Scadenze

Ieri sera ho finalmente potuto permettermi un film, alla tv, ma meglio di niente (vale a dire la prassi degli ultimi tempi, solo lavoro, lavoro, lavoro).

Ho guardato con certa curiosità I giorni dell’abbandono, tratto da un romanzo che amo moltissimo. L’elemento di maggior spicco è stato sicuramente Zingaretti, un uomo che promana fascino, persino troppo tenendo conto dello sciapo “Mario” del romanzo. Zingaretti però ha controbilanciato la pallida protagonista, incarnata da una Buy che poco aveva a che fare con la mia immagine mentale di Olga: per me una moracciona con profondi occhi neri, una donna ben più incisiva, viscerale, radicale nelle sue espressioni. E’ stato triste trovarsi davanti due biglie di acciaio perennemente sgranate e quel suo capellunto mal ossigenato che non dice disperazione violenta, ma sciatteria di poco conto. Mentre il romanzo mi ha scombussolata con centrifuga a mille giri, il film m’ha persino quasi un po’ annoiato e ne salvo soltanto due scene: la morte del cane Otto, durante la quale ho dovuto dirmi con insistenza “Guarda che è un film, dai, non piangere”, e la scena in cui la Buy spacca il naso al marito fedifrago sbattendolo contro una vetrina e quasi trascina la sua concubina sotto un tram, magnifico. Ma quello che proprio non mi è andato giù è vedere una “traduttrice di libri” ai tempi di oggi che scrive su una macchina da scrivere, senza dizionari intorno, tactac, due dita, al massimo tre.

“Ce la fa a tradurlo entro Natale?”, chiede il direttore editoriale.

Sì, del 2067.