Lunedì

Sveglia alle 4.30 per compilare una fastidiosissima tabella che avrei dovuto mandare prima delle vacanze di autunno. La compilo in fretta e furia, cercando di decifrare appunti, di sistemare annotazioni, di cogliere dati in registri mezzo vuoti e registri vecchi. Mando una tabella deficitaria, ma faccio finta di nulla. Mi sa che a questo mondo si lavora così, a far gli acribici viene solo un fegato come quello di un bisonte. Mi richiameranno. Pace.

Manca poi il tempo di preparare le lezioni del pomeriggio, U-Bahn e treno incalzano. Che fare? Niente. Per l’ennesima volta si parte con l’ansia e si spera nell’oretta di pausa per operare magie didattiche. Quando riuscirò a preparare decentemente le lezioni?

Devo prendere il treno delle 8.22, scappo a prendere la U-Bahn, macchinetta automatica per il biglietto, come al solito ormai uso il bancomat, sono così sottosopra (durcheinander, in tedesco, interessante, ogni lingua usa i propri versi) che non ho fatto colazione e prendo solo al volo una Butterbrezel. Pensavo fosse una Brezel con molto burro, invece è stata tagliata e imburrata in mezzo. Nausea. Questi tedeschi sono culinariamente irrecuperabili.

La giornata è infinita e l’ultimo corso si chiude con il buio, tanto che alcune bambinette vi si appellano per finire prima (si appellano a qualunque fattore pur di finire prima).

Arrivo al teutonico ostello verso le otto di sera. Devastata. E pensare che ho appena fatto una settimana di vacanze.

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