Pensando – in pace – alla Strada della Pace

C’è un bel sole, fuori, su Jesolandia Downtown. Mi accorgo che mi mancava il cielo e mi mancava anche il mare, non sono ancora andata a guardarlo, ma c’è. Mi mancava di meno il freddo intenso della mia camera da letto volta a nord (lato bora, per intendersi), ma tutto il resto è così rassicurante e pacifico che le mani intirizzite non sono poi così importanti.

Mi mancavano il cielo e mi mancava la pace del nido tutto mio, da cui nessuno può cacciarmi, in cui nessuno può mettere becco (tanto per continuare con la metafora ornitologica).

Mio fratello continua a dirmi, con pesante sarcasmo,  “Vedi un po’ se hai fatto un affare”. Mia madre accusa psoriasi di ritorno per la preoccupazione. Mio moroso mugugna sommessamente che vorrebbe io tornassi. Io medesima sono parecchio infelice, in Teutonia, e sempre in ansia, incalzata da mail quotidiane dalle stanze del potere stoccardiane e da colleghi impegnati in qualche commissione del piffero, da telefonate da fare, da allievi da trovare, da scartoffie da sbrigare…

Eppure ci torno, il contratto è stato inviato, domani faccio il bonifico, in qualche maniera prenderò possesso della camera nella Strada della Pace (speravo fosse più beneaugurante…), dovendola pure ammobiliare, anche se sarei tentata di lasciare il materasso per terra e limitarmi a un tavolo, sedia e libreria (in camera ci sono – pare – un armadio e un piccolo sofà). Sette spartani mesi da far passare quanto meglio possibile.

Ma non ci voglio pensare o non ne voglio scrivere fino al nuovo anno. Torno al mio mattone simmeliano.

Auguri. Si fa per dire.

Prima si mandavano i bigliettini di auguri e a molti si telefonava.
Poi, pian piano, sono scomparsi i biglietti di auguri. Si mandavano e-mail, ad alcuni – a volte anche gli stessi, scialando – si mandavano sms e ad alcuni si telefonava.
Poi, piano piano, si sono diradate le mail e a svariati si mandavano sms.
Quest’anno non ho ricevuto nessun biglietto di auguri cartaceo (se si eccettuano due biglietti delle scuole teutoniche e uno persino dal Gästehaus, sic!, ma i teutonici hanno questa coazione alla gentilezza formale, di superficie, quanto sono brutali e rozzi nella comunicazione interpersonale quando si va un millimetro sotto le apparenze), mi sono arrivate due mail di auguri da persone che per me sono pressoché niente, ho ricevuto un sms da un amico che mi ha sempre telefonato prima di ora e un tot di altri solo di risposta (ergo, non lo avrebbero mai fatto di loro sponte), nessuno mi ha telefonato né io ho telefonato a nessuno.
Be’, almeno quest’anno mia madre non era in ospedale per un decorso operatorio dopo asportazione di tumore. Mi sento più che contenta così.
Ah sì, un sacco di auguri su Facebook. Poco sforzo, allora ok.

Comunicazione interculturale

Capirai, tedeschi, italiani, siamo tutti europei, non è mica come se a parlare fossero uno zimbabwese e un lappone. Che difficoltà vuoi che ci siano. E poi tu sai la lingua, no?, alcuni poi ti fanno certi complimentoni, Sie sprechen fast perfekt, ecc ecc.

Col cacchio.

Sto capendo a mie spese che le diversità ci sono, eccome, e che forse non è male che ognuno stia nella propria riserva. Forse avrei dovuto cercare un appartamento e basta, arrendermi al fatto che da quest’anno non guadagnerò un soldo (perderò solo un tot di anni di vita in salute) e mettermi via i miei pii desideri di condivisione. Non riesco a comprendere e dunque ad adeguarmi alle modalità comunicative di questi teutonici. So che bisogna tener conto di molti aspetti – il mio carattere, il carattere dei singoli individui che incontro, le condizioni ambientali (stress da troppo lavoro? ansia? bisogno di rivalsa? traumi infantili? chennesò, mica faccio la strizzacervelli) – ma quando siamo confrontati con qualcosa di molto sgradevole, zac, partono le generalizzazioni, che in fondo in fondo hanno qualcosa di vero.

