Chi cerca, trova

Ho avuto due numeri della Zeit in dono. Nei paesi di lingua tedesca mi pare sia normale che in posti strategi (come la stazione di Stoccarda) ragazzi atttendono le possibili vittime alla stazione e le irretiscono con un Test-Abo, un abbonamento di prova (che dovrebbe essere di facile disdetta, una mail e via, ma inizio a pensare di essermi messa sul groppone un anno di Zeit, il che forse non sarebbe male, se non fosse che l’indirizzo indicato vale ancora per una settimana…das wäre ärgerlich, come direbbero in Teutonia).

Ora, Die Zeit è un giornale eccezionale, ma è troppo tardi e ne ho passate troppe oggi per mettermi a tessere gli elogi delle migliori pubblicazioni teutoniche (tra l’altro, il suo direttore porta l’eloquente name di Giovanni Di Lorenzo, giornalista italo-tedesco, guarda un po’). Quel che volevo dire è che la rubrica che più mi sollazza nella rivista acclusa, Zeit-Magazin, sta nelle ultime pagine, sotto il titolo Kennenlernen, conoscersi. Sì, gli annunci matrimoniali. Io leggo spesso gli annunci matrimoniali e quelli mortuari, sono uno straordinario affresco di umanità varia. Per i secondi un po’ meno, ma per i primi il divertimento è assicurato.

Li leggo tutti, anche se mi attraggono ovviamente di più quelli sotto il titoletto “Er sucht sie“, Lui cerca lei. Dato che il target della Zeit è alto, buona borghesia e tutta la sublime classe degli Akademiker, universitari, anche le agenzie che compaiono tra gli annunci si dicono specializzate in Akademiker-Dating. Pensiamoli, questi accademici, inaciditi dal gran far ricerche, incrudeliti dall’agone clientelare o ammuffiti tra i libri, poi trovarsi a una certa età soli ma sempre pretenziosi, esigenti. Gli uomini dunque sono, se specificato, professori, imprenditori, precoci vedovi e pensionati freschissimi. Un motivo comune è “mica li dimostro i miei anni”, a mio avviso il più simpatico è questo:

Attr. intakter Mann, 186/80, 67 (lt. Med. 58) …

A parte che per leggere questi annunci bisogna avere in testa una legenda delle abbreviazioni, “uomo attraente e intatto (non è rotto? non ha bisogno di essere riparato? mantiene ancora l’animo dei bei tempi?), alto 1,86, peso80 chili, 67 anni (secondo i medici 58)”. Cinquantotto, spaccati.

Gli uomini (ma spesso anche le donne) sbandierano indipendenza econimica e tutti sono strabiliantemente dotati di ogni qualità desiderabile, belli, simpatici, aperti, sensibili, allegri, pieni di passatempi e interessi, bramosi di avventure, uno si domanda perché non trovino qualcuno anche senza annunci (ma si sa, il mondo accademico…). Una donna sembrava aver previsto la domanda e fa:

Szentreffs sind mir zu oberflächlich, Internetmailkontakte suspekt, Männer im Bekanntenkreis u. berufl. Umfeld tabu.

Incontri nei luoghi mondani li trovo troppo superficiali, i contatti via Internet ed e-mail sospetti, gli uomini nella cerchia dei conoscenti e nell’ambiente di lavoro tabù.

Precisa e chiara negli intenti, la ragazza, che si professa trentassettenne, conduttrice radio e per molti anni fotomodella richiesta.

Per non parlare di cosa si cerca, le richieste sono varie ed elevate. Alcuni vanno subito al punto e praticamente per loro sarebbe meglio avere la possibilità di crearsi una donna e programmarsela ad hoc, tipo costui:

Der perfekte Samstag in Hamburg
Mit Dir (zierlich/schlau/warmherzig) aufwachen, Dir meine (39/203/114/NR) Zuneigung körperlich zeigen, Frühstück im Cafe Geyer, Joggen umm Alster, Saunieren in der Bartholomäustherme, einkaufen beim Asiaten, Mittagsschlaf halten, spazieren gehen, abends kochen, dann in die Schmidt Mitternachtshow. Danach wieder Se*x!

