Andare, tornare

Oggi leggevo (leggiucchiavo) un articolo sul rapper Fabri Fibra che, come ogni rapper pontifica urbi e agli orbi, incitava gli adolescenti a lasciare l’Italia per svegliarsi:

Andare via dovrebbe essere una riforma costituzionale: “Quando tornerete certe cose che vi sembravano normali prima di partire non lo saranno più e voi vi sentirete degli alieni in mezzo a terrestri rincoglioniti”.

Ha ragione sicuramente sul fatto che andare a vivere fuori dell’Italia per un certo periodo di tempo modifica il punto di vista. Appena tornata da quasi due mesi di Germania, in un contesto tutt’altro che gradevole e ormai familiare come quello che vivo d’estate in Kakania, mi sento sicuramente un po’ aliena. Il beneficio che vi vedo è apprezzare molto di più tante piccole cose che prima mi parevano stupidamente ovvie e poco consolatorie. Il cibo di mia madre dopo due mesi di panini! Una lavatrice tutta per me, da poter usare quando voglio! Il mio studio, il mio letto, la mia cucina! I miei amici che mi vengono a trovare e mi guardano umanamente, dopo due mesi di sguardi sospettosi, scrutatori, diffidenti, infastiditi. Fare la spesa alla COOP! Bersi un prosecchino al bar, sabato sera, appena arrivata a Venezia in treno, ancora con valigiona al seguito! Non sentirsi sola…

All’estero resisti se sei una persona di ferro o sei hai una struttura familiare (vedi il caso lampante dei cari sudisti) che ti appoggia. Non rispondendo a nessuna delle due condizioni, immagino sia questione di tempo. Sarà già molto difficile costringersi a tornare alla fine di questa settimana di Herbstferien, vacanze autunnali. Qui non ce l’hanno, ma oggi hanno fatto ponte, e stasera impazza una forma di schiavismo mentale e consumistico all’America, con gruppetto di ragazzini vestiti lugubremente e madri conciate male con enormi cappelli da stregoni.

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Non è una legge

Quando ti sembra che le cose vadano male, ma tutte male, e pensi che non si possa peggiorare, il peggioramente verrà, inaspettato, fragoroso. Ci si potrebbe scherzosamente appellare alla legge di Murphy, a dire il vero spesso non è che l’incapacità di gestire più problemi che crea un tale stato di ansia e negatività da produrne di nuovi e fatali.

Per esempio, nel lavoro va tutto male? Ti senti oppressa e senza via di uscita? Non sai come far andare avanti ambientamento nel lavoro – un vero garbuglio all’italiana aggravato da livori personali incomprensibili e nonnismo di prima qualità – e ricerca di una casa in un paese di personaggi difficili, con le limitazioni di non essere più una studentessa (il che ti preclude il 90% delle WGs) e di avere un contratto solo fino a luglio (il che ti preclude il 100% degli appartamenti)? Ti ammali più volte, non dormi dalle preoccupazioni, arrivi in ritardo dappertutto visto che ora abiti lontana dai tuoi molti posti di lavoro, in un Gästehaus preso al volo su decisione di tuo “moroso”, e ti muovi con le ferrovie tedesche che forse non sono poi tanto migliori delle italiane? Piangi tutte le lacrime possibili e forse anche di più, senza amici e senza aiuti in terra straniera? Guarda che finisce che ti lascia anche il “moroso”.

E così è successo. Amen. Si risparmia sul telefono.

Personenschaden

E’ stata la replica secca del baffuto controllore delle Ferrovie Tedesche (Deutsche Bahn), chi avevo chiesto informazioni sul ritardo dell’ICE diretto a Klagenfurt (sospiro!)  su cui ero salita venti minuti prima per andare al lavoro a Ulm. Personenschade zwischen Plochingen und Göppingen.

“Personenschaden?”, ho ripetuto perplessa, traducendo “danno alle persone”, “Heißt das, dass jemand sich…” Vuol dire che qualcuno si è…

Ja.

Ah, ma per questo “danno alle persone”, che è indipendente dalla Deutsch Bahn, non sono tenuti a fare niente. E il mio capo, chi lo sente? ho chiesto io. (Che poi non è il capo, sono prima i genitori che possono protestare presso il capo).

Al massimo posso scriverle sul biglietto il ritardo con cui siamo partiti.

Così mi sono fatta fare, e per ben due volte, visto che anche a Plochingen siamo stati fermi, e che alla fine per andare da Stoccarda a Ulm, 80 chilometri, ci ho messo tre ore nette, dal momento in cui sono partita con il bus a quando sono arrivata alla scuola a Söflingen, accolta da urletti delusi degli allievi.

