Il capo, il treno

Oggi mi sentivo come Fantozzi nell’ufficio del capo, senonché nell’ufficio del mio capo non ci sono imbarazzanti e scivolosi pouf, ma imponenti seggiole coperte di tessuto rigato che quando ti ci siedi in effetti ti senti piccina picciò.

Dovevo rendere conto di un paio di cosette stortigne nella mia situazione corsi. Mi aggrappavo solo all’idea che se mi avesse trattato troppo male, me ne sarei partita immediatamente per l’Italia, dato che ci sono convocazioni cui sono stata chiamata e per le quali posso sicuramente trovare lavoro. Tra l’altro, è l’ultimo treno di quest’anno, e io di treni che scappano via sotto gli occhi ormai ne so qualcosa. Penso lo lascerò passare, perché il mio capo non è affatto Figl.di Put.Gran D.S. ecc. Certo, è un capo, e non sempre il capo ti dice cose gradevolissime, ovvero, essendo tu a lui subalterno, più che altro devi tacere. Ma non è una persona scorretta. Quasi mi spiace. M’avesse maltrattato, avrei avuto i miei cinque minuti di impazienza e me ne sarei tornata in Italia.

Eppure mi verrebbe da piangere. Ho paura che lasciarsi scappare il comodo treno di due orette di tedesco da qui fino a giugno si rivelerà una gran scemenza.

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