Il sabato perfetto ad Amburgo
Svegliarsi con te (minuta/furba/calorosa), dimostrarti fisicamente il mio (39/203/114/non fumatore) affetto, colazione al Cafe Geyer, jogging attorno all’Alster, fare la sauna alle Terme di Bartolomeo, fare la spesa al negozio asiatico, pisolino dopo pranzo, fare una passeggiata, la sera cucinare, poi andare a vedere lo show di mezzanotte di Schmidt. Poi ancora ses*so!

Intanto bisognerebbe notare che un bisonte di un quintale, alto più di due metri, la cerca “minuta”, piccola e graziosa, e la cerca, come dice senza troppi giri di parole, per farci ginnastica da camera minimo tre volte al giorno. (Il fatto che non fumi non mi pare attenuare la mostruosità del fatto). Comunque ci vuole una certa abilità per definire “dimostrazione corporea di affetto” lo spappolamento di un piccola scaltra dal cuore caldo e dall’immane coraggio, aggiungerei io. Poi mi ti vedo il bestione a fare jogging (dove?) e a sudare alle terme, laddove secondo me forse mi sono lasciata sfuggire la quarta opportunità di incontro ravvicinato tra esseri di dimensioni diverse. Comunque, l’arroganza di imporre anche la spesa dall’asiatico è intollerabile.

Gli annunci finemente perversi si sprecano. C’è il dominante che cerca la dominanda:

Dominanter Herr sucht…
Er, 44, dominant, schlank, gutaussehend und gut gebaut, schlagfertig und erfahren, sucht ein devote Sie. Vertrauen, Zuverlässigkeit sind uns wichtig.

Uomo dominante cerca…
Lui, 44, dominante, magro, di bell’aspetto e ben fatto, rapido ed esperto, cerca una Lei devota. Fiducia e affidabilità sono importanti per noi.

Ora, quest’annuncio ha due elementi che mi insospettiscono. Il primo è l’aggettivo schlagfertig, che significa pronto, reattivo, ma in primo luogo significa anche pronto a darle, a menare, e non so come mai, non mi sentirei di escludere l’opzione “senso letterale”. In secondo luogo, dice di cercare ein devotes Sie, non eine, io mi sarei aspettata un articolo femminile, invece usa il neutro. Potrebbe essere una svista o magari il dominante cerca una cosa? Sorvoliamo sulla fiducia, che significa: Te ne faccio di cotte e di crude e ovviamente resta tutto inter nos.

Ma finiamo in bellezza, finiamo con Ulma. Esiste un famoso Zungenbrecher, scioglilingua: ‘In Ulm, um Ulm und um Ulm herum’. E qualcuno lo ha riadattato al proprio scopo:

Tolerantes Paar aus Ulm, um Ulm und um Ulm herum mit Niveau, Ende 50/Mitte 40 sucht gleichgesinntes Paar.
Coppia tollerante di Ulm, nei dintorni di Ulm e tutt’attorno Ulm, di classe, fine 50 / metà 40, cerca coppia affine.

Per sciogliersi la lingua tutti insieme, immagino.

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Irritiert

Da ieri hanno aumentato i prezzi dei treni, qui in Teutonia, e i miei 10,70 per andare da Stoccarda a ROITlinga sono diventati 11,10. Ieri una delle insegnanti con cui “collaboro” (il senso è simile a quello della collaboratrice domestica) mi ha praticamente mangiata viva perché i due italiani della sua classe erano di nuovo in ritardo. Aveva un tremore isterico al labbro e l’occhio fisso della pazza. Ma con me te la prendi? Evidentemente ormai sono reputata direttamente responsabile della deficienza dei bambini italiani delle elementari e della deficienza e della mancanza di puntualità dei ragazzi italiani delle medie. Ieri due mamme italiane mi hanno detto di non aver ricevuto nessuna lettera dalla scuola ed è saltato fuori che sì, quelle lettere che avrebbero dovuto avvertire della riunione di oggi non sono mai partite. Vatti a fidare dell’affidabilità teutonica. Così oggi ho modificato tutti i miei orari per nulla e finisce che devo andare a ROITlinga solo per una miseraile ora e mezza. Oggi devo andare a incontrare quei simpaticoni dell’ufficio del prestigioso ente italiano che dopo tre mesi mi chiamano sprezzantemente per cognome, dandomi un “tu” parecchio indesiderato.

Se non si fosse capito, oggi è un’altra giornatina di quelle che ve le raccomando, qui in missione estera sottopagata.

