Il metodo Goethe

Quando ero piccola, in casa non c’erano libri (pare l’incipit di una fiaba triste). Quindi ero assidua frequentatrice della bibliotec(hin)a locale, gestita da due incredibili buzzurre, una cicciona dalla perenne tossetta nervosa e una piccoletta manierosa, che svolgevano il loro ruolo come è acconcio nella pubblica amministrazione italiana, senza passione e senza infamia. A me piaceva stare ore a guardare le coste dei libri, in un turbinio di passione, pensando che prima o poi avrei letto tutto. Alle medie ricordo di aver preso in prestito un mattone con una lucida sovracoperta gialla, Vita di Goethe, di Italo Alighiero Chiusano. Il nome mi pareva così buffo (Italo Alighiero!) che mi rimase subito impresso, sebbene non avessi idea di chi fosse (e poi, nella carrierona germanistica che ho intrapreso, non mi pare di averlo comunque incontrato, si vede che era snobbato dalla docenza cafoscarina).

La vita di Goethe è sicuramente un capolavoro, geniale dall’infanzia fino alla sua conclusione. Già allora tuttavia mi dava ai nervi: troppo bravo. Soverchiante! Il particolare che mi piacque molto non aveva niente a che fare con la letteratura, bensì con una debolezza psico-fisica in cui mi immedesimavo perfettamente: le vertigini. Goethe soffriva di vertigini. Io soffro di vertigini. Mia madre sostiene che sia genetico (be’, lei non usa questo aggettivo), insomma, che suo padre l’ha passato a lei e lei a me, una fortuna matrilineare, insomma. Il nonno non volle nemmeno salire sulla torre del Forte Vecio (opera kakanika!), durante la guerra, e preferì finire in gattabuia per disobbedienza, racconta mia madre.

Mi piaceva che almeno in qualcosa Goethe fosse umano! E quel qualcosa lo rapportava a me. Mi deve essere parso che almeno in questo potessi emularlo (ho provato anche con la grafia, se devo essere sincera, ho riempito pagine di svolazzi simil-goethiani, mi piacevano soprattutto le “d”). Da giovane Goethe andò a studiare a Strasburgo e per curarsi dalle vertigini con metodo drastico, soleva salire sul campanile di non so più quale chiesa (il libro non ce l’ho e fare un salto alla patria biblioteca di paese in questo periodo è arduo). Me lo immaginavo, con i sudori freddi, pallido come un lenzuolo, lottare impavido contro la sua debolezza. E ho deciso di adottare il “metodo Goethe”. Ovunque io vada, salgo. Dove c’è da salire, salgo. Anche se le foto dall’alto infine sono quasi sempre insipide e la vista è bella ma fugace, io salgo per curarmi. A volte le cose vanno bene, altre molto meno. Sullo Steffl di Vienna, era il 1998 e me lo ricordo come se fosse stamane, mi è venuta una memorabile crisi di panico, non riuscivo ad andare né su né giù (e mi ha aiutato mia madre, che avevo accompagnato tutta baldanzosa! Lei che è portatrice sana di vertigini, ha dovuto salvarmi, perché in lei l’istinto materno è più forte di tutto). Su una delle torri tonde in Irlanda che s’affinava sempre più salendo, mi sembrò di doverci restare incastrata vita natural durante, con un bel corollario di ansia e pena, e anche lì mi dovettero dare un bello spintone. Le scale interne della Torre degli Asinelli di Bologna non mi fecero stare benissimo. Eppure insisto sempre, pensando che il metodo Goethe dovrà funzionare prima o poi.

Ciò mi è venuto in mente, ripensando al post di ieri sulla mia insistenza, perché mi accorgo che faccio lo stesso con la mia vita in genere. Pigra, riluttante e neghittosa qual sono, continuo a cacciarmi in situazioni che per me sono esperienze limite, ogni volta ricominciando daccapo, in città nuove, con lavori nuovi, e ho i sudori freddi, paura e ansia da vendere, inciampo, sbaglio e tentenno, ma continuo. E in questo vorrei dirmi che sono brava, che tutto sommato, anche se ogni volta non riesco mai come riescono altri, che sembrano fatti per andare in giro per il mondo e farcela con la leggerezza di farfalle, anche se ogni volta raccolgo un discreto numero di fallimentucci, che tutto sommato sono fiera di me.

4 pensieri su “Il metodo Goethe

  1. Un altro segno della sua umanità, mi pare, era la sua totale incomprensione per l’arte figurativa. Di tutti i pittori di cui avrebbe potuto tessere l’elogio, si scele il Guercino. Di tutti i pittori che avrebbe potuto scegliersi per farsi il molle e al contempo pretenzioso ritratto, si scelse Tischbein. Di tutte le sculture di cui avrebbe potuto ornare la sua casa di Weimar, si scelse una copia romana di un bustone sgraziato di – se ricordo bene – Atena.

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