Kopfnote

Non è la nota di testa del sommelier 🙂

Ho appreso di questa parola oggi leggendo la mailing list degli insegnanti di tedesco in Italia e dato che sono come il ragno che aspetta la sua mosca lessicale, ecco, presa:

Kopfnoten nennt man die Schulnoten, die etwas anderes als die Leistung in den einzelnen Fächern bewerten. Dazu gehören unter anderem Mitarbeit und soziales Verhalten. Die Kopfnoten werden im Allgemeinen vom jeweiligen Klassenlehrer auf Basis der Einschätzungen der Fachlehrer erstellt. Sie sind üblicherweise nicht relevant für die Versetzung. Der Begriff Kopfnote leitet sich aus der Tatsache ab, dass früher diese Noten oberhalb der restlichen Noten, also im Zeugnis-Kopf, zu finden waren.

Insomma, il voto di condotta. Più o meno.

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Ognuno ha la propria legge di Murphy

Quella del traduttore contempla traduzioni per le quali si passa la prova di traduzione ma che richiederebbero giornate di 36 ore, dunque nisba, non si puote, e  traduzioni con tempi fattibili ma per le quali non si passa la prova di traduzione. Contatti che ti tengono in ballo per un anno e mezzo, poi si fanno vivi e vogliono la traduzione in due mesi, mentre ne stai facendo un’altra (poi spariscono). Restano i capisaldi di case editrici verosimilmente contente ma che hanno deciso che i paesi di lingua tedesca sono incapaci di produrre un qualche libro degno di traduzione.
Quadro completo.

Grigliata di teutonici

La parola del giorno del Duden è bellissima

Teu|to|nen|grill, der (ugs. scherzh.): Strand in einem südlichen Urlaubsland, an dem sich massenhaft deutsche Touristen sonnen.

E io mi trovo esattamente in una località piena di Teutonegrills (peccato che io non abbia il tempo di grigliarmi insieme a loro e possa ancora pregiarmi di un simpatico color gorgonzola). Il mio nuovissimo, fiammante Dizionario di tedesco della Zanichelli

recita

Teutonengrill: fam scherz “spiaggia f di un paese mediterraneo molto frequentata da turisti tedeschi”.

Appunti per una reincarnazione intelligente

A me piacerebbe credere nella reincarnazione. Ma ci vorrebbe una reincarnazione con promemoria.

Promemoria.

La prossima vita possibilmente nascere uomo. Se proprio bisogna nascere donna, almeno in Scandinavia.
La prossima vita studiare per esempio ingegneria o economia e commercio, se si ha la sfortuna di nascere in Italia, e poi emigrare quanto prima.
La prossima vita fare il notaio o l’agente immobiliare. Sempre sperando che non si abbia la sfortuna (relativa, una può anche nascere in Iran, per esempio) di nascere in Italia.

(Continua)

Nazione che nomini, pregiudizio che tiri fuori

L’argomento dell’odierna rubrica di GLBeccaria mi piace parecchio: modi di dire legati alla nazionalità che lasciano sempre tralucere i pre-giudizi. Per esempio, sui pagamenti nei locali:

Pagare alla romana, nel senso di spartire in modo eguale tra amici una spesa comune, potrebbe anche derivare dall’antica usanza delle trattorie romane che per maggiore praticità e rapidità facevano pagare il conto ai pellegrini dividendo il costo delle pietanze portate all’intera tavolata.

Ma se gli accosto altri modi stranieri per dire la stessa cosa, la mia spiegazione traballa: vedi ingl. to go Dutch «pagare alla olandese», o quel «pagare alla tedesca» che in russo, romeno, turco indica appunto il pagare alla romana. I sudamericani dicono a loro volta «pagar a la americana», pagare come gli americani del Nord, e gli spagnoli pagar a la catalana, i portoghesi di Lisbona fazer as contas a moda do Porto, oppure pagar a moda do Porto. In Italia esiste anche la variante, pagare alla genovese.

