Zugfahren ist ätzend

Ore 19.12, il treno si ferma con uno strattone. Sonnecchiavo, con gli occhi fumosi vedo solo una staccionata. Un uomo corre verso il fondo del treno, ne vedo i piedi fuori dal finestrino. Torna. Parte un annuncio. Der Zug endet hier. Alle aussteigen. Il treno si ferma qui, scendere.

Non so nemmeno dove sono, il treno delle 18.10 si ferma a ogni stazioncella. Chiedo a una donna che esala fumetti nel freddo intenso e umido, dice il nome di un paesetto. Nessuno ci dà una spiegazione. Nessun teutonico si agita troppo, nemmeno. E io che stasera volevo fare la spesa con calma…

Nella scena successiva siamo tutti ammassati a una fermata del bus, nella nebbia, lungo una strada del paesetto. Vediamo arrivare altri, perché tutto il tratto è bloccato – così aveva sentenziato l’ultimo annuncio – e i treni si fermano, sbolognando passeggeri di cui non sanno più cosa fare. Passano le volanti della polizia a sirene spiegate. Da ultima anche l’autoambulanza. Noi speriamo solo che arrivi il bus, un bus, verso Plochingen, oltre il blocco.

Infine arrivo a Stoccarda con un’ora e passa di ritardo. Non è nemmeno andata male, ma almeno una volta alla settimana qualcuno deve proprio proprio uccidersi lungo i binari? Non esistono in questo paese balconi da cui sfracellarsi, fiumi in cui lanciarsi, pistole, barbiturici, cappi? Bisogna proprio attirarsi le ire dei poveri pendolari già maltrattati dal loro personale brutto destino?

Zugfahren ist ächzend ätzend!“*, viaggiare in treno è tremendo, sbuffava una ragazzotta oggi a pochi posti dal mio, mentre stavo andando a Ulm, su un convoglio ovviamente partito con (solo!) una decina di minuti di ritardo.

* ätzend (dal Duden online)
(Jugendsprache) abscheulich, furchtbar
(Jugendsprache, seltener) toll, sehr gut
(emotional) beißend, verletzend

** grazie alla correzione di una gentile lettrice 🙂 🙂

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Tempus fugit, goditi il Glühwein

Cosa mi rimarrà di questo anno teutonico? Nella memoria, nel rendiconto di quanto sono riuscita a fare di quello che mi proponevo? Tempo, mi manca sempre il tempo. Finisco di lavorare a Ulm, venerdì, e prendo un treno per Monaco, dove passo un finesettimana che vola via in un turbinio di incomprensioni e urlate iniziali, di persone estranee o meno estranee, di stanchezza, di avidità da lontananza, di appetiti da colazioni a buffet, di Weihnachstmärkte e Glühweine. E di nuovo il treno.

Lunedì è pieno, pieno e finisce sempre male, con un corso semivuoto e raffazzonato, dove praticamente riesco a scontentare quasi tutti i pochi presenti, o almeno la mia scontentezza è tale da dipingere il mondo di nero. Ma la sera sono invitata a casa dei genitori di una collega, una Kollegin bionda e azzurrocchiuta, come ci si aspetta da una tedesca. Un angelo. Gli angeli per me sono quelle persone che arrivano quando mi pare che il mondo sia un grumo di ostilità. Questa mia omonima è l’unica che mi ha sorriso sinceramente, non un sorriso di circostanza a denti stretti e una delle poche che mi ha parlato come se fossi una collega qualunque, non l’intrusa spodestatrice per cui mi ha fatto passare quella mentecatta che mi ha preceduta negli anni scorsi. I genitori abitano a RT, in un’enorme Fachwerkhaus (una come questa, per intenderci) e il bianco che regna all’interno si intona perfettamente con i loro sorrisi, il loro buon vino, il pesce pescato dallo zio nel mare del Nord e la leggerezza con cui mi hanno accolto.

Il martedì è di nuovo una corsa, perchè mi alzo a fatica, fiaccata dal mal di gola, dal raffreddore e dalla stanchezza. Prendo il treno all’ultimissimo secondo, ultima di un drappelletto di ultimi arrivati, che mi sembra corrano alla moviola, forse sono così anche io, ci infiliamo come fantasmi nell’ultimo vagone, la porta si chiude. Fuori arriva un ultimo robot del pendolarismo, ma il treno si muove.

La giornata è meno dolorosa del lunedì, se non fosse che fare da sostegno ai bambini delle elementari implica anche aritmetica, e io ho rimosso tutto con la maturità e per di più non riesco a fare matematica in tedesco, devo parlare in italiano, è come le parolacce, roba delle viscere, va fatta nella lingua madre.

