Pazzie assortite

In una fredda e umida mattina domenicale di fine gennaio – sono i giorni della merla, il gelo è previsto – finalmente faccio il punto della situazione.

La settimana è stata sgradevole, e se dico “sgradevole” è perché ho la tranquillità di sentirmi lessicalmente molto raffinata. Lunedì e martedì sono due giornate che mi riducono in poltiglia e poi mi trovo senza forze per tutto il resto della settimana. Durante una supplenza annuale, due anni fa, ho avuto lunedì libero e devo dire che mi piaceva parecchio, il lunedì è legato a così tante sensazioni negative che poter rimandare di un giorno l’inizio mi pareva sempre un sollievo e anche un po’ un bel “tiè” al resto del mondo che, brontolando e digrignando i denti, doveva andare incontro all’odioso inizio settimana.

Invece lunedì scorso sveglia alle 5.45, purtroppo c’era già Paranoia sparsa per la cucina che aveva deciso che io dovevo prima andare alla toilette e poi al bagno, o al contrario, non ricordo più, fortunatamente (voi sapete sì che in Teutonia una cosa è il bagno e una cosa è il cesso, no? Già questo fa dei teutonici un popolo di disgraziati, ma qui cerco di avere comprensione, perché la casa è un Altbau). Alle 6.41 tram. Alle 6.59 primo treno, un IC fortunatamente meno pieno della settimana precedente. Alle 7.49 Schnellbahn da Plochingen a Wendlingen. Alle 8.01 treno regionale fino a Roitlinga. E alle 8.30…bus? No, niente bus. Warnstreik, ovvero sciopero di avvertimento.

Mannò! Quando il viaggio è organizzato al minuto secondo, il minimo intoppo distrugge il domino, pensavo di avercela fatta quando sono arrivata di corsa alla fermata del bus, ma ovviamente non avevo idea dello sciopero. Questo è un altro svantaggio di abitare in un’altra città. Ho pensato di prendere un taxi, perché la scuola non è così lontana, purtroppo però sono quindici-venti minuti a piedi, anche a causa della salita non dolcissima per il primo tratto. E io come sempre avevo una quantità di carta sulle spalle che non favoriva l’ascesa. Ma poi ho visto un bus arrivare, vuoi vedere che esistono i crumiri* anche qui? Salgo e accidenti, restiamo bloccati dentro il mezzo a due passi dalla fermata successiva a causa delle manifestazioni degli scioperanti, perché l’autista non ci può far scendere in mezzo alla strada (ovvio, se ci becca un’auto, commenta una snervata passeggera, poi ne risponde lui). Io intanto telefono e parlo con la vicepreside, che avverta per favore l’insegnante con cui dovevo cominciare quel giorno. Sì sì, fa lei. Infine, una volta liberati dal bus, tra pezzi a piedi sotto la pioggia (e l’ombrello l’avevo lasciato a Ulma) e un bus preso al volo, arrivo con mezz’ora di ritardo e la faccia della maestrucola è un inceneritore naturale. Perché solo dopo vengo a sapere che la vicepreside si è dimenticata di avvertire e si sa, in Teutonia il ritardo è di per sé peccato capitale, se poi nemmeno ci si premura di avvertire, tanto vale suicidarsi prima.

Con simili presupposti e dopo aver lavorato senza interruzioni fino alle 17.30, quando sono arrivata a casa, verso le otto di sera, non avevo sicuramente voglia di sentire le lamentele croniche di Paranoia e l’ho evitata. Credo che per lei , la quale vede congiure e intrighi ovunque, sia stato il segnale che ero passata dall’altra parte della barricata o chissà cosa, fatto sta che il nostro rapporto è vistosamente precipitato. Per tutta la settimana si sono accumulati problemi, nottate con scarso sonno e di pessima qualità, fastidi fisici e Paranoia si deve essere convinta che io ce l’abbia con lei. Il che non è del tutto inesatto, ma semplicemente non avevo più voglia di sentire altri flussi negativi anche finito il lavoro.