Simmel e il callo sull’anima

Sarebbe contenta Seia, se lo sapesse (ma glielo sto dicendo ora, anche se non so quando, se le capiterà sotto l’occhio), che vo leggendo un bel librone di Johannes Mario Simmel, Liebe ist nur ein Wort, ovvero L’amore è solo una parola, del 1963, comprato per euro 2 in una libreriuccia vicino alla Schwabstrasse a Stoccarda.

L’ho preso perché speravo di trovare una storia coinvolgente che mi distraesse mentalmente dalle beghe onnipresenti del mio quotidiano sgradevole. Speravo anche di leggerlo nei miei eterni viaggi con la Deutsche Bahn, ma è troppo grosso e io già vo carca di pesi che nemmeno un asino mobbizzato dal padrone, ormai le braccia sono quelle di un gibbone. Finisco per leggerlo la sera, ma giusto un paio di paginette, molte di più quando mi strozza l’insonnia. Eppure si tratta di libri che non andrebbero forse centellinati, sarebbero forse libri da leggere quando c’è il tempo lungo delle ferie. (Ma tanto io non ne faccio praticamente mai, quindi mettiamoci sopra una pietra tombale e via.)

In effetti la sua pagina in tedesco su Wikipedia classifica Simmel come “Trivialautor, „Bestseller-Mechaniker“ oder Fließbandschreiber“, autore di letteratura triviale, meccanico del bestseller o scrittore da catena di montaggio. Ma vendeva! Ma piaceva! Anche se negli ultimi tempi, per mancanza acutissima di tempo ricreativo, non ho più seguito le vicissitudini della letteratura teutonica, direi che il problema generale delle belletristica attuale prodotta in lingua tedesca resta l’incapacità di narrare storie e la tendenza assassina, anzi, suicida, ad arzigogolarsi nello stile. Poi finisce che nessuna casa editrice italiana è disposta a comprare i diritti di traduzione (e le aspiranti traduttrici restano senza lavoro; oddio, per una che si lagna qui ce ne sono altre che non sanno come venir a capo degli incarichi, soprattutto le Grandi Sgomitatrici e le Venditrici della Propria Nonna).

Storia interessante è anche la vita di Simmel,  nato nella capitale della Kakania nel 1924, figlio di chimico ed egli stesso chimico. La sua biografia mi pare ingarbugliata, perché si dice che il padre riparò a Londra per scampare ai nazisti, ma poi si aggiunge che durante la seconda guerra mondiale Simmel lavorò per la Kapsch, che ha sede in Austria. Forse è paradigmatico della situazione dei tedeschi e degli austriaci in quel periodo, in cui tutti erano invischiati nel regime e non tutti gli ebrei finirono in KZ (ci hai mai pensato? Forse in ossequio all’idea che i tedeschi sono gründlich, vanno sempre a fondo, uno pensa che non gli fosse sfuggita nemmeno una briciola).

Questa storia, questo L’amore è solo una parola, che ovviamente ho scelto tra altri di Simmel attratta dal titolo, ha un inizio fantastico. Crea suspence, crea orrore incalzante, è cinematografico, è avvinghiante. Flashback, piedi che penzolano, e poi prendi a leggere la storia di quei piedi, è la storia di quello coi piedi penzolanti? Non si sa. A raccontare in prima persona è un giovanotto, figlio di oscuro e delinquenziale padre, giovanotto che a ventun anni ancora gira per collegi destinati a tristi figli di ricchi, che si innamora di bellissima e giovane moglie triste con bambina nata fuori dal presente matrimonio.

Sono solo a pagina 180 di 560, Simmel mi farà compagnia ancora per un bel po’. L’altra sera, leggendo, mi sono appuntata mentalmente una pagina: 116. Oggi mi è tornata in mente e sono andata a guardare.

“Sie müssen Hornhaut auf der Seele bekommen, Herr Herterich. Sonst machen die Jungen Sie fertig!”
“Hornhaut auf der Seele”, murmelt er traurig. “So etwas ist leicht gesagt”. Dann nickt er mir noch einmal zu und schlurft den Gang hinab zu seinem Zimmer. Ich glaube nicht, dass diesem Mann zu helfen ist.