Che poi a me personalmente piace più di tutto pagare alla kakanika: passa la cameriera superaritmetica e chiede a ogni persona cosa ha preso, fa il conto rapidissimamente sul suo piccolo bloc-notes, piglia i soldi, dà il resto e avanti, imperturbabile. Anche perché quando paghi alla romana o comunque “tutti insieme”, c’è sempre, sempre, uno che si mimetizza e non paga e alla fine vengono fuori queste scene, tutti devono ripigliare fuori i portafogli, si ri-suddivide, ricomincia la conta snervata, mezzi sono già in piedi a sgranchirsi, altri si agitano, e io non capisco come quella persona non riesca a sentirsi coperta di melma. Ma tant’è.

Se poi bisogna indicare qualcuno che fa finta di niente, come quello che non paga mai:

Quando dico fare l’indiano, fare finta di niente, non mi riferisco certo agli indiani asiatici ma a quelli d’America, che agli europei nel momento in cui approdano sulle coste del Nuovo Mondo sembrarono trasognati e assenti, e questo per la difficoltà di comunicare per la ovvia distanza di lingua e di cultura: ma «fare l’indiano» equivale perfettamente all’espressione italiana fare l’inglese, alla spagnola hacerce el sueco, «fare lo svedese».

Andarsene senza salutare, o anche andarsene senza pagare, il che si ricollega a chi fa lo gnorri quando si paga alla romana.

In italiano andarsene senza salutare si dice andarsene all’inglese, ma in Calabria diventa andarsene alla spagnola, a Venezia andar via alla romana, in Inghilterra to take French leave «prendere congedo alla francese», mentre i francesi contraccambiano con filer o s’en aller à l’anglaise, e i tedeschi sich auf hranzösisch verabschieden «congedarsi alla francese», nella Germania del Nord incontriamo sich auf polnisch empfehlen «andarsene alla polacca», nella Germania nord-occidentale holländisch abfahren «andarsene all’olandese»… È tutto uno scambiarsi reiterato di cortesie.

E visto che si parla di pagare e di mangiate, ecco le definizioni date all’Altro secondo ciò che mangiano:

Le attribuzioni errate o gratuite di un’abitudine a chi proprio c’entra poco sono numerosissime. In Italia i tedeschi sono stati chiamati mangiapagnotte nel gergo di caserma, gli inglesi hanno indicato i francesi come mangiatori di rane (frogs), ma in Italia l’attributo di «mangiatori di rane» lo distribuiamo a questo e a quello, spesso senza motivazione reale.

Eh, qui ci si potrebbe dilungare. I tedeschi non sono forse mangiapatate? O mangiacrauti? E gli inglesi non li chiamano krauts? (Qui una bella lista di termini usati per indicare i tedeschi). E gli italiani sono Spaghettifresser, mangiatori di spaghetti, ma fressen è il cibarsi degli animali, quindi è tutt’altro che un complimento. Qualche anno fa in Kakania un corsista mi disse che gli italiani in Austria sono chiamati anche – sempre spregiativamente – Katzelmacher. Cosa voglia dire è una storia così lunga che uno può leggerselo in pace qui.

Luridume

lurido
[vc. dotta, lat. luridu(m), da luror ‘colore giallo-verdastro’, di etim. incerta; av. 1498]
agg. * Disgustosamente sporco, sozzo, schifoso: vestito lurido | (fig.) Turpe, sordido, spregevole: gente lurida.

lurid
Etymology: Latin luridus pale yellow, sallow Date: 1603
1 a
: causing horror or revulsion : gruesome b : melodramatic, sensational; also : shocking <paperbacks in the usual lurid covers — T. R. Fyvel>
2 a : wan and ghastly pale in appearance b : of any of several light or medium grayish colors ranging in hue from yellow to orange
3 : shining with the red glow of fire seen through smoke or cloud

Mi parrebbe dunque che l’esordio dell’odierno articolo di Repubblica sia stato redatto un po’ di fretta:

LONDRA – Il padrone di casa del G8, il summit dei grandi della terra che si tiene la settimana prossima all’Aquila, ha “tanti luridi scandali” domestici: ma il più grosso dovrebbe essere il suo rifiuto di riconoscere i problemi economici dell’Italia. (da)

The host of the G8 summit, Silvio Berlusconi, faces many lurid scandals at home. But the biggest should be his refusal to accept the extent of Italy’s economic woes (da)