Martedì è stato relativamente leggero, senonché mi è saltato in mente di fare la paladina del terroncello che seguo e cui dovrei insegnare tedesco in supporto alla docente della Vorbereitungsklasse, una classe dove vengono raccolti tutti gli stranieri che arrivano alla scuola e vi si insegna tedesco e quel poco di matematica basica, orari ridotti (iniziano quasi sempre alla seconda ora e alla quinta di solita hanno finito), a me pare una pacchia, ma i miei due siculi è già carcere duro ex art. 41-bis comma 2. Il terroncello è stato beccato, grazie a un simpatico e ben rodato sistema di avvertimenti incrociati, insomma, una altezzosa e alta tirocinante delle elementari ha fatto la spia, al di fuori del cortile scolastico. Nota con punizione seguente:  restare nel pomeriggio e aiutare l’Hausmeister. È interessante il sistema delle punizioni teutoniche che per ora riesco a cogliere solo a sprazzi: Strafarbeit del tipo scrivere trenta volte frasi insulse come “Non devo disturbare continuamente a lezione”

oppure nachsitzen che il dizionario traduce con “restare a scuola per castigo” (pensa te, una parola del genere quasi me l’ero dimenticata, castigo**!), ovvero restare oltre l’orario scolastico, ma non so ancora a far cosa, oppure appunto dover tornare nel pomeriggio a fare lavori indicati dall’Hausmeister.

Dovrei aprire una parentesi sull’Hausmeister. I miei due siculi lo traducevano con bidello, ma sorry, è troppo poco. È vero che lo strapotere delle bidelle nelle scuole italiane meriterebbe trattati sociologici, ma un Hausmeister è una specie di deità scolastica, è il padrone di fatto della scuola. È colui che assolutamente non pulisce, ma ripara danni se ci sono e soprattutto è il custode, quello che possiede tutte le chiavi, quello cui bisogna andare in atteggiamento debitamente gentile e riguardoso per farsi concedere la possiblità di usare le aule, cui bisogna dichiarare nome, cognome, indirizzo e numero di telefono e quello da cui spesso noi disgraziati insegnanti gratis di italiano dipendiamo per riuscire a fare partire un corso. L’Hausmeister è dipendente della città, ha determinati orari e può essere più o meno malleabile (è “colante”, kulant…***), quindi dare il permesso di usare la scuola anche se lui non c’è o fare l’assertivo e dire che a una certa ora devi essere raus, fuori, e non ci sono santi.

Ma per tornare al mio inutile impegno per persone poco utili. Il ragazzino si è lamentato con me asserendo che, essendo già stato beccato una volta, la lezione l’aveva imparata e che questa volta non era vero che fosse al di fuori del cortile. Ho cercato di fargli capire che non potevo fare molto, soprattutto per il fatto che non ero presente e non potevo dire niente. Ma le sue insistenze erano tali che gli ho voluto dare la possiblità di parlare con la professoressa per tramite mio (vedi che brutto essere afasici in un paese straniero e sentirsi in balia). Il risultato non è stato esaltante, l’insegnante si è definitivamente inalberata e avrà anche pensato di me che sono davvero della stessa pasta infida e insulsa dei due poveri terruncelli. In verità io volevo solo evitare che il ragazzo passasse dall’entusiasmo iniziale per la scuola, già in fase di calo, all’avversione totale, perché se inizia a odiare anche questa scuola, è bello che spacciato. E infatti… Ma vedremo.

Mercoledì la goccia che ha fatto traboccare il mio vaso turco: questa Arbeitsgemeinschaft è da chiudere. Peccato che non riesca a trovare qualcosa per rimpiazzarla, nonostante stia tramando da almeno dieci giorni con alcune mezze italiane ulmensi molto brave che potrebbero darmi il destro di creare un altro corso. Quando la cosa arriverà al capo, scoppierà una bomba. Ma sono così stanca di questa gente che per quel che mi riguarda potrei anche licenziarmi seduta stante.

Giovedì e venerdì sono stati abbastanza normali, ma le ombre di questi corsi malconci e tutta la fatica accumulata nei primi due giorni della settimana, oltre ai malesseri fisici, hanno lavorato molto contro il mio buonumore. Hitlera è via da giovedì per un qualche corso nella Frisia orientale, Paranoia l’ho vista ieri sera ma poi è sparita sbattendo la porta e senza salutare, dopo essersi informata se era passato il suo alleato nella WG, ovvero quello che mi ha preceduto, T., uno spilungo di due metri che è passato ieri e ha cercato, pure lui, di aizzarmi contro Hitlera che definisce una “sociopatica”, ma io non ci sto, gliel’ho detto, e spero che abbia colto il sottotesto: Ma mi lasciate in pace con le vostre insopportabili beghe?