Stasera ho avuto un paio di chicche teutoniche. Mentre caricavo nell’auto della cara collega che abita a Stoccarda pacchi e cartoni di cose che lascio da lei in attesa che vada a riprenderli dopo le vacanze, esce la ragazzotta della reception del Gästehaus che mi chiede se faccio ora il check out. No, rispondo io, domattina, comincio però ora con i bagagli altrimenti domani non faccio in tempo, devo uscire per le 10, giusto? Ah, sì, ma non si preoccupi, un paio di minuti in più può stare.

Come scusa, diceva l’italiana collerica dentro di me, un paio di minuti?! Giuro, ha detto proprio ein Paar Minuten länger.

L’italiana finta normale sorride e ringrazia pure.

E poi c’è stata la storia delle due personcine con cui co-abiterò da gennaio. Sudore e tremori al pensiero. Parrebbe che la comunicazione non funzioni tanto, diceva la mail all’una di notte di ieri. (Già avrei dovuto intuire, l’una di notte…) Ci sentiamo oggi a telefono, mi ingiunge. Sì, ma quelle non telefonano per tutto il giorno. Evidentemente quella che deve telefonare sono io. Ok, lo faccio ormai verso sera, affinché non si faccia troppo tardi. La logopedista ha il cellulare spento. E poi dice che non comunichiamo, sai com’è, la telepatia interculturale ancora non mi riesce. Allora telefono al medico. Non risponde. Ma bene. Ci riprovo. E quando finalmente si degnano, bontà loro teutonica, di rispondere, la medico si premura di dirmi che che è alla logopedista che devo telefonare. Per carità, accendesse il cellulare, si potrebbe anche fare. E poi, be’, subire una logopedista tedesca stressata in preda ai fumi dell’ira, convinta che qualcuno le abbia tolto energie psichiche con richieste insistenti e non giustificate agli occhiuzzi suoi, non è un’esperienza da poco. Sette-otto minuti di parole che nessun italiano normale si permetterebbe di dire a una persona che quasi nemmeno conosce. Sto rivalutando l’ipocrisia italiana.

Est modus in rebus. E ci sarà un motivo se ai tempi in cui i romani si esprimevano così, i progenitori di questi esseri ancora belluini si aggiravano per tetre foreste e comunicavano con qualche grumo di consonanti velari raschianti, indicandosi le bacche e le pigne.

Ma io, forte del mio retaggio culturale profondo (o forse più probabilmente nella morsa della necessità) ho regalmente reagito, lasciando la logopedista sfogarsi ampiamente, e rattoppando poi le cose. Il resto lo scopriremo vivendo(ci insieme).

Due righe sulla scrivente

C’è una persona, che mi conosce piuttosto bene ormai, che dice di leggere queste pagine. Non so come le legga, penso lo faccia come è diventata normale la lettura ai tempi di internet, cursoria, superficiale, non-lettura. Dice che è un blog di sfogo, che non ha più niente a che fare con l’amor della lingua, che poche persone commentano. Parrebbe una velata stroncatura. Non è facile discutere con la persona, perché sono dialoghi che hanno luogo via Skype, mi piacerebbe dire molte cose, ma alla fine esce fuori solo qualche commento breve che deve suonare forzatamente acido.

Non ho mai scritto solo di parole, spesso il vocabolo era il punto di partenza, la scusa, l’appiglio per scrivere di me. Poi, per un periodo, ho avuto un blog su Splinder dedicato solo alle parole, ma anche lì sforavo sempre. Perché non mi interessava discettare solo di parole, per questo ci sono libri di linguisti ed esperti, mi interessava proprio sfogarmi, mi interessava scrivere. Scrivere mi dà requie. Scrivere mi tranquillizza. C’è, è qui, nero su bianco, non scappa come tutto il resto. Mi aiuta con la mia strana memoria selettiva, che ricorda un dettaglio inutile di decenni fa ma cancella interi anni. Sì, un sacco di persone scrivono e molte non hanno il ritegno di farlo solo su queste pagine virtuali e gratuite, ma imbrattano la carta e sprecano alberi. Almeno io mi limito. Inoltre, da carattere indefinibile sempre in fuga, non mi interessa sbattere queste pagine in faccia alla gente. C’erano due pagine su Facebook in cui il mio blog era inserito e questo mi portava (relativamente) molti lettori: mi sono fatta cancellare. Anche dal vivo sono così, non voglio mettermi in mostra – il che è drammatico nel mondo del lavoro, non si va da nessuna parte se si vuole solo lavorare coscienziosamente e silenziosamente -, mi nauseano le persone esibizioniste e, perdio, il mondo ne è colmo. Ti schiacciano, ti opprimono, ti sbattono in fondo, a lato, di sotto. Ti sommergono di chiacchiere personali, ti inondano del loro ego, ti soffocano con le loro storie. Non che io subisca sempre e basta. Due sere fa, per esempio, il capo sublime si è avvicinato con la sua dama al nostro drappelletto, c’erano tre di ruolo e due tappabuchi, il capo ha iniziato a presentare le persone alla dama, la dama dava la mano da stringere, il capo chiosava “E lei ha una bellissima cattedra.” ecc ecc., e una di ruolo, dimentica degli altri, mi stava fisicamente nascondendo al capo, al che l’ho scostata con la mano e ho fatto presente al sublime capo che esistevamo anche noi. L’ingiustizia mi fa ancora ribollire il sangue e finché il sangue ribolle, sono viva.