“Deve farsi venire il callo sull’anima, signor Herterich [che è un educatore del collegio]. Altrimenti i ragazzini la faranno a pezzi!”
“Il callo sull’anima”, sussurra con tristezza. “Più facile a dirsi…” Poi fa un cenno con il capo e si allontana lungo il corridoio, strascicando i piedi verso la sua camera. Mi sa che per quest’uomo non c’è niente da fare.

Hornhaut! All’inizio ho pensato al mio gelido oculista che mi diceva che mi ero die Hornhaut verletzt, mi ero ferita la cornea. Oddio, non credevo di sapere la parola per “cornea”, ma ho fatto 2+2, e a volte confesso di essere piacevolmente sopresa da me stessa, dove le ho imparate queste parole?! (Ok, secoli di studio non sono passati del tutto invano). Ho tradotto: Si deve far venire la cornea sull’anima. La cornea? Per vederci meglio? Non capivo.

Ho controllato:

Horn·haut f (-,-häute)
1 (Schwiele) callo m, durone m
2 ANAT. (im Auge) cornea f
(c) 2002 Langenscheidt KG e Paravia Bruno Mondadori Editori SpA

E poi, da brava, nel monolingue:

Horn|haut,  die [2: wohl deshalb, weil die Hornhaut kurz nach dem Tode einem dünnen, hornartigen Plättchen gleicht]:
1. durch Druck od. Reibung verhärtete äußerste Schicht der Haut, die aus abgestorbenen Zellen besteht: sich die H. an den Füßen, an den Schwielen abschneiden; Ü die H., mit der sich die Brust in all den Jahren gepanzert hatte (Apitz, Wölfe 235).
2. uhrglasartig gewölbte, durchsichtige Vorderfläche des Augapfels.
© 2000 Dudenverlag

Bastava pensarci, cornea e Hornhaut, pelle di corno. Hornhaut indica la cornea dell’occhio secondo l’etimologia del Duden perché dopo la morte la cornea assomiglia a una placchetta sottile, come fatta di corno. L’etimo italiano dice: Ma per tornare al romanzo, è il giovinotto, io narrante, che consiglia all’educatore di farsi le spalle grosse, per evitare che gli allievi lo riducano male. Per non “farse magnar i risi in testa”, ricordi il piccoletto tre anni fa, nelle lande venete?

Qui ora invece mi devo far venire il callo per tutti, altrimenti i risi in testa me li magnano da tutte le parti, ragazzi, bambini, colleghi, dirigenti, segretarie, amministrativi, e ancora, dirigenti teutonici, segretarie teutoniche, colleghe teutoniche, un vero magna magna.

Il metodo Goethe

Quando ero piccola, in casa non c’erano libri (pare l’incipit di una fiaba triste). Quindi ero assidua frequentatrice della bibliotec(hin)a locale, gestita da due incredibili buzzurre, una cicciona dalla perenne tossetta nervosa e una piccoletta manierosa, che svolgevano il loro ruolo come è acconcio nella pubblica amministrazione italiana, senza passione e senza infamia. A me piaceva stare ore a guardare le coste dei libri, in un turbinio di passione, pensando che prima o poi avrei letto tutto. Alle medie ricordo di aver preso in prestito un mattone con una lucida sovracoperta gialla, Vita di Goethe, di Italo Alighiero Chiusano. Il nome mi pareva così buffo (Italo Alighiero!) che mi rimase subito impresso, sebbene non avessi idea di chi fosse (e poi, nella carrierona germanistica che ho intrapreso, non mi pare di averlo comunque incontrato, si vede che era snobbato dalla docenza cafoscarina).

La vita di Goethe è sicuramente un capolavoro, geniale dall’infanzia fino alla sua conclusione. Già allora tuttavia mi dava ai nervi: troppo bravo. Soverchiante! Il particolare che mi piacque molto non aveva niente a che fare con la letteratura, bensì con una debolezza psico-fisica in cui mi immedesimavo perfettamente: le vertigini. Goethe soffriva di vertigini. Io soffro di vertigini. Mia madre sostiene che sia genetico (be’, lei non usa questo aggettivo), insomma, che suo padre l’ha passato a lei e lei a me, una fortuna matrilineare, insomma. Il nonno non volle nemmeno salire sulla torre del Forte Vecio (opera kakanika!), durante la guerra, e preferì finire in gattabuia per disobbedienza, racconta mia madre.