Certo che questa è una WG di pazze. Sentenziò la pazza italiana.

* crumiro
dal francese kroumir, e questo dall’arabo volgare Khrumīr ( dall’arabo classico Khumair,, nome degli abitanti della regione tunisina della Crumìria, noti soprattutto per le loro scorrerie; il termine fu usato per la prima volta, in Francia in segno di disprezzo per gli operai che accettarono di lavorare nonostante l’ordine di sciopero (da)

** castigo
Se l’idea è che il castigo renda casti, a scuola non ci siamo affatto, neh.

*** kulant
Questa parola mi diverte e soprattutto non penso di averla mai usata prima di averla sentita dire da una che mi avrebbe volentieri affittato un appartamento carinissimo a Bad Cannstatt, che diceva che il padrone di casa era molto kulant. I dizionari lo riportano come linguaggio economico, ma evidentemente l’uso è anche quotidiano.

kulant adj com
1 (entgegenkommend) {GESCHÄFTSPARTNER, KAUFMANN} accomodante, condiscendente, compiacente, elastico: kulante Zahlungsbedingungen, condizioni di pagamento oneste
2 (annehmbar) {PREIS} accettabile, onesto.

Etimologia: kulant viene dal francese coulant, fluido, liquido, ma anche flessibile,  sciolto, cortese, dal latino colare.

Filoglotta

Le merle sono grigie, e i giorni della merla sono grigi e freddi e si passano tappate in casa a leggere e imbigirsi.

mèrla
[f. di merlo (1); av. 1342]
s. f.
· Femmina del merlo | (sett.) I giorni della merla, gli ultimi tre del mese di gennaio, solitamente molto rigidi quanto a clima.

Parola del giorno dello Zingarelli.

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Altro che tesi di laurea…

Con una buona dose di faciloneria e di approssimazione, mi verrebbe da dire che non c’è bisogno di grandi studi per capire come mai dalla cultura tedesca, così gravida di filosofia, filologia, archeologia, musica, matematica, fisica e chimica, sia potuto evolvere il nazismo. Basta vivere un po’ insieme ad alcuni abitanti di questo largo paese. Perché se i tedeschi sono come le due coinquiline, si spiega da sé: una maggioranza di saccenti megalomani e tirannici, alla ricerca dell’affermazione di sé tramite l’annichilimento altrui, come Hitlera, e una minoranza di pavidi, inetti, magari rabbiosi ma succubi, individui incapaci di gestire le loro miserie e di trasformare il borbottio e la lagna in azione oppositiva, come Para-Medica.

E io che dicevo di aver affrontato il tema del nazismo nella mia tesi per capire questo terribile contrasto tra cultura e fascismo. Sarebbe bastato fare prima l’Erasmus in Germania e avrei potuto scegliere un altro argomento.

Un tranquillo weekend di WG

Il venerdì sera Para-Medica (non perché sia infermiera, ma perché medico afflitto da paranoie) è lesta a scapparsene via nel suo buco di culo tedesco (credo Schwäbisch Gmund, se ho saputo interpretare bene la mitragliata di Hitlera), facendosi scudo di un cattivo umore opaco, perché per lei le pulizie potrebbero essere rimandate alle calende greche, le immondizie possono accumularsi come nemmeno a Napoli, a lei interessa solo vuotare le molte lavatrici e riempire lo stendipanni (secondo me tutte queste lavatrici a indicare scarsa pulizia personale sopperita da pulizia per interposto materiale) e ogni tanto rassettare delle cose strane che capisce solo lei, tipo spostare un sacchettino dalla dispensa alla Kammer, probabilmente colma di qualche risentimento personale verso di me o verso Hitlera cui comunque non ha coraggio di dar voce.

