Di parole che era un pezzo che non sentivo

Oggi, ascoltando questa trasmissione, ho sentito una germanista, di cui ho dimenticato il nome, parlare delle case abbandonate di Berlino (sonnecchiavo un po’) e definirle

dirute

diruto o, meno com. ma più corretto, diruto*
[vc. dotta, lat. dirutu(m), part. pass. di diruere ‘rovinare (ruere) completamente (dis-)’; 1481]
agg.* (lett.) Abbattuto, in rovina | Mura dirute, in rovina, diroccate.

Che bello ogni tanto prendere una boccata di parole fresche che  non si sentivano da un pezzo. Forse diruto non l’avevo mai nemmeno sentito, solo letto.

Oggi in seconda ho rimbrottato una piccola lavativa che diceva che sì, stava copiando, stava per, il libretto. Il libretto un corno, dico io. La vicina: Ih, quanto tempo che non sentivo dire “un corno”.

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Gita fuoriporta

Parola dello Zingarelli (preghiamo):

Lunedì, 13 Aprile 2009
La parola di oggi è: gita / fuoriporta

gìta
[f. sost. di gito, part. pass. di gire; av. 1306] s. f.
1 Escursione, breve viaggio di svago: g. al mare; g. turistica; g. scolastica; una g. a piedi in montagna.
2 (tosc.) Giro di garzone o fornitore presso i clienti.
3 †Nel gioco degli scacchi, mossa.
4 †Andata; CONTR. Ritorno.
|| gitàccia, pegg. | gitarèlla, giterèlla, dim. | gitarellìna, dim.

fuoripòrta o fuòri pòrta
[comp. di fuori e porta (1); 1818] A avv. Oltre le porte, le mura di una città | (est.) Nei dintorni di una città: fare una gita f.
B anche agg. inv.: una trattoria f.

Il concetto di fuoriporta è variabile. Da parte mia, che già mi ero smazzata il viaggio per tornare nella Maria-Luigianesca cittade,  l’altro ieri sono andata con Mr Quant fuoriporta di centotrentachilometri qui:

porto-l

(dove tra l’altro ho notato, non troppo in vista a dire il vero, questa targa a memoria di

targa commemorativa

)

e ieri, fuoriporto, qui

castello p.

E poi, ciliegina, qui a incontrare Straffie und Familie 🙂

Oggi torno nelle patrie lagune, perché domani c’è il Dativ da spiegare…

Eitle Jungs

Nessuno in classe si strapazza per la materia. Quello di crine rosso, poi, una volta si sbraccia per rispondere (risposta che poi non sa dire),  produce verifiche minimalistiche, si specchia negli occhiali da sole guardandosi la pettinatura.

Ecco, l’impegno!!!  B., se tu dedicassi un decimo del tempo che ci metti per conciarti i capelli in quel modo, saresti un genio del tedesco!

(Quel giorno, poi, gli avevo persino detto “Non ti si può vedere”, dopo averlo trovato con un cespo di lattughina fina fina e ritta ritta sul cocuzzolo)

Salta su la compagna di banco: Si figuri, con la piastra ci vogliono due minuti!

!!!

Ridacchiano.

Mah…ai miei tempi la piastra era per le ragazze!!!

Dal primo banco, il gatto sornione fa: Ma no, anche R. [parla di sé alla terza persona, il cesarino] si fa la piastra.

Svariati fanno il coming out. E uno dei più ferventi mi chiede come denominare in tedesco questo essenziale attrezzo.

Non lo so.

Come non lo sa, lei deve saperlo.

Das Glatteisen, o der Haarglätter

Ho stilato un bigliettino e l’ho consegnato a questo grupposcolo di vanesi. A quanto pare, li ho resi felici.