Luridume

lurido
[vc. dotta, lat. luridu(m), da luror ‘colore giallo-verdastro’, di etim. incerta; av. 1498]
agg. * Disgustosamente sporco, sozzo, schifoso: vestito lurido | (fig.) Turpe, sordido, spregevole: gente lurida.

lurid
Etymology: Latin luridus pale yellow, sallow Date: 1603
1 a
: causing horror or revulsion : gruesome b : melodramatic, sensational; also : shocking <paperbacks in the usual lurid covers — T. R. Fyvel>
2 a : wan and ghastly pale in appearance b : of any of several light or medium grayish colors ranging in hue from yellow to orange
3 : shining with the red glow of fire seen through smoke or cloud

Mi parrebbe dunque che l’esordio dell’odierno articolo di Repubblica sia stato redatto un po’ di fretta:

LONDRA – Il padrone di casa del G8, il summit dei grandi della terra che si tiene la settimana prossima all’Aquila, ha “tanti luridi scandali” domestici: ma il più grosso dovrebbe essere il suo rifiuto di riconoscere i problemi economici dell’Italia. (da)

The host of the G8 summit, Silvio Berlusconi, faces many lurid scandals at home. But the biggest should be his refusal to accept the extent of Italy’s economic woes (da)

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Eufonia e nostalgia

La parola del giorno dello Zingarelli è

eufonìa
[vc. dotta, lat. tardo euphōnia(m), dal gr. euphōnía, comp. di êu ‘bene’ e phōne ‘voce’ ☼ 1585] s. f. (ling.) Effetto gradevole che si produce quando dati suoni si incontrano.

eufònico
[1748] agg. (pl. m. -ci) (ling.) Detto di suono gradevole | Che facilita la pronuncia. || eufonicaménte, avv.

E quel simbolo di picche lì davanti? Ah no, è un fiore, un messaggio amoroso…

«Tra le novità di questo Zingarelli 2010 spicca l’apertura a un cospicuo patrimonio di belle parole “da salvare”. Contrassegnate da un’icona di una semplicità elementare ma dal profondo valore simbolico, un fiore, ♣, – cosa c’è di più struggente e disarmante? –, sono quelle tante, preziose parole dell’italiano delle quali può sfuggire a molti il senso e di cui si deve tuttavia dire: “eppur ci sono”. Profumate in molti casi d’antico, non saranno proprie dell’uso corrente o correntissimo ma sono pronte a prestare la loro opera per chiunque voglia ancora disporne: parole carezzevoli e degne di rispetto, che valgono un nodo al fazzoletto perché non siano spedite in soffitta prima del tempo». (Tratto dall’Osservatorio della lingua italianadi Massimo Arcangeli)

Mi è venuto in mente che nell’ultimo lavoro mi sono battuta per un “plaga” – che, pensa te, viene dalla stessa radice di pelagos, mare – che secondo me lì, con quel linguaggio, con quell’autore, nel bilancio di avuti e dati che è la traduzione, ci stava benissimo. (Che però poi ci sia nell’edizione finale, è tutt’altro discorso. Le bozze, come scrivevasi, non ho potuto leggerle).

plaga
[vc. dotta, lat. plaga(m), dalla stessa radice del gr. pélagos ‘mare’. V. pelago; 1321]
s. f. (pl. -ghe, †-ge) 1 (lett.) Regione, zona della terra: una plaga fredda, calda, deserta, inospitale | †Parte del cielo: quindici stelle che ‘n diverse plage / lo ciel avvivan di tanto sereno (DANTE Par. XIII, 4-5)