Hitlera invece resta qui sempre, spadroneggia nell’Europa dell’E…no, in casa, nel suo Lebensraum, fa e briga e gira e frigge e unge in cucina e si diverte, lei sì, a dar voce a ogni suo pensierino piccino picciò, perché evidentemente la mamma non le ha insegnato che non bisogna proprio dire tutto tutto quello che si pensa agli altri, indifferentemente. Con me continua questa terapia d’urto a forza di correzioni del tedesco e prova anche a farmi sentire un po’ cretina parlandomi a raffica e mettendomi in confusione, non di rado riuscendoci, soprattutto quando devo subire le grandinate prima di aver bevuto il caffè della colazione, quando francamente non riesco nemmeno a sillabare il mio nome. Ribatto ancora mitemente, ma devo dire che la mia pazienza sta già subendo un calo vistoso. E’ una persona da prendere a modello negativo: non devo essere come lei. D’altra parte potrei avere uno scatto di orgoglio e impuntarmi a studiare le piccolezze che mi corregge, ma, come le ho detto sempre alquanto serafica, io con l’età ho imparato a essere tollerante con me stessa e con i miei errori (tu invece sarai sempre gonfia del tuo ego villano e impaziente, crucca brufolosa).

Ieri pensavo con un certo terrore a che vita disgraziata mi faranno passare queste due quando darò la disdetta e si metteranno a cercare un nuovo inquilino. Mi daranno della bugiarda inaffidabile italiana (embe’, ormai…), Hitlera me lo dirà sibilando e digrignando i denti, Para-Medica non mi rivolgerà più la parola, subirò visite alla camera da parte degli interessati come e quando parrà alle due dame e sicuramente non mi chiederanno se e quando mi andrebbe bene e di sicuro partiranno con la macchina da guerra appena ne avranno contezza, quindi a maggio, ah già me lo pregusto un bel maggio ulmense pieno di primaverile astio. Devo come minimo inventare una scusa formidabile e sicuramente dovrò porre la notizia con lagrimoni di dolore, stavo così bene, ma te guarda, tutta questa fatica, i mobili, le spese, la cosa migliore sarebbe inventare un lavorone da qualche altra parte e spiegare che davvero, con i tempi che corrono non posso rifiutare una profferta del genere.  Se non voglio fare un maggio da incubo, sarà meglio che pensi già fin da ora a cosa escogitare. Massì, così do loro la possibilità di trovare il maschietto che tanto desideravano, queste due caprette alla ricerca del montone espiatorio, perché così mi raccontava Hitlera ieri, volevano un uomo, “per fare da contrappeso” o da saccone per i vostri pugni, eh?

Io, invece, pur avendo risposto alle offerte di WGs con uomini o solo uomini, non sarei così lieta (sich freuen!) di coabitare con esseri di sesso maschile. Sicuramente sarebbe stato un esperimento ancora più interessante, ma già mi basta il livello di sciattoneria della Para-Medica. Ultima chicca per farne un ritrattino: lei per pelare le carote usa sempre un pelapatate con la lama completamente coperta di ruggine. Ora, il medico è lei e ne saprà sicuramente più di me, non farà male come parrebbe a me. Si vede che il tetano qui non esiste.

Cosa farebbe il tedesco senza il verbo “sich freuen”?

I più goffi e sottodotati come traduttori traducono il verbo “sich freuen” con “rallegrarsi”.

Ora alzi la mano, qui, subito, chi di voi dice quotidianamente “me ne rallegro”, “mi rallegro di vedervi” e analoghi. Forse non l’avete mai detto, siate sinceri, magari l’avrete sentito in qualche vecchio film o trovato in qualche libro ormai antiquato. O magari vi viene solo da ridere e basta.

Sarebbe invece interessante sapere la frequenza assoluta di questo verbo nella lingua tedesco. Se De Mauro sostiene che il vocabolo più pronunciato nella lingua italiana sia “cazzo”, ecco la papale differenza tra la mia lingua e quella che studio da anche troppo tempo: noi ci riempiamo la bocca di membri maschili, loro di questo verbo che si usa con ogni registro, in ogni occasione, si sciala in lungo e in largo con tutti questi “essere contenti di”.