Ma proprio perché non amo mettermi in mostra, questo blog lo leggono in pochi. Ci arrivano googlando, per caso, quasi tutti leggeranno sbadatamente e usciranno subito dopo, ma non è un problema. Ho incontrato persone bellissime grazie ai miei precedenti blog e di questo sono immensamente grata alla rete. Spero in altri regali di questo genere, ma se sono doni, non bisogna cercarseli. Se ci sono pochi commenti, non è un dramma nemmeno questo, anche un commento è un dono e non bisogna far conto sui regali.

Notti diverse

Un’esplosione. Sulla Hauptstätterstraße, poco più in là rispetto alle mie molte finestre. E’ l’una di notte e qui passerò ancora solo quattro notti. Nella camera regna la confusione più disperata, non ho voluto sistemare, ho persino rovesciato il contenuto della borsa di lavoro in mezzo alla camera, dove sta da un giorno, gli stivali sono buttati in entratina, il cappotto è caduto dal gancio e l’ho lasciato là, il letto è sfatto, sul tavolo stanno scontrini, appunti, libri, quaderni, oggettistica varia e cartacce, il secondo letto è ingombro di fotocopie e volumi, altri libri stanno impilati per terra e spero di riuscire a farli stare nei due cartoni che sono riuscita a recuperare da DM.

Lunedì sera dormo a Tubinga, dall’Omonima Gentile, che mi ha ospitato due settimane fa. L’Omonima è di Roitlinga dove vivono – come accennavo – i genitori, nella grande casa con intelaiatura a traliccio, ma lei non ha voluto assolutamente tornarsene al nido patrio, si è cercata un appartamento a Tubinga perché, mi spiegava, lì ha qualche amica e lì si può uscire la sera, c’è vita. Abita in Judengasse, il vicolo degli ebrei, in pieno centro a Tubinga, pare di essere finiti in un film medievale, stradine acciottolate, case a traliccio e muri sbilenchi. L’appartamento di Omonima è sbilenco, mentre eravamo sedute in soggiorno le ho chiesto: “Ma sbaglio, o pende?” “Pende!”

Me l’aveva detto che a casua sua non c’è nulla di dritto. Già la disposizione è buffa. Si sale per una ripida scaletta di legno e ci si trova a un piano in cui a destra ci sono wc e poi bagno, rigorosamente separati, e la latrina è uno stambugio così stretto che se ingrassi puoi solo entrare in retromarcia. A sinistra si aprono una porta che dà sulla camera da letto, più in là la porta che dà sul soggiorno e sul lato opposto a bagno/WC c’è la cucinettina. Solo che il corridoio è in condivisione con la padrona che abita al piano di sopra, quindi c’è una strana confusione privato/pubblico. (E la padrona di casa, che inizia a dare forse di matto per l’età, ha tutto l’agio di entrarle in cucina e ravanare nella monnezza quando ha voglia di far storie). Tra la camera da letto e il soggiorno c’è un vano di passaggio che l’Omonima ha adibito a studio, con scrivania, pc e librerie.