Mi resta un pezzo di pomeriggio libero, evviva. Torno a Stoccarda, passo nella sede del prestigioso ente a prendere un pacchetto, torno a “casa” e lo deposito, prendo altri mezzi, altre UBahnen, altri Busse, e torno in centro, faccio acquisti, guardo e gironzolo, mi sento una persona quasi normale. Il Weihnachtsmarkt di Stoccarda è proprio bello: si apre in largo davanti al castello barocco della città, si infila nella Vecchia cancelleria, serpeggia per il centro fino al Rathaus la cui facciata è un enorme calendario dell’avvento. Le bancarelle sono piene di gente che giovialmente mangia salsicce nel pane e beve Glühwein, vin brulè. Apri un mercatino e il tedesco mostra tutta un’altra faccia.

Il treno. Ancora. Ogni giorno.

Non riesco a organizzarmi secondo gli strampalati orari di questo lavoro per il quale tre giorni a settimana devo tenere i corsi di pomeriggio. Io sono un essere lunare e lunatico e di svegliarmi presto la mattina non c’è verso. Per cui mi alzo tardi (dopo essere andata a letto tardi) e la mattina basta appena per lavarsi i denti, vestirsi e buttare quarantamila libri nella borsa, non avendo provveduto a organizzarmi meglio e a selezionare bene il materiale.

La sera, in queste freddissime e umide sere ulmensi, perdo il treno delle 17.10 per poco e devo attendere un’ora per un altro regionale, opzione gradita per questioni di costi. Ma stamane pensavo a quante cose dovevo fare la sera e ho pensato di prendere un IC prima. Mentre salivo sull’IC, ho sentito che il treno delle 18.10 era stato annullato e ho sentito un certo sollievo, ma te guarda le casualità positive.

Non l’avessi mai pensato. Chissà se per un altro Personenschaden (tra l’altro, esattamente un mese fa! Che ci sia un periodo più ricco di tali eventi?) o chissà cosa, siamo rimasti fermi a Esslingen, quindi “a due passi” dalla stazione di Stoccarda per un’ora e mezza. Un’ora e mezza! Volevo risparmiare 20 minuti… e ne ho persi 90.

Mi hanno sempre lasciato indifferente le proteste dei pendolari dei treni italiani, quando ne avevo notizia dai giornali o telegiornali. Ora inizio vagamente a capire cosa possa essere…

Il capo, il treno

Oggi mi sentivo come Fantozzi nell’ufficio del capo, senonché nell’ufficio del mio capo non ci sono imbarazzanti e scivolosi pouf, ma imponenti seggiole coperte di tessuto rigato che quando ti ci siedi in effetti ti senti piccina picciò.

Dovevo rendere conto di un paio di cosette stortigne nella mia situazione corsi. Mi aggrappavo solo all’idea che se mi avesse trattato troppo male, me ne sarei partita immediatamente per l’Italia, dato che ci sono convocazioni cui sono stata chiamata e per le quali posso sicuramente trovare lavoro. Tra l’altro, è l’ultimo treno di quest’anno, e io di treni che scappano via sotto gli occhi ormai ne so qualcosa. Penso lo lascerò passare, perché il mio capo non è affatto Figl.di Put.Gran D.S. ecc. Certo, è un capo, e non sempre il capo ti dice cose gradevolissime, ovvero, essendo tu a lui subalterno, più che altro devi tacere. Ma non è una persona scorretta. Quasi mi spiace. M’avesse maltrattato, avrei avuto i miei cinque minuti di impazienza e me ne sarei tornata in Italia.

Eppure mi verrebbe da piangere. Ho paura che lasciarsi scappare il comodo treno di due orette di tedesco da qui fino a giugno si rivelerà una gran scemenza.

Caota!

Vorrei scrivere qualcosa di bello o profondo o spiritoso o chennnessò, ma guardandomi attorno in questa camera che non ho voglia di riordinare, perché è temporanea, perché non ci sono scaffali, perché l’armadio è comunque piccolo e una valigia per terra da due settimane fa le veci di una cassettiera, perché il secondo letto è coperto di libri, fotocopie, giochini didattici e qualunque cosa capiti, perché il mio letto vero è coperto di calzini che non riesco ad appaiare, perché mi viene in mente solo il termine di cui si compiacciono gli strani allievi di quest’anno: caota. Come ti definiresti? Caota.

Si fa per dire “caotico”.

Così come sono – a volte preoccupati dai “termìni“, che altro non è se non l’italianizzazione del tedesco “Termine“, appuntamenti. Quanti termìni hanno i giovani moderni, tanti e tanti che poi il corso di italiano non lo possono proprio fare, si lamentano quelle prugne marce dei genitori.