Perché, diciamolo, “sich freuen” è  un imbucato di professione. Qualunque lettera, di quale sia il suo tenore e contenuto, avrà alla fine un “sich freuen“, ovvero si sbandiera la propria contentezza che un ospite venga all’albergo, che una persona risponda alla richiesta di informazioni, che il tal dei tali telefoni o chissà cos’altro.  Gli annunci per appartamenti e WG che leggevo su Web finivano spesso con un bel “Ich freue mich schon auf Eure Antwort” o qualcosa del genere, “aspetto con gioia (mah…come traduzione non forse il meglio) una vostra risposta”. Il Kaiser kakaniko Franz Joseph, il vecchio Francesco Giuseppe d’Asburgo,  concludeva qualunque occasione di incontro con la sua bella frasetta stereotipa: “Es war sehr schön, es hat mich sehr gefreut” “E’ stato bello, mi ha fatto piacere.”  Ma una mia allieva molto tosta ha appena scritto su Facebook, dopo aver annunciato con chi andrà alla festa domani: “Freu mich schon richtig drauuf mit euch ♥” “Sono davvero contenta, sono felicissima all’idea (di fare questa cosa) con voi”.

Tutti tentativi di traduzione veramente squallidi e sintetici. Perché noi un verbetto così non ce l’abbiamo. Una su FB avrebbe scritto, “Cazzo, gente, non vedo l’ora, cazzo, ragazzi, che forte che ci andiamo tutti insieme” o similia. E’ proprio un sistema mentale diverso.

Io stessa ho cercato di assimilarmi e dico “Ich freu’ mich“, “Das würde mich freuen” a piè sospinto, spesso come convenevole vuotissimo, mentre in verità penso: Cazzo, che palle.

Se fossi andata a Tubinga…

Quante me ne insegna Hitlera la Logopedista! Anche ora, sono reduce da una cena con lei, e mi ha reso edotta di questoe di quello, temo che le diano fastidio i miei errori di tedesco. L’altro giorno, quando le ho detto che non ero ancora avvezza alla lavastoviglie (Spülmaschine) e che mi rompeva dover fare il giro per arrivarci (questo è veramente poco intelligente in cucina: il lavello è da una parte, l’apertura della lavastoviglie è dalla parte opposta e bisogna circumnavigare la penisola di cottura per arrivarci), mi ha fatto il suo tipico sorrisetto tirato dicendo: Jeder Gang macht schlank, a ogni camminata si dimagrisce. Stasera mi ha spiegato che Mahlzeit si dice solo a pranzo e che la sera va detto Guten Appetit, a meno che non siamo operai in fabbrica che poi tornano a lavorare, si vede che Mahlzeit è una pausa tra una sfacchinata e l’altra. Da notare la sua cena: otto quintali di spaghetti stracotti e mosci, di cui si è servita due volte, il resto lo ha inscatolato e domani se lo porta in ufficio in uno dei suoi mirabili tupperware, ne possiede circa quarantamila. Avevo lo stomaco rovesciato a vedere la pasta così maltrattata. Spaghetti Barilla, tra l’altro!

Stasera, mentre si preparava la pasta, meticolosa come sempre, mi ha fatto capire che trovami molto bislacca, alla mia età venirmene in una paese straniero, lontano dalla famiglia, dal moroso, meglio trovarsi una supplenza in Italia, no? Eh no, cocca, io volevo farlo questo esperimento antropologico, io volevo vedere i tedeschi dal di dentro, io volevo abitarci, in Germania, almeno un anno, volevo! Non ho ancora perso la curiosità, le ho detto serafica. Dentro di me pensavo che c’era ancora quell’Erasmus saltato a rimestarmi dentro. Nel 1995, credo, ho vinto la possibilità di fare un anno di Erasmus a Tubinga. Alla fine ho rinunciato, angustiata dall’idea di non avere un soldo e di non farcela, notoriamente l’Erasmus è pagato dai genitori, che ci si fa con il contributino mensile erogato chissà quando, e mio padre, Monaldo 2, faceva fatica a darmi due soldi per un dizionario, le tasse universitarie e i libri me li pagavo con i proventi delle stagioni estive. Ma quella rinuncia me la sono portata dentro come un marchio, una stimmate, una spina, una cicatrice mai rimarginata. Ed eccomi qui, nello stesso Land di Tubinga, a fare pensieri del tipo “Sliding doors”. Se avessi avuto il coraggio di provarci comunque, di costringere Monaldo 2 a sganciare due lire, forse non sarei più tornata, sarei stata uno dei molti che restano nel paese dove vanno a soggiornare o trovano un partner straniero… Se fossi andata a Tubinga…