E’ una casa strana, vecchia, con le brutture tipiche delle case da centro storico (i piccioni sopra il cornicione del bagno, die Ratten der Luft, davvero!) con finestrelle vecchie e vetri sottili, e c’è da ringraziare che quest’anno il freddo non vuole saperne di venire con le sue gelide alitate e la stufetta del soggiorno è sufficiente a scaldare tutti gli ambienti. Io, che ho dormito su un ingegnosissimo divano letto, ho avuto freddo e fortunatamente mi ero portata via una seconda maglia da casa che ho prontamente infilato, anche perché ormai mi sono abituata bene, con i caloriferi a palla del Gästehaus. Una casa del genere mi sarebbe parsa un orrore se a cambiarla radicalmente non fosse stato il buonumore e l’aura positiva dell’attuale affittuaria. Omonima, che ha il mio nome ma tiene una dozzina di anni di meno, è un cuor contento. Rara, preziosa. Ha adornato questo appartamento con tanti oggetti vecchi, perché le piace l’antiquariato, scatole di latta datate, una vecchia valigia come portalampada, e il suo sorriso rende questi oggetti freschi e spiritosi. Lei voleva finire di preparare la Schneekugel che avrebbe fatto fare ai bambini il giorno dopo, per Nikolaus, e sono rimasta incantata a vedere come lavorava il pongo verde modellandolo a forma di abete, lo incollava sul coperchio di un vasetto ripulito, lo cospargeva di brillantini, poi riempiva il vasetto di acqua, saldava il coperchio e .. voilà, la meraviglia dell’alberello prigioniero con la sua pioggia argentata.

La mamma di Omonima le aveva dato una zuppa da offrirmi – le mamme buone del mondo! – e abbiamo mangiato e chiacchierato e poi siamo uscite a berci qualcosa e poi a letto, e per una volta ho assaporato cosa significhi dormire nel silenzio.

Me ne ero dimenticata.

Incubi

Il mio tempo a Stoccarda sta volgendo al termine. Heute in einer Woche, oggi tra una settimana, come si dice in tedesco, a quest’ora spero di essere a casa, in Italia. Una casa abbandonata da più di tre mesi, probabilmente fredda, ma che so mi parrà di non aver mai lasciato dopo solo un’oretta di permanenza. Non vedo l’ora che arrivi quel momento, anche se sono ancora incerta su come sarà il viaggio, se avrò con me tutte le mie carabattole, se ne lascerò a Ulma, se mi verranno a prendere, se dovrò ingegnarmi in modo alternativo, se se se… Voglio solo il momento in cui scosterò le mie lenzuola del mio lettone azzurro e mi infilerò nel mio letto, sul mio materasso, in un posto che è mio in tutti i sensi.

Un’altra volta la stanchezza fisica e mentale mi sta sopraffacendo. Il caos che fanno i ragazzini, la loro plateale mancanza di voglia fare, le risate, le interruzioni, il movimento incessante, non ne posso più. Ma sopporterei abbastanza se non mi sfiancasse questo pendolarismo spinto. I treni tedeschi ce li sogniamo noi italiani come piccoli idillii puntuali e ordinati. Non è affatto così, i ritardi sono all’ordine del giorno, tanto che la puntualità è l’eccezione (e ogni volta che il capotreno o la capotreno, ognuno con la propria voce impostata e fasulla, decanta la formuletta robotizzata “Wir bitten um Entschuldigung“, “Vi preghiamo di scusarci”, ormai borbotto a mezza voce, come i matti, Enciuldigo ‘sta cippa, brutti farabutti.). E solo sulle menzognere pubblicità tedesche i treni pullulano di persone interessanti che “non incontreresti se andassi in auto”. Ma dove sono queste persone? Molto meglio spazientirsi da soli in auto, nell’ingorgo, che dover avere come vicino un vecchietto serafico che ha occupato quattro (quattro!) posti, uno con il suo flaccido sederone, due con le sue borse e l’ultimo con i piedi rigorosamente scalzati e puteolenti, che ha la sfacciataggine di rispondere che Sì, è occupato, quando la gente chiede di sedersi, occupato da chi? Hai pagato per quattro persone? In questi casi io mi alzo e vado, perché potrei azzuffarmi con personaggi del genere. Oppure sedersi nel vagone biciclette, l’unico con un po’ di aria, ma poi subire l’entra ed esci dal cesso, con personcine impedite che non riescono a chiudere la porta automatica e rischiare di vedere apparati urinari altrui. O viaggiare con due semi-naziskin che canticchiano canzoncine contro la polizia, urlano e bevono.

