Insistere, perché?

Se racconto a qualcuno le mie attuali condizioni di vita e di lavoro, la reazione – superficiale sì, ma veritiera – è solitamente un invito a tornarmene in Italia. Io stessa, mentre enumero i problemi, le incertezze, le difficoltà, le snervanti ore passate in treno per andare da un capo all’altro del Baden-Württemberghese, le angherie dell’ufficio, la disorganizzazione di un sistema non sistema (sistematico solo nello svantaggiare i supplenti, per esempio la malattia pagata al cinquanta per cento, perché?), le riluttanze dell’ “utenza” adolescente, la scarsa attenzione dei genitori quando non è solo lagnanza o condiscendenza, l’indifferenza o la malignità dei colleghi, la diffidenza dei locali, mi sento presa dalla commiserazione, di me stessa, che non c’è di peggio, e mi domando perché insisto.

Perché insisto? Me lo chiedo tanto di più ora che – come suggeriva la parentesi che mi è sfuggita sopra – sono a “casa” in malattia e ho appunto saputo che qui ai supplenti viene pagato solo il cinquanta per cento, senza contare la farragine di dover andare in ufficio, firmare l’interruzione di servizio (interruzione di servizio?!), firmare la rirpesa di servizio, questo e quello… La burocrazia sì sarebbe in grado di farmi mollare tutto. Senza contare che ora ho la “fortuna” di stare a Stoccarda, se abitassi a Ulma, dovrei venirci appunto solo per una firma. Benvenuti nella burocrazia italiana, dove solo il nanetto complessato del governo scorso faceva finta di credere nello snellimento delle pratiche e nell’introduzione di Internet per semplificare i processi.

Perché insisto, allora? Ora che sono arrivata allo snodo natalizio, la questione mi mozza il fiato. Ho un contratto sul comodino, finalmente ho trovato la camera in co-abitazione (Wohngemeinschaft) a Ulma, finalmente potrei limitare i viaggi a due volte la settimana (e un numero variabile di viaggi a Stoccarda, ma spero non troppi). Il contratto aspetta di essere firmato e poi reinviato. Ho disdetto la camera nel Gàstehaus dove sto ora per il giorno 23 dicembre, pagherò l’ultimo salasso, e poi tornerò a casa per le vacanze e a Ulm ci andrei a inizio anno.

Vedo già insinuarsi il condizionale. In verità anche la malattia ora mi fa scemare la forza della pura caparbietà. Non è fortunatamente niente di terribile, anche se non suona bene (lesione alla cornea dell’occhio destro) e la giornata di ieri non è stata memorabile in senso positivo. Svegliatami alle quattro per essere sicura di arrivare a scuola entro le 7.30 (sforzo che poi si è rivelato assolutamente inutile, senza contare che la collega che abita a Ulma, dopo avermi scritto che avremmo dovuto trovarci alle 7.30, si è presentata praticamente alle 8!), preso il treno delle 5.32, proabilmente truccandomi, in un vano sforzo di sembrare meno una patata lessa, mi si è infilato qualcosa nell’occhio. Il fastidio iniziale è cresciuto sempre più, l’occhio ha preso a lacrimare, il naso a colare, e il fastidio è diventato dolore, questo durante gli esami della mattina. Mai tenuto peggiori esami! Senza nemmeno riuscire a guardare in faccia i candidati che fortunatamente erano tutti allievi miei e che avevo avvertito del mio malessere. Ma come si fa a parlare tranquilli davanti a una esaminatrice che ti piange davanti, fissa il foglio, si soffia in naso in continuazione? Sono già stati bravi. Finiti gli esami, non ho retto più, volevo andare da qualche parte a farmi vedere, mi hanno cosigliato la Augenklinik universitaria, la collega mi ci ha portato (poi se ne è andata via praticamente subito, ma che pretendere, ci conosciamo appena e di angeli il mondo non pullula), ho atteso tre ore e mezzo facendomi mettere continuamente del Betäubungsmittel, dell’anestetico, dall’infermiera, perchè i dolori mi facevano ormai contorcere e pensando confusamente che magari non avrei capito niente di quello che mi avrebbe detto il medico e osservando – senza tuttavia avere lo spirito giusto per fare una foto, peccato – che alle macchinette nella sala di attesa si può prendere un caffè, un tè, una cioccolata e… uns Suppe, con o senza pastina. Fantastico. Alla fine l’oculista, un calvetto gelido che secondo le mie idee di abbigliamento ospedaliero era vestito come un infermiere, che però mi ha dato la mano quando sono entrata, lasciandomi basita (vedi in Teutonia!), mi ha ravanato nell’occhio ed è riuscito a scovare il maledetto corpo estraneo che mi ha grattato per bene la cornea. Mi sono fatta regalare due giorni di malattia, quel giorno stesso, visto che ho saltato i corsi per andare in ospedale (e vorrei dire, mi tolgono la vita, ma gli occhi no, per salvarmeli potrei mandare tutti in malora seduta stante) e il venerdì che ho passato a letto, a dormire, a recuperare tre mesi ormai di sforzi di cui nemmeno mi credevo capace.

