Incubi

Il mio tempo a Stoccarda sta volgendo al termine. Heute in einer Woche, oggi tra una settimana, come si dice in tedesco, a quest’ora spero di essere a casa, in Italia. Una casa abbandonata da più di tre mesi, probabilmente fredda, ma che so mi parrà di non aver mai lasciato dopo solo un’oretta di permanenza. Non vedo l’ora che arrivi quel momento, anche se sono ancora incerta su come sarà il viaggio, se avrò con me tutte le mie carabattole, se ne lascerò a Ulma, se mi verranno a prendere, se dovrò ingegnarmi in modo alternativo, se se se… Voglio solo il momento in cui scosterò le mie lenzuola del mio lettone azzurro e mi infilerò nel mio letto, sul mio materasso, in un posto che è mio in tutti i sensi.

Un’altra volta la stanchezza fisica e mentale mi sta sopraffacendo. Il caos che fanno i ragazzini, la loro plateale mancanza di voglia fare, le risate, le interruzioni, il movimento incessante, non ne posso più. Ma sopporterei abbastanza se non mi sfiancasse questo pendolarismo spinto. I treni tedeschi ce li sogniamo noi italiani come piccoli idillii puntuali e ordinati. Non è affatto così, i ritardi sono all’ordine del giorno, tanto che la puntualità è l’eccezione (e ogni volta che il capotreno o la capotreno, ognuno con la propria voce impostata e fasulla, decanta la formuletta robotizzata “Wir bitten um Entschuldigung“, “Vi preghiamo di scusarci”, ormai borbotto a mezza voce, come i matti, Enciuldigo ‘sta cippa, brutti farabutti.). E solo sulle menzognere pubblicità tedesche i treni pullulano di persone interessanti che “non incontreresti se andassi in auto”. Ma dove sono queste persone? Molto meglio spazientirsi da soli in auto, nell’ingorgo, che dover avere come vicino un vecchietto serafico che ha occupato quattro (quattro!) posti, uno con il suo flaccido sederone, due con le sue borse e l’ultimo con i piedi rigorosamente scalzati e puteolenti, che ha la sfacciataggine di rispondere che Sì, è occupato, quando la gente chiede di sedersi, occupato da chi? Hai pagato per quattro persone? In questi casi io mi alzo e vado, perché potrei azzuffarmi con personaggi del genere. Oppure sedersi nel vagone biciclette, l’unico con un po’ di aria, ma poi subire l’entra ed esci dal cesso, con personcine impedite che non riescono a chiudere la porta automatica e rischiare di vedere apparati urinari altrui. O viaggiare con due semi-naziskin che canticchiano canzoncine contro la polizia, urlano e bevono.

Stasera, scesa dal treno, sono letteralmente scappata, ho corso, quasi investivo gente, basta, basta, basta, i naziskin alle mie spalle che cantavano, mi sembrava un incubo, sono finita in un incubo, voglio andarmene, scendo nel sottopassaggio e stasera ci sono punkabbestia, barboni, gentaglia in quantità tripla del solito, è ancora un incubo, non riesco a svegliarmi, il cane lupo latra, mi pare di averlo nelle orecchie, latra sempre più forte, mi frantuma i timpani, o è ancora la canzoncina naziskin, basta basta, scappo lungo il passaggio, dove prendo una metro che scenda a Charlottenplatz, devo andare a Charlottenplatz, devo andare all’Archiv, devo andare a sentire canzoni del Risorgimento, tra gente “di cultura”, devo scappare, il cane latra, sempre più forte, cosa devo prendere, la 6, la 5, ma in che direzione?

Finalmente, superato lo scoglio di Charlottenplatz, lo snodo metropolitano più oscuro e complicato dell’orbe terracqueo, arrivo sulla Konrad-Adenauer-Straße, mi infilo nel palazzone, sento già musica di chitarra, vedo luci soffuse. Sono salva. Almeno per un po’, sono salva.

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