Mi piaceva che almeno in qualcosa Goethe fosse umano! E quel qualcosa lo rapportava a me. Mi deve essere parso che almeno in questo potessi emularlo (ho provato anche con la grafia, se devo essere sincera, ho riempito pagine di svolazzi simil-goethiani, mi piacevano soprattutto le “d”). Da giovane Goethe andò a studiare a Strasburgo e per curarsi dalle vertigini con metodo drastico, soleva salire sul campanile di non so più quale chiesa (il libro non ce l’ho e fare un salto alla patria biblioteca di paese in questo periodo è arduo). Me lo immaginavo, con i sudori freddi, pallido come un lenzuolo, lottare impavido contro la sua debolezza. E ho deciso di adottare il “metodo Goethe”. Ovunque io vada, salgo. Dove c’è da salire, salgo. Anche se le foto dall’alto infine sono quasi sempre insipide e la vista è bella ma fugace, io salgo per curarmi. A volte le cose vanno bene, altre molto meno. Sullo Steffl di Vienna, era il 1998 e me lo ricordo come se fosse stamane, mi è venuta una memorabile crisi di panico, non riuscivo ad andare né su né giù (e mi ha aiutato mia madre, che avevo accompagnato tutta baldanzosa! Lei che è portatrice sana di vertigini, ha dovuto salvarmi, perché in lei l’istinto materno è più forte di tutto). Su una delle torri tonde in Irlanda che s’affinava sempre più salendo, mi sembrò di doverci restare incastrata vita natural durante, con un bel corollario di ansia e pena, e anche lì mi dovettero dare un bello spintone. Le scale interne della Torre degli Asinelli di Bologna non mi fecero stare benissimo. Eppure insisto sempre, pensando che il metodo Goethe dovrà funzionare prima o poi.

Ciò mi è venuto in mente, ripensando al post di ieri sulla mia insistenza, perché mi accorgo che faccio lo stesso con la mia vita in genere. Pigra, riluttante e neghittosa qual sono, continuo a cacciarmi in situazioni che per me sono esperienze limite, ogni volta ricominciando daccapo, in città nuove, con lavori nuovi, e ho i sudori freddi, paura e ansia da vendere, inciampo, sbaglio e tentenno, ma continuo. E in questo vorrei dirmi che sono brava, che tutto sommato, anche se ogni volta non riesco mai come riescono altri, che sembrano fatti per andare in giro per il mondo e farcela con la leggerezza di farfalle, anche se ogni volta raccolgo un discreto numero di fallimentucci, che tutto sommato sono fiera di me.

Insistere, perché?

Se racconto a qualcuno le mie attuali condizioni di vita e di lavoro, la reazione – superficiale sì, ma veritiera – è solitamente un invito a tornarmene in Italia. Io stessa, mentre enumero i problemi, le incertezze, le difficoltà, le snervanti ore passate in treno per andare da un capo all’altro del Baden-Württemberghese, le angherie dell’ufficio, la disorganizzazione di un sistema non sistema (sistematico solo nello svantaggiare i supplenti, per esempio la malattia pagata al cinquanta per cento, perché?), le riluttanze dell’ “utenza” adolescente, la scarsa attenzione dei genitori quando non è solo lagnanza o condiscendenza, l’indifferenza o la malignità dei colleghi, la diffidenza dei locali, mi sento presa dalla commiserazione, di me stessa, che non c’è di peggio, e mi domando perché insisto.

Perché insisto? Me lo chiedo tanto di più ora che – come suggeriva la parentesi che mi è sfuggita sopra – sono a “casa” in malattia e ho appunto saputo che qui ai supplenti viene pagato solo il cinquanta per cento, senza contare la farragine di dover andare in ufficio, firmare l’interruzione di servizio (interruzione di servizio?!), firmare la rirpesa di servizio, questo e quello… La burocrazia sì sarebbe in grado di farmi mollare tutto. Senza contare che ora ho la “fortuna” di stare a Stoccarda, se abitassi a Ulma, dovrei venirci appunto solo per una firma. Benvenuti nella burocrazia italiana, dove solo il nanetto complessato del governo scorso faceva finta di credere nello snellimento delle pratiche e nell’introduzione di Internet per semplificare i processi.