Ieri sera sono andata finalmente in un Waschsalon a lavare biancheria che attendeva da lunga pezza (vedi). Nelle Stuttgarter Nachrichten ho trovato l’epilogo (ho strappato l’articoletto dal giornale. Mi sono accorta poi delle tremila telecamere del Waschsalon. Sono sicura che sono già ricercata per furto, sarà meglio cambiare lavanderia):

Von Zug erfasst
PLOCHINGEN. In der Absicht, sich zu töten, ist eine Frau am Freitag nahe dem Plochinger Bahnhof vor einen Regionalexpress gelaufen. Trotz Notbremsung konnte der Zugführer nicht rechtzeitig anhalten, die Frau wurde sehr schwer verletzt. Sie starb Stunden später. Auch ihre beiden Hunde überlebten nicht. Der Bahnverkehr Stuttgart – Ulm war bis 13 Uhr für etwa 90 Minuten unterbrochen.

Investita dal treno.
PLOCHINGEN. Venerdì nelle vicinanze della stazione di Plochingen una donna si è gettata sotto un espresso regionale con l’intento di uccidersi. Pur avendo azionato il freno d’emergenza il conduttore del treno non è riuscito a fermarsi in tempo, la donna è rimasta gravemente ferita. E’ morta ore più tardi. Anche i suoi due cani non sono sopravvissuti. Il traffico tra Stoccarta e Ulma è stato interrotto per circa 90 minuti fino alle ore 13.

Dietro al gelido Personenschaden, dietro a un trafiletto delle Polizeinotizen, c’è una sagoma indistinta, quanti anni avrà avuto? Come si chiamava? Era malata? Era povera? Era “soltanto” sola? Sola, sola con i due cani che ha voluto uccidere con sé, sapendo che nessuno se ne sarebbe curato?

Mi sono vergognata di aver maledetto la causa del mio ritardo. Uno dei tanti ritardi, in fondo, arrivo sempre in ritardo ovunque.

Una che lavora in IBM risponde così…

… a chi si è sottoposto al fastidioso “casting” per la camera (sempre termine suo, ma quanto se la tirano):

Hallo liebe Interessenten!
Wir haben es endlich geschafft, die (schwierige) Entscheidung zu treffen, und haben uns für einen anderen Kandidat entschieden.
Ich bedanke mich bei Euch nochmal und drücke Euch ganz arg die Daumen, dass Ihr alle eine tolle WG findet!
Liebe Grüße
X

Ciao cari interessati!
Finalmente siamo riusciti a prendere la (difficile) decisione e abbiamo scelto un altro candidato [sic].
Vi ringrazio nuovamente e vi auguro di trovare tutti una bellissima WG!
Cari saluti
X

Sarà un caso che mi sento come quando mi scartavano dopo un colloquio di lavoro? La stessa voglia di andar lì, prendere la tizia per il bavero e pretendere: Ora mi spieghi cos’è che non ti andava a genio.*

Oppure clicco su “Rispondi” e scrivo quel che mi viene parecchio alle labbra da un mese e mezzo a questa parte: mavvaff.

* Avrà parlato con la vicina di sopra. Stoccarda è incredibilmente piccola per essere una città di mezzo milione di abitanti.

Una stanza prigioniera

Per continuare l’arricchimento lessicale in ambito immobiliare, mi imbatto oggi in una “stanza prigioniera”, ein gefangenes Zimmer. E trovo poi un Lexikon che mi spiega:

Ein Gefangenes Zimmer ist ein Raum der nur durch ein anderes Zimmer erreicht werden kann.

Cioè, una camera di passaggio? Mi sa di no. Una camera cieca? No, cieco è senza finestra e mi pare di capire che una gefangenes Zimmer è invece solo una specie di vicolo cieco edile, vi si accede da un’altra camera e non si passa ad altri vani.

Unkompliziert und zuverlässig

Ovvero, non complicato e affidabile.

