Comunicazione interculturale

Capirai, tedeschi, italiani, siamo tutti europei, non è mica come se a parlare fossero uno zimbabwese e un lappone. Che difficoltà vuoi che ci siano. E poi tu sai la lingua, no?, alcuni poi ti fanno certi complimentoni, Sie sprechen fast perfekt, ecc ecc.

Col cacchio.

Sto capendo a mie spese che le diversità ci sono, eccome, e che forse non è male che ognuno stia nella propria riserva. Forse avrei dovuto cercare un appartamento e basta, arrendermi al fatto che da quest’anno non guadagnerò un soldo (perderò solo un tot di anni di vita in salute) e mettermi via i miei pii desideri di condivisione. Non riesco a comprendere e dunque ad adeguarmi alle modalità comunicative di questi teutonici. So che bisogna tener conto di molti aspetti – il mio carattere, il carattere dei singoli individui che incontro, le condizioni ambientali (stress da troppo lavoro? ansia? bisogno di rivalsa? traumi infantili? chennesò, mica faccio la strizzacervelli) – ma quando siamo confrontati con qualcosa di molto sgradevole, zac, partono le generalizzazioni, che in fondo in fondo hanno qualcosa di vero.

Stasera ho avuto un paio di chicche teutoniche. Mentre caricavo nell’auto della cara collega che abita a Stoccarda pacchi e cartoni di cose che lascio da lei in attesa che vada a riprenderli dopo le vacanze, esce la ragazzotta della reception del Gästehaus che mi chiede se faccio ora il check out. No, rispondo io, domattina, comincio però ora con i bagagli altrimenti domani non faccio in tempo, devo uscire per le 10, giusto? Ah, sì, ma non si preoccupi, un paio di minuti in più può stare.

Come scusa, diceva l’italiana collerica dentro di me, un paio di minuti?! Giuro, ha detto proprio ein Paar Minuten länger.

L’italiana finta normale sorride e ringrazia pure.

E poi c’è stata la storia delle due personcine con cui co-abiterò da gennaio. Sudore e tremori al pensiero. Parrebbe che la comunicazione non funzioni tanto, diceva la mail all’una di notte di ieri. (Già avrei dovuto intuire, l’una di notte…) Ci sentiamo oggi a telefono, mi ingiunge. Sì, ma quelle non telefonano per tutto il giorno. Evidentemente quella che deve telefonare sono io. Ok, lo faccio ormai verso sera, affinché non si faccia troppo tardi. La logopedista ha il cellulare spento. E poi dice che non comunichiamo, sai com’è, la telepatia interculturale ancora non mi riesce. Allora telefono al medico. Non risponde. Ma bene. Ci riprovo. E quando finalmente si degnano, bontà loro teutonica, di rispondere, la medico si premura di dirmi che che è alla logopedista che devo telefonare. Per carità, accendesse il cellulare, si potrebbe anche fare. E poi, be’, subire una logopedista tedesca stressata in preda ai fumi dell’ira, convinta che qualcuno le abbia tolto energie psichiche con richieste insistenti e non giustificate agli occhiuzzi suoi, non è un’esperienza da poco. Sette-otto minuti di parole che nessun italiano normale si permetterebbe di dire a una persona che quasi nemmeno conosce. Sto rivalutando l’ipocrisia italiana.

Est modus in rebus. E ci sarà un motivo se ai tempi in cui i romani si esprimevano così, i progenitori di questi esseri ancora belluini si aggiravano per tetre foreste e comunicavano con qualche grumo di consonanti velari raschianti, indicandosi le bacche e le pigne.

Ma io, forte del mio retaggio culturale profondo (o forse più probabilmente nella morsa della necessità) ho regalmente reagito, lasciando la logopedista sfogarsi ampiamente, e rattoppando poi le cose. Il resto lo scopriremo vivendo(ci insieme).

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