Perché insisto, allora? Ora che sono arrivata allo snodo natalizio, la questione mi mozza il fiato. Ho un contratto sul comodino, finalmente ho trovato la camera in co-abitazione (Wohngemeinschaft) a Ulma, finalmente potrei limitare i viaggi a due volte la settimana (e un numero variabile di viaggi a Stoccarda, ma spero non troppi). Il contratto aspetta di essere firmato e poi reinviato. Ho disdetto la camera nel Gàstehaus dove sto ora per il giorno 23 dicembre, pagherò l’ultimo salasso, e poi tornerò a casa per le vacanze e a Ulm ci andrei a inizio anno.

Vedo già insinuarsi il condizionale. In verità anche la malattia ora mi fa scemare la forza della pura caparbietà. Non è fortunatamente niente di terribile, anche se non suona bene (lesione alla cornea dell’occhio destro) e la giornata di ieri non è stata memorabile in senso positivo. Svegliatami alle quattro per essere sicura di arrivare a scuola entro le 7.30 (sforzo che poi si è rivelato assolutamente inutile, senza contare che la collega che abita a Ulma, dopo avermi scritto che avremmo dovuto trovarci alle 7.30, si è presentata praticamente alle 8!), preso il treno delle 5.32, proabilmente truccandomi, in un vano sforzo di sembrare meno una patata lessa, mi si è infilato qualcosa nell’occhio. Il fastidio iniziale è cresciuto sempre più, l’occhio ha preso a lacrimare, il naso a colare, e il fastidio è diventato dolore, questo durante gli esami della mattina. Mai tenuto peggiori esami! Senza nemmeno riuscire a guardare in faccia i candidati che fortunatamente erano tutti allievi miei e che avevo avvertito del mio malessere. Ma come si fa a parlare tranquilli davanti a una esaminatrice che ti piange davanti, fissa il foglio, si soffia in naso in continuazione? Sono già stati bravi. Finiti gli esami, non ho retto più, volevo andare da qualche parte a farmi vedere, mi hanno cosigliato la Augenklinik universitaria, la collega mi ci ha portato (poi se ne è andata via praticamente subito, ma che pretendere, ci conosciamo appena e di angeli il mondo non pullula), ho atteso tre ore e mezzo facendomi mettere continuamente del Betäubungsmittel, dell’anestetico, dall’infermiera, perchè i dolori mi facevano ormai contorcere e pensando confusamente che magari non avrei capito niente di quello che mi avrebbe detto il medico e osservando – senza tuttavia avere lo spirito giusto per fare una foto, peccato – che alle macchinette nella sala di attesa si può prendere un caffè, un tè, una cioccolata e… uns Suppe, con o senza pastina. Fantastico. Alla fine l’oculista, un calvetto gelido che secondo le mie idee di abbigliamento ospedaliero era vestito come un infermiere, che però mi ha dato la mano quando sono entrata, lasciandomi basita (vedi in Teutonia!), mi ha ravanato nell’occhio ed è riuscito a scovare il maledetto corpo estraneo che mi ha grattato per bene la cornea. Mi sono fatta regalare due giorni di malattia, quel giorno stesso, visto che ho saltato i corsi per andare in ospedale (e vorrei dire, mi tolgono la vita, ma gli occhi no, per salvarmeli potrei mandare tutti in malora seduta stante) e il venerdì che ho passato a letto, a dormire, a recuperare tre mesi ormai di sforzi di cui nemmeno mi credevo capace.

Perché insisto, insomma?! A settembre dopo due settimane mi è stato chiaro che il lavoro era una follia ed ero pronta a tornare a casa, ma ormai avevo già speso in così pochi giorni la bellezza di mille euro e volevo assolutamente recuperarli con il primo stipendio (quindi all’inizio era per motivi pecuniari). Poi ho dovuto attendere perché anche farsi pagare è stata un’impresa, pareva mi volessero pagare dopo alcuni mesi (!!!) e intanto mi sono invischiata sempre di più, e ho bene o male tirato su i miei corsi con interminabili telefonate a genitori e presidi, incontri, cambiamenti, patteggiamenti, preghiere, scuse, richieste di aiuto a destra e a manca (quindi non volevo mollare per non lasciare che un altro supplente godesse dei miei sforzi). Poi, mentre aspettavo almeno il secondo stipendio, mi sono resa conto di essere diventata il punto di riferimento di troppe persone e mi sembrava che mollare fosse poco professionale (insomma, per motivi di orgoglio). E poi ancora mi sono aggrappata alla speranza che solo i primi mesi siano duri e che poi, da gennaio, quando finalmente avessi trovato casa a Ulma, tutto sarebbe stato più facile e avrei potuto finalmente risparmiare, mentre ora vado a malapena in pari, e anche godermi qualcosa di questo soggiorno teutonico (insomma, un po’ di pensiero positivo).