Invece ora sono a Ulma. Questa settimana è molto intensa, lunedì mi pare già eoni fa. La seconda settimana la sto reggendo già meno bene della prima e non vedo l’ora che sia febbraio per riprendere fiato durante le vacanze. Anzi, oggi ero in preda allo scoramento e sono tornata a non vedere l’ora che sia luglio, luglio vieni e portami via. Non che l’esperimento antropologico della vita in Teutonia mi abbia già stancato, è di nuovo un problema di lavoro, e quello è tutto italiano. Ma andiamo per ordine.

Lunedì è davvero una giornata orrenda. Sveglia presto, e per l’ansia non ho praticamente chiuso occhio durante la notte, il giorno precedente tra le pulizie settimanali accollate a me e sciocchezze varie non mi ero preparata e quindi sono partita con il trolley pieno di libri, per preparare le lezioni del pomeriggio in quattro e quattro’otto nella pausa pranzo, sono salita sull’IC per Frankfurt, bello pieno, ho visto un posto libero vicino al finestrino accanto a un signorotto, Ist das frei?, E’ libero? e già il grugnito di risposta lasciava presagire male, volevo mettere la valigia in alto per non ingombrare un vagone già pieno, ma a momenti ammazzavo il maiale seduto sotto, perché la pesantissima valigia mi è scivolata di mano e quasi lo centrava. Che poi io abbia persino osato parlare al cellulare, in un treno tedesco alle 7 di mattina, ha proprio fatto sbroccare il vicino suino che ha nuovamente sbuffato il suo disappunto. Io ero già stufa marcia della giornata.

Poi altri tre cambi di mezzi (Ulma–>Plochingen–>Wendlingen –> Roitlinga–>bus per la scuola) e sono arrivata in classe che avrei voluto chiedere malattia, darmi per morta, fingere un infarto. Ho finito lezione alle 17.35, mi sono preparata per il ritorno, il bus era stracolmo, l’autista ha persino inforcato gli occhiali per controllare che io avessi il biglietto giusto – sublime la diffidenza teutonica – e poi mi ha detto di oltrepassare la sbarra di sicurezza, al che gli ho fatto notare che non era possibile per via della calca, non si è nemmeno preoccupato di rispondermi. Quando è stato il momento di scendere sono dovuta smontare dall’entrata anteriore, anche se ciò non è permesso, dato che già alla fermata precedente qualcuno era rimasto bloccato sul mezzo non avendo l’autista voglia di aspettare che si facesse largo tra la folla, e ho trovato un vecchio con la faccia già come un teschio che mi urlava che non si può scendere da davanti…e gli ho strillato dietro! E me ne sono andata alla stazione sbraitando parolacce in italiano, incurante degli astanti teutonici. Io questi tedeschi che pensano sempre alle regole e non capiscono una fava dentro quella gabbia di cervello che hanno li condannerei a tre mesi di Africa o tre mesi a Napoli, meglio. Solo che non guarirebbero, schiatterebbero e basta (dopo essere stati rapinati).

Insomma, lunedì sera non ne avevo già più per nessuno. Purtroppo c’è anche il martedì a Roitlinga, meno faticoso ma comunque abbastanza molesto. Niente a che vedere con l’orrore del mercoledì: a Ulma, niente viaggi, ma ormai la AG dei turchi non si regge più. Una AG, ovvero Arbeitsgemeinschaft, è un corso facoltativo che i ragazzi scelgono per loro ghiribizzo e questi turchi cretini hanno deciso che con l’italiano può bastare. Ma soprattutto hanno un atteggiamento che mi fa venire voglia di introdurre leggi marziali a scuola: zero rispetto, zero considerazione. Non ho mai percepito così tanta frustrazione in un corso, dove in tre mesi non sono riuscita a insegnare qualche vocabolo o i numeri dallo zero al venti. Il problema naturlamente è che così io resto in braghe in tela, devo trovare un altro corso e questo significa tornare a mendicare di Rektor in Rektor, telefonare, prendere appuntamenti, farsi dare numeri…