Sono gli aggettivi che regnano sovrani negli annunci delle WGs. Ah, cos’è una WG? Significa Wohngemeinschaft e si intende la coabitazione di più persone in un appartamento, persone che non siano familiari o legate sentimentalmente. Una Wohngemeinschaft classica implica vivere una dimensione solidale e comunitaria (che, da quanto capisco dagli annunci, è cucinare e mangiare insieme, fare due chiacchiere nel soggiorno, magari guardarsi un film e andare a farsi una birretta in centro). L’opposto è una Zweck-WG, una Wohngemeinschaft per puri scopi di comodo (che sono poi i costi). Ci sono la Stundenten-WG, l’appartamento di studenti universitari, che – purtroppo per me – predomina negli annunci, la Berufstätige-WG, l’appartamento di lavoratori, la Frauen-WG, appartamento solo per donne, o Männer-WG, solo per uomini.

Poi, non classificate sugli annunci, ma nelle mie categorie personali sì, le Mi-ci-pago-le-spese-WGs o le Mi-ci-pago-gli-sfizi-WGs, ovvero persone che affittano, e a volte palesemente malvolentieri, una camera in più del loro appartamento. Per ora ho trovato donne di mezz’età che affittavano la camera lasciata vuota dal figlio in procinto di andare all’università fuori e che volevano sfruttare lo spazio rimasto libero. Questo tipo di persone mi è venuto a noia. L’ultima da cui sono andata era una interior designer con una faccia ingrugnata, appena separata dal marito (e non deve essere stato facile), che si manteneva a occhio più con i corsi di disegno dati in casa e che voleva affittare la camera del figlio in partenza per Friburgo. Mi mi ha tenuto a parlare un’ora e mezza, chiedendomi di tutto e di più (anche, con molto tatto, perché io non abbia messo famiglia) quando la sua espressione diceva chiaramente che non se la sentiva di tenersi in casa estranei, ma che doveva farlo per questioni di soldi. Spiacevolissimo. Infatti non si è nemmeno data pena di richiamare per mandarmi in malora.

A un Besichtigungstermin per una WG (a un appuntamento per visitare l’appartamento) bisogna essere pronti all’interrogatorio. A volte pare di essere a un esame con due professori che ti esaminano, perché devi andare a genio a tutti gli abitanti. Ho sempre odiato gli esami con più di un docente.  Loro ti vogliono unkompliziert e zuverlässig, invece quelli complicati e poco affidabili sembrano loro. Ma è la legge del mercato, baby. Memorabile per me è rimasto un certo Thomas, sulla sessantina, che ha in affitto un appartamento infinito vicino alla fermata della S-Bahn Feuersee, ottima posizione. Un uomo, una lunga storia, dei bei anni Settanta in cui ci si voleva tutti bene e si facevano disinvolte grigliate nel cortile e si faceva musica e tutti i vicini accorrevano invece di chiamare la polizia e denunciare lo schiamazzo, e questa storia me la voleva raccontare tutta la sera in cui sono andata a trovarlo (e io ero in giro dalle sette del mattino e avevo appena visto altre due camere), bevendo bicchieri di rosso con grande nonchalance. Questo elemento è stato determinante per non volerne sapere, e anche il bagno come Durchgangszimmer, un bagno di passaggio, si è visto mai? Ma quando vai all’estero, non esistono più le categorie “si è visto mai?”, ma solo quella “ah, così si usa qui”.

Il meteo patrigno e altre amenità

In questo tentativo di recupero si potrebbe andare per argomenti, cominciando dal tempo.

In una sorta di variante leopardiana, direi che il meteo è patrigno indifferente e nella fattispecie incurante del fatto che io sia partita il 12 settembre temendo che in Teutonia avrebbe presto, anzi prestissimo, fatto freddo e portando dunque meco pochi indumenti estivi, quindi poco preparata a un settembre di sole e gradevoli temperature.

Né il meteo ha tenuto conto del fatto che a Reutlingen, profonda periferia sveva con una sola lavanderia automatica e parecchio dislocata rispetto al mio luogo di pernottamento, sarei finita in una Einliegerwohnung priva di lavatrice e quindi non avrei saputo come (quando trovare il tempo per) lavarmi i vestiti sporchi e sudaticci.

Dovrei aprire una parentesi linguistica su questa Einliegerwohnung. Quando la proprietaria – una collega nella scuola dove lavoro – mi ha offerto aiuto dicendo che aveva una Einliegerwohnung da affittare, ho cercato nel dizionario e non mi sono raccapezzata:

Einliegerwohnung: appartamento dell’inquilino.