A volte trovo che questo soggiorno, pur irto come un istrice, mi stia dando tanto. Starsene a casa, comodi a casa propria, con la regolarità di un lavoro magari meschino come era il mio negli ultimi tre anni, ma che mi chiedeva relativamente pochi sforzi, sapendo di poter sempre contare sui miei familiari nelle vicinanze, con amici da frequentare, è bello e al contempo atrofizza il sentire e il pensare. Ti richiude in una sorta di bambagia di cui non si è nemmeno consci. Non si sa nemmeno di cosa si sia capaci o no. Uscire, affrontare l’ignoto, catapultarsi in un paese straniero, iniziare un lavoro nuovo, vuol dire svegliarsi e capire quali sono i propri limiti e le proprie possibilità. Significa guardare agli altri con occhi nuovi. Quando siamo svelti nel condannare chi fugge dal proprio paese, questi extracomunitari che ci rompono le scatole, non abbiamo la più pallida idea di cosa sia quello che vivono. Se io, emigrante di lusso, con un lavoro e sapendo molto bene la lingua del posto, mi sento schiacciata dalle difficoltà, sola, incompresa, maltrattata e oppressa, cosa deve essere per loro? E anche senza dover arrivare a pensieri tetri, questa esperienza mi sta cambiando, mi sta arricchendo, mi sta mostrando cose che non vedevo nella soporifera provincia veneta. Vedo cose nuove. Forse perché è il leitmotiv di questi giorni, ossia la vista e la paura di perderla, da quando sono a Stoccarda vedo tanti ciechi. Li vedo camminare per gli spazi della stazione, scendere dal treno, salire in metropolitana, con il loro bastone flessibile, senza inciampare, senza tentennare. Una volta una signora ha chiesto cortesemente a uno se andava tutto bene e con molto tatto, toccandogli appena il gomito, l’ha aiutato a entrare nel vagone. L’altro giorno ne è salito uno, senza aiuto alcuno, non portava occhiali e gli ho guardato (la sfacciataggine di chi si sa non veduta) le pupille lattiginose e sporgenti, e l’ho osservato mentre apriva il coperchio dell’orologio e tastava l’ora, e poi è sceso, e mi sono detta, che fortuna che annuncino le fermate.

Sto conoscendo anche tante persone, tante tipologie di persone. Italiani e tedeschi, più italiani per ora. Sto capendo qualcosa del sistema scolastico tedesco, della sua selettività. Sto conoscendo adolescenti mescolati (italo-tedeschi, turco-tedeschi, turco-italo-tedeschi) e dovrei parlarci di più, anche sacrificando la mia idea di lezione di lingua, perché così io capisco e loro si sentono ascoltati. Perché a questo mondo non vorremmo altro che qualcuno che ci ascoltasse, soprattutto quando si è giovani.

Forse insisto anche per questo. Forse mi gira e mollo tutto a Natale. Per ora è meglio tornare a letto e riposare l’occhio (che si lamenta e mi fa vedere queste lettere doppie).

Achtung, u-viiiiieeerzehn nach Heslach fääääährt ein

Ovvero, allungando di parecchio il brodo, attenzione, un treno della linea di metro 14 diretto a Heslach sta per entrare. È l’annuncio che si sente quando appunto sta sopraggiungendo la metropolitana.

Da pendolare quotidiana mi stanno entrando nelle orecchie gli annunci di metro, bus e treni come nemmeno un tormentone estivo. Achtung, u-viiiiierzehn fach Heslach ääääährt ein viene annunciata agli altoparlanti da una voce femminile, immagino sia sintentica, che mi sta diventando più familiare della voce di mia madre. Dentro la metro un’altra voce, sempre di donna ma di timbro diverso, annuncia le fermate. Mi piacciono le città che hanno la metro, mi piace la metro, è il mio mezzo di trasporto preferito quando vado in un posto ignoto, perché anche se il reticolato delle metro è incredibilmente vario (ci sono quindici linee a Stoccarda!), è sempre molto più comprensibile dei tracciati dei bus. Una città è una CITTÀ se ha la metro. Le città con le metro sono svelte e mobili, pulsano di vita, sfrecciano da una parte all’altra di se stesse. Le città senza metro sono piccole, anonime, immote, scialbe. Tipo ROITlingen, che per me è diventata la quintessenza della più squallida provincia.

