berle, è evidente e manifesta ovunque… Di gente che vuole agire.. il nostro paese ne ha abbondanza. Dove difetta è nel resto: la coltura, la vera intelligenza (da non confondersi con la furberia)…, la educazione intellettuale e morale, il senso profondo e largo dell’umanità… Se noi avremo questi valori umani, i partiti, che non li hanno, sentiranno per forza questa influenza. Insomma non dovrebbe essere il nostro un lavorare di pura intelligenza ma tenere alquanto della fede nel lavoro stesso e partirsi dalla convinzione che così si collabora a qualche opera universale. G. Prezzolini (da qui)

Aggiornamento:

Sto sistemando vecchie “parole del giorno” dello Zingarelli e l’ho trovata (27  Maggio   2006):

apòta
[vc. dotta, dal gr. ápotos ‘che non (a- priv.) beve (dal radicale po- del v. pínein ‘bere’)’; 1922] s. m. e f. (pl. m. -i)
* (lett.) Chi non è disposto a credere ingenuamente a qualsiasi cosa, a prestare fede a chiunque.