Un anormale sabato di lavoro

Eh be’, uno dice: E’ sabato, ti riposerai.

Mi sembra di averla già detta, letta e pensata, questa. Ma nemmeno oggi è andata così.

Avevamo consiglio e corso di aggiornamento dalle nove alle quattro. Non mi lamento, per una volta è stata organizzato qualcosa di utile, in cui ho finalmente raccolto in modo organico dicerie, appunti sparsi, idee confuse. Era un corso sulle certificazioni che gli insegnanti di italiano del prestigioso ente offrono in collaborazione con le scuole del Baden-Württemberg, a livello A1 del Quadro di riferimento europeo per le lingue nella nona classe (che corrisponde alla nostra prima superiore) della Hauptschule (che non ha corrispettivi, è la scuola dove gli insegnanti tedeschi ammassano chi ritengono incapace) e a livello B1 per gli allievi della decima classe della Realschule (più o meno una scuola superiore di stampo tecnico, e dico molto “più o meno”; è la scuola dove vanno quelli che non sono bravi come i ginnasiasti ma non stupidi come quelli della Hauptschule), del Gymnasium (più o meno il liceo, al liceo ci va chi è reputato valido) e delle Berufsschulen (scuole professionali, di queste mi manca ancora un inquadramento concettuale).

La parte di workshop è stata la migliore, quella di riepilogo e riassunto in plenaria, con una sessantina di insegnanti assiepati, è ovviamente svaccata da un brusio ancora tollerabile a un baccano mostruoso. E soprattutto, come è tradizione italiana, si è discusso e dibattuto su elementi del tipo “i ragazzi che portano i cartellini promemoria alla presentazione orale quanti cartellini al massimo possono portare? quante parole posso esservi scritte?” senza chiaramente raggiungere una norma condivisa. Questo significa che agli esami ogni esaminatore farà come gli pare e che buona parte degli intenti di questa giornata sono naugragati. Amen.

Finito il lavoro, erano ormai quasi le cinque, ho acchiappato una collega di Stoccarda e siamo andate un po’ in giro. Io a dire il vero avevo una voglia insana di pizza fatta a regola d’arte, ci siamo infilate in una “Trattoria al corso” nella Calwer Strasse e ovviamente, paragonata al trancio di pizza del pizzarolo della stazione, mi è parso il paradiso.

A Stoccarda non fa nemmeno ancora così tanto freddo, stanno montando il Weihnachtsmarkt nella corte dell’Altes Schloss e i chioschetti di vin brulè, caffè e dolcetti vicini al Neues Schloss che fan da contorno alla pistina da pattinaggio erano pieni zeppi di stoccardesi furiosamente chiacchieranti.

Non vedo l’ora che sia il 24 dicembre.

Senza occhiali

C’è un bellissimo racconto di Ingeborg Bachmann, Miranda, in cui la protagonista eponima, fortemente miope, gira senza occhiali come forma di difesa dal mondo.

Questa sera ho fatto come Miranda. In un occhio ho una miopia di 2,5, ma dall’altro 4,5, il che non mi assicura una vista aquilina, però stasera ho tolto gli occhiali pensando che bastava, che questo mondo è davvero troppo in certi momenti e preferisco vedere il minimo necessario, dove poso i piedi scendendo dal treno da Ulm, il gradino di scala mobile dove mi posiziono, i cartelli della metro per vedere – digrignando i denti – che al solito ho appena perso la U14 e devo aspettare dieci eterni minuti, una fatalità che ha vanificato il supplemento IC che ho pagato per arrivare prima a Stoccarda.

Senza occhiali scendo a Marienplatz e senza occhiali vado al solito Rewe a fare la spesa, perché domani, sabato!, c’è collegio e corso dalle 9 alle 16 e non ci sarebbe tempo per comprarsi qualcosa da mettere sotto i denti. Lavorare sei giorni su sette, oltre a tutti i chilometri ferrati.

A volte mi è capitato di fare lezione senza occhiali, anche così ci si difende un po’.

I corsi di venerdì sono gli unici popolosi e che non mi danno problemi sulla carta, ma se il primo ha solo due ragazzetti sfrontati, il secondo è tutto fatto di personcine sfrontate e pigre, tanto che hanno persino traviato una delle due belle ed educatissime ginnasiaste, bionde figlie di un(a) medico marchigiano. Vince sempre il peggio. O forse solo la voglia di essere giovani e spensierati, in contrasto però con i miei desideri di insegnare loro qualcosa di strutturato.

Non c’è niente come una classe che si coalizzi contro un(‘)insegnante, è invincibile.