Purtroppo nemmeno Ulm ha la metro, è troppo piccola. Ha il tram, il che la salva un po’, perché amo molto anche i tram, ma solo una linea, per il resto è un bailamme di bus in cui non riesco a raccapezzarmi ancora. Ma d’altronde ho scelto una camera centrale, si potrebbe arrivare alla stazione in una ventina di minuti a piedi, più o meno quanto ho fatto oggi per andare dal treno alla scuola dove lavoro di mercoledì, anche se pioveva e tirava un ventaccio, e la linea 1, che è appunto il tram, è a due passi. Circa la camera, immagino che presto troverò il lato negativo della centralità, visto che le finestre danno sulla strada, chissà se è ancora più trafficata e rumorosa di quella che ho ora a Stoccarda. Ma ormai i dadi sono tratti e oggi ho ricevuto anche il contratto dal proprietario che vive a Monaco. Ulm, arrivo. Ulm, arrivo? Troppo spesso, ancora, mi sento più portata verso la strada di casa che quella per Ulm, come lunedì mattina, in cui anzi sarei stata bene in un qualche reparto  di riabilitazione psichiatrica. Portatela via, con o senza U-Bahn.

Volevo raccontare del lunedì a Tubinga, del martedì (Nikolaus) più tranquillo, del mercoledì con un nuovo tipo di corso italiano per turchi adolescenti e come prepararsi allegramente a una Zertifizierung, ma domattina il treno che dovrei prendere è alle 5.53, quindi chiudo qui.

Insonnia

Insonnia da tagliare a fette, da queste parti. Non riesco a staccare, la stanchezza della settimana lavorativa appena conclusa mi opprime ma soprattutto non mi danno requie gli impegni della settimana prossima, basta che il cervello ci dia un’occhiata perché il sonno se ne vada definitivamente. C’è la lettera da scrivere ai genitori della cittadina insulsa da due settimane, c’è il corso da preparare per principianti assoluti e capisco-qualcosa-ma-non-spaventarmi e bravetti, tutti insieme naturalmente, c’è la lista delle scuole della città di Ulm da preparare e da telefonare ai presidi, c’è giovedì l’esame della certificazione, per il quale devo arrivare a scuola verso le 8, il che significa prendere un treno a orari incredibili, forse potrei dormire là, c’è una Pension a prezzi abbordabili da cercare, ma a Ulm non riesco a trovare niente di abbordabile, c’è da pensare alla riunione con i genitori da organizzare anche a Ulm, c’è da ragionare su come organizzare il primo passaggio di cose a Ulm prima di Natale, la macchina da noleggiare e forse prima ancora telefonare al proprietario dell’appartamento, visto che lui non si fa sentire e prima o poi magari la cosa andrebbe affrontata, c’è da preparare le lezioni, c’è da andare a iscriversi alla Krankenkasse che avrei già dovuto farlo mesi fa e ogni volta che mi ammalo mi ricordo di essere del tutto priva di assistenza sanitaria in Teutonia, c’è da pianificare le lezioni di dicembre, e domani c’è da incontrare una che invece di aiutarmi mi sa che vuole solo essere aiutata, c’è da fare il bucato, riprendere il bucato, stirare il bucato, c’è da cercare l’adattatore per la presa del caricabatterie della fotocamera, c’è da sistemare la stanza che così non trovo niente, c’è da andare all’Ufficio scuole a prendere il CD per l’esame ma quando ci riesco, forse solo martedì pomeriggio, c’è da chiedersi perché questi cafoni non usino le poste, ma questo è un altro discorso, c’è da mandare le iscrizioni dei ragazzi allo Schulamt, ovviamente nessuno me l’ha scannerizzata, la propria, a parte quella che stava per non mandarmela e allora devo andare all’Ufficio scolastico dove si inventeranno che loro ‘ste cose non le fanno e dove troverò di nuovo il capo a firmare circolari che mi chiederà come evolvono le cose e io che menerò il can per l’aia. Con risultati miserevoli.