Spero vivamente che quanto mi è stato propinato non sia l’Einliegerwohnung modello. Nel mio caso era una camera, completa di bagno sproporzionatamente grande, facente parte di un grande appartamento su due piani più cantina.  Nella cameruccia era stato messo uno di quei mobili con due piastre elettriche e un lavello e ci sono stati aggiunti un frigoriferino (dimensioni inversamente proporzionali al rumore che produceva) e qualche scaffale. Per terra campeggiava una bella moquette vecchia, bianco sporchiccio, adorna qua e là di bitorzoli e rigonfiamenti, con chiazze scure di umidità negli angoli. Un intero lato era finestrato e dava esattamente sul vialetto di passaggio della Wohnanlage, dell’insieme di case a schiera assemblate però non molto a schiera le une con le altre. Le finestre avevano solo una tendina leggera a mezza altezza, il che è stata immediata fonte di turbamento per me, cui ho dato espressione, tacendomi sullo squallore generale. Alla cosa i proprietari hanno dato poca attenzione (massì, la solita mania degli italiani di mettere le tende). Inoltre la camera era rivolta solo a nord, oltre il vialetto c’era una rigogliosa siepe e non era mai possibile capire come fosse il tempo, il sole non entrava mai. Umido, asfittico, rassettato alla maniera tedesca (come si lavano i gatti, così puliscono i tedeschi), il letto con le doghe aggiustate alla buona con adesivo da pacchi, un materasso con le molle vecchie, mobili scadenti e fragili e… nessuna lavatrice, appunto.

Io lo chiamavo teneramente “il loculo”.

Perciò ho cercato di scamparvi quanto prima, ma la padrona non deve averla presa molto bene, se invece di lasciarmi il tempo di cercare un’altra sistemazione (anche se le avevo proposto un pagamento sicuro fino a gennaio), mi ha lasciato un biglietto in cui mi chiedeva di “fare miracoli” e uscire per il 6 settembre. L’avidità è una forza potente nei rapporti umani. Poi ha fatto finta di essere umana e mi ha lasciato tempo fino al 15. Come se io potessi tranquillamente darmi alle ricerche; il lavoro, i viaggi, le riunioni, la preparazione didattica (quella che è stata per me la vera cenerentola finora) invece mi hanno assorbito quasi del tutto.

Non si narrano le traversie e le vicissitudini, si può solo accennare alla diffidenza dei tedeschi quando ci si presenta per una camera in WG, alla diffidenza dei tedeschi quando ci si propone per un appartamento, alla diffidenza dei tedeschi in genere, agli appartamenti di indiani molto cordiali al telefono, ma evidentemente con un concetto abitativo lontano mille luce da quella di un italiano, a camere vuote (perché così è l’abitudine), a studenti disperatamente alla ricerca di un qualunque buco, a preti missionari che mettono in guardia dai conterranei del sud, ad appartamenti belli ma troppo fuori dal mondo, a camere belle ma che sfuggono perché i tedeschi non ammettono i rpensamenti, a camere lasciate andare per fretta e poi ripescate, a prezzi indecenti, ma così si fa quando si ha l’acqua alla gola.

Ma tutto ciò, vediamo il lato positivo, con il bel tempo.

Che poi, al solito, è Internet a dare una mano quando si tratta di capire concetti che il dizionario lascia misteriosi.

Als Einliegerwohnung wird eine zusätzliche Wohnung in einem Eigenheim bezeichnet, die gegenüber der Hauptwohnung von untergeordneter Bedeutung ist. Dies definierte das von 1956 bis 2001 geltende Wohnungsbau- und Familienheimgesetz (Zweites Wohnungsbaugesetz, II. WoBauG) in § 11.[1]

Si definisce Einliegerwohnung un appartamento aggiunto in una casa di proprietà che assuma valore subordinato rispetto all’abitazione principale. Si veda in merito la legge sulla costruzione edilizia e sulle case familiari vigente dal 1956 al 2001.

Inizialmente, leggo, questo tipo di appartamenti erano previsti nelle fattorie per alloggiarvici i lavoratori della terra privi di alcuna proprietà, gli Einlieger. Ecco, io mi sentivo così, in quel loculo. La proprietaria mi ha fatto entrare in casa sua solo una volta. Mentre da noi è normale mostrare tutta la casa agli ospiti, quella mi ha portato in soggiorno e non ho visto altro che le scale per arrivarci. Accampava qualcosa sul dover pulire…quando è una donna cui le pulizie non interessano affatto, le si legge in faccia. Ho dovuto andarmene per non sentirmi appunto come un bracciante. E per non sentirmi dire: Dammi i soldi dell’affitto che compro gli stivali a mia figlia. (e più di un annuncio l’ho accantonato perché è un brutto vizio di queste mammucce, affittare per bisogni materiali bellamente messi in mostra).