Però, pensavo a mo’ di salvagente, giovedì probabilmente il problema è risolto, ne arrivano due di nuove, yuppie. Catastrofe. Ne è venuta una sola – la sorella è malata – e il gruppo bislacchissimo del secondo corso del giovedì ha dato tutto il peggio che sapeva dare, la ragazzetta, già spaurita perché non parla italiano a dispetto dell’italianissimo cognome – s’è intimidita, annoiata e seccata, e di sicuro non verrà più e terrà la sorella lontana, un’altra corsista ha annunciato spavalda che smette perché la madre vuole che studi di più per la scuola e un’altra ha detto che il corso è troppo facile e pensa di mollare. Stasera mi sarei buttata sotto un tram. Visto che non ce n’erano in giro, sono andata a fare spese al Rewe, a cavallo di San Francesco nonostante la pioggia, e mi sono comprata la pasta pronta per farmi una pizza consolatoria.

Guai in vista, ancora e sempre. E per il finesettimana mi ero procurata un bel seminario introduttivo per andare a lavorare in una scuola privata di lingue, perché tanto me le cerco sempre. Mi sa che darò disdetta all’ultimo momento, il che mi segnerà agli occhi teutonici come fellona, inaffidabile, kompliziert e irrimediabilmente italiana. Andassero tutti, questi teutonici…e il prossimo che in Italia mi chiama “la tedesca”, lo mando anche lui.

E pensare che ieri mi sentivo addirittura trionfante, forte delle mie vittorie Ikea. Ebbene sì, mercoledì mattina sono arrivati quei due pezzi di truciolato e quelle due assi di legno da trasformare in camera e presa dalla foga, ho montato tutto a parte la Billy in sole tre ore. Una che non sa attaccare un chiodo riesce a mettersi su una scrivania, una sedia da ufficio, un tavolinetto… e un letto! Ikea ha successo non per i prezzi o la bellezza dei suoi prodotti, ma per l’iniezione di autostima che dà a cose fatte. Se si potesse montare anche un corso con un cacciavite…

Nuove da via della Pace

Ed eccomi qui, dopo la prima settimana di vita a Ulm, in via della Pace. Viva e alquanto tranquilla, nonostante gli schifosi presupposti. Me ne sto stesa su un divanetto che ha visto anni migliori, in una camera che attende il mobilio che arriverà mercoledì. In dotazione con la camera ho ricevuto un armadio e detto sofà, da Stoccarda mi ero portata il materasso che avevo prima usato a Roitlinga e questo è per ora il mio povero letto rasoterra, valigie e sacchetti li ho messi in un angoletto e ho appena finito di montare un sostituto di cassettiera, il povero Lennart Ikea, ci ho messo sopra le due piantine che ho portato da cas. Via, come si può vivere con quasi niente.

In verità non vedo l’ora di avere soprattutto una scrivania e una Billy dove sistemare il (more solito) ingente numero di libri e faldoni di materiali. Per comprare questi mobili ho passato almeno due giorni a controllare il sito, fare conti e preventivi a raffica. Un letto singolo per il materasso già esistente? Un letto più comodo da 140 cm? Mobili così o colà? Alla fine ha vinto la considerazione che poi questa roba finirà probabilmente in gran parte regalata o rivenduta per briciole, e fra pochi mesi, dunque ho badato al soldo in modo acribico. Non avere l’auto non è stato sicuramente di aiuto, ma anche se avessi avuto l’auto non so come sarei riuscita a portare da sola le tonnellate della Billy da sola, ho già sudato quattro camice per cacciarle sul carrello. Chi mai va all’Ikea da solo? L’Ikea è un momento di ilare comunità, di spasso per la famiglia, di progettazione per le coppiette, pensavo ieri mentre giravo concentratissima con piani e blocchetti in mano, come mai ho fatto in vita mia all’Ikea. Ikea che comunque è vantaggiosa solo se fai trasporto e montaggio da te, ovviamente, così, pur dovendo forzatamente ricorrere al servizio di trasporto, ho rinunciato al montaggio e spero di riuscire a trasformare un grumo di asticelle in un letto e pezzi informi di compensato in libreria e ripiano di lavoro.

