Malattie professionali ed eponimi

Conoscevo il gomito del tennista (che poi vedo chiamarsi “epicondilite”) e il ginocchio della lavandaia (“borsite prerotulea”), oggi sul Corriere si scriveva della “frattura dell’amante“.

Confesso di aver pensato a qualcosa di più lascivo.

Trattasi invece di

frattura del calcagno. Nei secoli scorsi, infatti, era un infortunio piuttosto comune fra gli amanti che, sorpresi dal ritorno a casa inaspettato del marito, non avevano altra via di fuga che il balzo fuori dalla finestra.

Incuriosita, mi sono accorta che il Corriere aveva già dedicato un articolo al tema “eponimi” due anni fa, spiegando innanzi tutto cosa sono gli eponimi:

gli eponimi, cioè il «mettere il nome sopra» (dal greco «epi») alle denominazioni scientifiche delle malattie. […] Gli eponimi rendono tutto più semplice e immediato, persino la percezione di ciò che serve per curare il problema in questione. Borsite prerotulea evoca chissà quali complicati trattamenti, ginocchio della suora, invece, magari fa prima venire in mente che, per cominciare, si potrebbe cominciare col mettere un cuscino sull’inginocchiatoio. Sia detto per inciso, per eponimo, si intende di solito il nome di una persona (Alzheimer, Parkinson eccetera) per definire una malattia, e non di una professione o d’altro, però per comodità espositiva usiamo il termine «eponimo» con entrambe le accezioni.

E poi attualizza gli eponimi facendo riferimento a nuovi mali:

Non a caso , accanto alla lombalgia del camionista, un ‘artrosi alla parte bassa della schiena particolarmente diffusa fra chi guida per lunghe ore i Tir (ma anche fra i motociclisti) si trova anche il celeberrimo gomito del tennista (epicondilite omerale) probabilmente il più celebre eponimo sportivo, ma non il solo. Anche se meno famosa, fa infatti la sua bella figura anche la spalla del nuotatore, e probabilmente è in attesa di apparizione qualche definizione adatta per le piccole «grane» di sport emergenti come lo snowboard (caviglia del surfista?) o il golf (schiena da swing?).

TECNO-EPONIMI – Quella che invece è già comparsa «alla grande» entrando dalla porta principale (una pubblicazione nientemeno che sul prestigiosissimo New England Journal of Medicine) è la Wiite, cioè una sofferenza della spalla cui può andare incontro chi fa un uso spropositato dell’ultima console per videogames Nintendo (la Wii appunto), che permette di interagire col televisore. L’ha segnalata un medico , sottolineando che la sua tendinite acuta isolata dell’infraspinato destro era una condizione compatibile, per esempio, con un’attività sportiva non appropriata a un individuo scarsamente allenato.

E si propone la “polsite da mouse” (al posto di sindrome del tunnel carpale), di cui ho sofferto pure io in un periodo di traduzioni senza sosta,  e si fa accenno a “Black berry, che ha sdoganato un «brandizzato» pollice da Blackberry, che affligge chi esagera con i messaggini”.

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Curriculum formato europeo

Una non vorrebbe mai restare disoccupata se non altro perché compilare il CV in formato europeo è un’impresa titanica.

Quel che diceva davvero Seneca

Sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore ieri Ravasi parlava di insegnamento.

C’è un duplice vantaggio nell’insegnare, perché, mentre si insegna, si impara.

Tra pochi giorni cominceremo ad avere accanto sui treni o sugli autobus le torme dei ragazzi che s’avviano rassegnati a trascorrere la loro mattinata sui banchi di scuola. Hai un bel dire a loro che non scholae sed vitae discimus, e cioè che quella fatica non è per gli esami ma per la vita. In verità, la frase originaria di Seneca era antitetica: Non vitae sed scholae discimus, realisticamente convinto com’era che spesso dalla scuola non si cava molto. E’ ancora a lui e alle Lettere a Lucilio che ho attinto l’aforisma odierno, dedicandolo ai nostri lettori che sono insegnanti. Anch’io ho passato buona parte della mia vita da docente: è vero, insegnando non solo chiariamo e approfondiamo, ma spesso procediamo ulteriormente, col discepolo, nella conoscenza. Diceva Roland Barthes: “Vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui si insegna ciò che non si sa, e questo si chiama cercare.”

Chi si squaglia non quaglia

Sta tutto nella testa. La mia ha deciso di liquefarsi e lasciarmi in asso proprio quando la gran caldazza è stata finalmente mitigata da un gran temporalone, e anche il corpo le sta dietro, come se qualcuno, nella notte, mi avesse sfilato la colonna vertebrale.

A proposito, la parola del giorno dello Zingarelli di ieri era proprio “squagliare” di cui non sospettavo la parentela con “cagliare” e tantomeno con “quagliare”.

squagliare /skwaʎˈʎare/
[da quagliare, con s- ☼ 1250 ca.]
● Liquefare, sciogliere, fondere: il sole squaglia la neve.
B squagliàrsi v. intr. pron.
1 Liquefarsi, sciogliersi: la neve al sole si squaglia.
2 (fig.) Andarsene furtivamente, svignarsela: al momento di pagare si sono squagliati | Anche nella forma squagliarsela (con valore intens.): il ladruncolo è riuscito a squagliarsela.

Squagliare è formato con s- privativa da quagliare che conoscevo nel senso di “aver successo, farcela” ed è una forma alternativa di cagliare.

quagliare /kwaʎˈʎare/
[var. antica di cagliare (2) ☼ av. 1580]
v. intr. (io quàglio; aus. essere)
1 (centr., merid.) V. cagliare (2).
2 (fig.) Giungere a compimento, concludersi positivamente.

cagliare (2) / kaʎˈʎare/ o quagliare
[lat. coagulāre. V. coagulare ☼ av. 1336]
A v. intr. (io càglio; aus. essere)
● Rapprendersi a causa dell’acidità del caglio aggiunto, detto del latte.
B v. tr. ● Far rapprendere: poi col presame cagliò la metà di quel candido latte (G. Pascoli).

Ma è da notare che cagliare nel senso caseario è indicato quale seconda accezione. La prima, un’accezione tuttavia morta, è un prestito dallo spagnolo (sempre sia maledetto) e nel suo senso di “perdersi d’animo” chiude il cerchio alla meraviglia.

cagliare (1) / kaʎˈʎare/
[sp. callar ‘tacere, dissimulare’, dal lat. parl. *callāre, dal gr. chaláō ‘io lascio andare’ ☼ av. 1543]
v. intr.
1 Perdersi d’animo, allibire.
2 Tacere.