Perché insisto, insomma?! A settembre dopo due settimane mi è stato chiaro che il lavoro era una follia ed ero pronta a tornare a casa, ma ormai avevo già speso in così pochi giorni la bellezza di mille euro e volevo assolutamente recuperarli con il primo stipendio (quindi all’inizio era per motivi pecuniari). Poi ho dovuto attendere perché anche farsi pagare è stata un’impresa, pareva mi volessero pagare dopo alcuni mesi (!!!) e intanto mi sono invischiata sempre di più, e ho bene o male tirato su i miei corsi con interminabili telefonate a genitori e presidi, incontri, cambiamenti, patteggiamenti, preghiere, scuse, richieste di aiuto a destra e a manca (quindi non volevo mollare per non lasciare che un altro supplente godesse dei miei sforzi). Poi, mentre aspettavo almeno il secondo stipendio, mi sono resa conto di essere diventata il punto di riferimento di troppe persone e mi sembrava che mollare fosse poco professionale (insomma, per motivi di orgoglio). E poi ancora mi sono aggrappata alla speranza che solo i primi mesi siano duri e che poi, da gennaio, quando finalmente avessi trovato casa a Ulma, tutto sarebbe stato più facile e avrei potuto finalmente risparmiare, mentre ora vado a malapena in pari, e anche godermi qualcosa di questo soggiorno teutonico (insomma, un po’ di pensiero positivo).

A volte trovo che questo soggiorno, pur irto come un istrice, mi stia dando tanto. Starsene a casa, comodi a casa propria, con la regolarità di un lavoro magari meschino come era il mio negli ultimi tre anni, ma che mi chiedeva relativamente pochi sforzi, sapendo di poter sempre contare sui miei familiari nelle vicinanze, con amici da frequentare, è bello e al contempo atrofizza il sentire e il pensare. Ti richiude in una sorta di bambagia di cui non si è nemmeno consci. Non si sa nemmeno di cosa si sia capaci o no. Uscire, affrontare l’ignoto, catapultarsi in un paese straniero, iniziare un lavoro nuovo, vuol dire svegliarsi e capire quali sono i propri limiti e le proprie possibilità. Significa guardare agli altri con occhi nuovi. Quando siamo svelti nel condannare chi fugge dal proprio paese, questi extracomunitari che ci rompono le scatole, non abbiamo la più pallida idea di cosa sia quello che vivono. Se io, emigrante di lusso, con un lavoro e sapendo molto bene la lingua del posto, mi sento schiacciata dalle difficoltà, sola, incompresa, maltrattata e oppressa, cosa deve essere per loro? E anche senza dover arrivare a pensieri tetri, questa esperienza mi sta cambiando, mi sta arricchendo, mi sta mostrando cose che non vedevo nella soporifera provincia veneta. Vedo cose nuove. Forse perché è il leitmotiv di questi giorni, ossia la vista e la paura di perderla, da quando sono a Stoccarda vedo tanti ciechi. Li vedo camminare per gli spazi della stazione, scendere dal treno, salire in metropolitana, con il loro bastone flessibile, senza inciampare, senza tentennare. Una volta una signora ha chiesto cortesemente a uno se andava tutto bene e con molto tatto, toccandogli appena il gomito, l’ha aiutato a entrare nel vagone. L’altro giorno ne è salito uno, senza aiuto alcuno, non portava occhiali e gli ho guardato (la sfacciataggine di chi si sa non veduta) le pupille lattiginose e sporgenti, e l’ho osservato mentre apriva il coperchio dell’orologio e tastava l’ora, e poi è sceso, e mi sono detta, che fortuna che annuncino le fermate.

Sto conoscendo anche tante persone, tante tipologie di persone. Italiani e tedeschi, più italiani per ora. Sto capendo qualcosa del sistema scolastico tedesco, della sua selettività. Sto conoscendo adolescenti mescolati (italo-tedeschi, turco-tedeschi, turco-italo-tedeschi) e dovrei parlarci di più, anche sacrificando la mia idea di lezione di lingua, perché così io capisco e loro si sentono ascoltati. Perché a questo mondo non vorremmo altro che qualcuno che ci ascoltasse, soprattutto quando si è giovani.

Forse insisto anche per questo. Forse mi gira e mollo tutto a Natale. Per ora è meglio tornare a letto e riposare l’occhio (che si lamenta e mi fa vedere queste lettere doppie).

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