Stasera, scesa dal treno, sono letteralmente scappata, ho corso, quasi investivo gente, basta, basta, basta, i naziskin alle mie spalle che cantavano, mi sembrava un incubo, sono finita in un incubo, voglio andarmene, scendo nel sottopassaggio e stasera ci sono punkabbestia, barboni, gentaglia in quantità tripla del solito, è ancora un incubo, non riesco a svegliarmi, il cane lupo latra, mi pare di averlo nelle orecchie, latra sempre più forte, mi frantuma i timpani, o è ancora la canzoncina naziskin, basta basta, scappo lungo il passaggio, dove prendo una metro che scenda a Charlottenplatz, devo andare a Charlottenplatz, devo andare all’Archiv, devo andare a sentire canzoni del Risorgimento, tra gente “di cultura”, devo scappare, il cane latra, sempre più forte, cosa devo prendere, la 6, la 5, ma in che direzione?

Finalmente, superato lo scoglio di Charlottenplatz, lo snodo metropolitano più oscuro e complicato dell’orbe terracqueo, arrivo sulla Konrad-Adenauer-Straße, mi infilo nel palazzone, sento già musica di chitarra, vedo luci soffuse. Sono salva. Almeno per un po’, sono salva.

Il caffè tedesco non è potabile

In ospedale all’accettazione mi hanno fatto firmare che non sono andata nel loro Paese per farmi curare. In ospedale puoi prenderti una Suppe Knorr alla macchinetta automatica. Non l’ho provata, va bene la curiosità gastronomica, ma c’è un limite a tutto.

Stasera per strada, ero appena uscita da un passaggio buio e stretto cercando l’indirizzo che pensavo dovesse essere il mio indirizzo da gennaio, ma chissà, un uomo mi ferma e mi indica la sua schiena, dicendomi qualcosa che non afferro, in parte perché non biascica un po’, in parte perché mi roteano pensieri confusi per il capo del tipo: “Ecco, e tu ti fermi, ora ti scippa, ma guarda se dovevi venire in Germania a farti rapinare, o magari ti picchia, ossignore”, e mi fa mette in mano il suo lettore cd facendomi capire che glielo devo mettere nello zaino (eh?!) e quando, automaticamente, lo faccio, pestando un po’ per farci entrare i cavi, aggiunge che devo anche chiudergli la zip, obbedisco, saluto e me ne vo.

Per curiosità ho mandato un curriculum, mi hanno subito chiamato per un colloquio, al Regus Center di Stoccarda. Mentre già comunque pensavo di mettermi l’unico tailleur pantalone che ho nel mio striminzito guardaroba, leggo la mail di conferma scritta dell’appuntamento preso al telefono:

“Bitte beachten Sie, dass wir unserer Firmenphilosophie folgend großen Wert auf Businesskleidung legen.”

La preghiamo di ricordarle che, seguendo la filosofia della nostra azienda, consideriamo l’abbigliamento business molto importante.

Ai ragazzi turchi del Natale italiano non frega una cippa. Quante fotocopie con lessico natalizio sprecato. Ai ragazzi tedeschi non frega niente di studiare seriamente, altre fotocopie sprecate. Ai ragazzi italiani non frega nemmeno di venire ai corsi, almeno così mi sono risparmiata le fotocopie.

Non sopporto più non solo di mangiare per strada, sul treno, sul tram, in stazione, ma non sopporto nemmeno più chi lo fa. E ci sono orde di mangiatori ambulanti. La mattina alle 7 entra la islamica con il suo bel velo in finta seta e si avventa su un qualcosa di puzzone e croccante da farmi quasi svenire. La signora lavora di denti un panino unto sul sedile davanti. La ragazza cammina sul binario addentando una pizzetta con quella specie di rivoltante ketchup. Anche gli studenti, seduti ai loro banchi, sono sempre intendi a rosicchiare, trangugiare, masticare, sgranocchiare, ingollare, bere e suggere dai enormi tetrapak di succhi di frutta. Basta, dico io, ma quelli continuano.

I tedeschi non bestemmiano, è vero. Ma già il loro caffè tira giù dal cielo ogni santo possibile e immaginabile. Ho smesso di berlo dopo tre tentativi, a dispetto delle quantità industriali di zucchero e latte condensato che vi riversavo che non riuscivano a renderlo potabile.