La vaiasseide della politica italiana

Sono freschi gli articoli online sull’epiteto con cui la dimissionaria Mara (Maria Rosaria) Carfagna ha bollato la collega Alessandra Mussolini, una che va fiera del suo cognome:

«Vajassa», «serva» o «domestica» nel significato dialettale, «prostituta» per i napoletani di fine ‘800 , «donna che vive nei bassi» per i partenopei di oggi. Quale che sia l’accezione che aveva in mente, il ministro non ha certo voluto fare un complimento alla collega, ancora per poco, di partito.

Per comprendere bene etimo e accezione del termine, la migliore fonte online è l’Istituto linguistico campano, in cui si legge:

La lingua napoletana ha molti termini per dire con un nome l’attività che oggi noi chiamiamo di collaborazione familiare. Una lista certo non completa deve almeno prevedere serva, vaiassa, criata, zambracca, femmena ‘e servizzio, cammarera. In questo elenco solo quello di vaiassa sembra dare adito a incertezze, sia per quanto attiene alla sua origine, sia perché ha più d’un significato, designando al tempo stesso la sguattera sguaiata e la plebea sbraitante e rissaiola che ha per strada il proprio agone. (qui)

Sguattera sguaiata, plebea sbraitante e rissaiola per designare la Mussolini: ora, si possono aver dubbi su come la signora Carfagna sia arrivata alla posizone di ministro, ma sulla sua proprietà lessicale, no.

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Resistere, come Toni Servillo

Mi affascinano sempre gli attori che recitano in lingua straniera. Penso che un attore (grande, però) sia predisposto per la produzione orale in lingua straniera, dato che la lingua è una raffinata forma di imitazione e molti, studiando, sono incapaci di parlare in modo accettabile una lingua perché non riescono a discostarsi dai fonemi e dalle curve intonative della propria lingua madre: ovvero, non riescono a imitare i parlanti della lingua straniera che studiano.

Servillo è un grande attore. Presentato al Festival del cinema di Roma, è in programmazione in questo periodo Una vita tranquilla, di Claudio Cupellini, in cui Servillo è  Rosario Russo, nelle parole dell’attore

Un uomo che si nasconde, un animale braccato che cerca riparo in una tana fatta delle tre diverse lingue in cui si esprime. L’italiano per parlare con i dipendenti, il tedesco per la sua nuova famiglia, la moglie tedesca e il bambino avuto con lei, il napoletano per il figlio che riappare dal passato e minaccia la sua nuova esistenza. Sotto la bonomia del cuoco si cela l’ex-killer che spera di aver chiuso con la violenza, Rosario vive nel terrore costante di essere scoperto, perché al passato non si sfugge. Lo schema del racconto, con al centro il tema della paternità, è classico, da tragedia.

Trovo molto interessante come Servillo colga con queste parole uno degli aspetti più interessanti delle lingue: una lingua come nuova identità. Servillo recita in tedesco quando interpreta appunto il ruolo dell’integrato nella società tedesca, del tedesco migrante (mit Migrantenhintergrund). In un’altra intervista gli si chiede se è stato difficile recitare in una lingua che non conosce.

Solo il 20% del film è in tedesco, e comunque non si tratta del monologo di Faust – non siamo certo in zona Goethe, insomma. La mia unica preoccupazione è stata quella di pronunciare le frasi in tedesco con l’intensità necessaria alle scene, che erano importanti nell’economia del film. Tutti i personaggi della storia hanno una grande eloquenza e forza simbolica, non è stato necessario esagerare nei toni, ma anzi, abbiamo lavorato a sottrarre.

Nell’intervista citata prima, invece, gli si chiedeva proprio se  è stato difficile studiare il tedesco:

Sulle prime ho provato sincero sgomento, ma ero anche convinto che l’uso di questa lingua rendesse la storia più seducente e ne accentuasse l’atmosfera europea. Mi sono messo a studiare, per varie ore al giorno, a un certo punto mi è venuto lo sconforto, ho detto al regista “chiama Bruno Ganz, lui parla perfettamente tedesco e anche un ottimo italiano”. Poi però ho resistito, e sono molto soddisfatto del risultato.

Studiare una lingua è una grande opera di resistenza. Inizialmente, infatti, per un adulto lo studio può essere molto frustrante, perché si trova regredito a una fase post-lallazione, con due balocchi incerti. Senza contare che questi balocchi (Come ti chiami, dove abiti) sono rivestiti di un tessuto fonetico estraneo e dunque “difficile”. C’è bisogno di una forte motivazione e di una grande umiltà per resistere (appunto) all’insoddisfazione iniziale e continuare, sapendo comunque che difficilmente le competenze della lingua straniera arriveranno a pareggiare quelle della madrelingua, a meno che non si viva in pianta stabile laddove la lingua è parlata o si abbia un talento particolare e costanza nell’esercizio.