Ma andiamo per ordine. Me ne stavo così bene in vacanza, a casa, e avevo una tale paura delle due svitate per come si sono rivelate poco sotto Natale, che partire non è stato facile. Ho rimandato all’ultimo momento, sono partita infine a mezzogiorno di sabato 7, abbiamo trovato lupi e tormente in Kakania e alla fine abbiamo fatto tappa a Monaco e quindi sì, sono arrivata all’ultimo secondo, a mezzogiorno di domenica 8. Non sapendo chi ci fosse in casa e non volendo entrare la prima volta senza preavviso, pur avendo le chiavi, ho suonato. Dabbassso non ha risposto nessuno, sono salita lungo le lignee scale e ho suonato un’altra volta davanti all’uscio (uscio a prova di ladro, nel senso che un ladro potrebbe entrarci senza provare, queste porte vecchie, scassone, con i vetri…ma si vede che a Ulm non ci sono i ladri). Apre la logopedista e nel suo sguardo galleggia la domanda: E tu chi saresti? Pensa, si era dimenticata di me. Il primo commento comunque è stato: “Ma non ce le hai le chiavi?” Perle ai porci.

Per farla breve, ho preso possesso della camera, vuota. Ho passato l’aspirapolvere e passato il pavimento due volte, aperto le finestre, ammirato il panorama cittadino dalle finestre prive di tende. Grazie a Dio almeno il lampadario c’è.  Ma dopo le pulizie, per non farsi mancare lavoro, siamo partiti alla volta di Stoccarda per andare a recuperare i pacchi di libri lasciati dalla collega che mi ha aiutato prima delle vacanze. E vai, corri, traffico, non traffico, strade alternative, collere furibonde per trovare la piantina di Stoccarda e quindi casa della collega. Ma la serata è finita bene con una cenetta deliziosa in un ristorantino di Stoccarda che ho scoperto per casa: io e il mio orso aiutevole, un santo.

Dopo questa prima settimana ho solo capito che, ognuna a suo modo, le mie coinquiline sono entrambe bislacche. Forse donne sui quaranta  che coabitano in un appartamento e non hanno una regolare famiglia, qualcosa di storto ce l’hanno (me per prima, va da sé). Ma fingiamo che questo sia un film e presentiamo i personaggi e interpreti. I., interpretata da se stessa, ovvero logopedista quasi quarantenne, che lavora in uno studio con più sedi o forse no, non riesco ancora ad afferrare, una comunque è nell’Allgäu, regione di montagna poco distante da Ulm. Da me teneralmente chiamata Hitlera. Il suo viso insignificante subisce impennate diaboliche quando parla, gli occhi le diventano aculei e allarga le labbra a fare un fischio, un raschiare, un sibilo inquietanti. Passa da questo tono diabolico a un mitissimo ed educativo eloquio da maestrina mancata e chiacchiera molto, intervallando le parole a risatelle che non sapresti definire se malvage o dementi o tutte e due. Mi par di aver capito che è qui da un anno e prima conviveva. La prima cosa che mi ha detto, dopo il gentile “Ma non ce le hai le chiavi?”, alla mia domanda se avesse passato belle vacanze, è stato: “No.” Ed è partita una sequela di parole a indicare quanto stress, quanti impegni regnino nella sua vita. Ha rimarcato che sta facendo una laurea in economia aziendale per puro hobby. A me parrebbe bisognosa di passatempi molto più tranquilli, ma ovviamente non faccio la consulente di vita, quindi affari suoi.

Nei giorni successivi ho avuto continuamente lunghe chiacchierate con il secondo personaggio, A., la Medica. La Medica non ha voluto nemmeno dirmi quanti anni ha, più di quaranta ha buttato là, vagamente. Il viso è un reticolo di rughe, potrei dargliene anche cinquanta, è magra come uno stecco ma con una panzetta del tutto fuori luogo, due occhi enormi pieni di ansia e ansia è la parola d’ordine per lei. Ha passato praticamente tre giorni a parlarmi male della Logopedista e a dipingerla come un mostro arrogante, possessivo e indisponente. Mi sa che il grosso problema di Medica è che non riesce a porsi con Logopedista come vorrebbe, dato che Medica è insicura, autocolpevolizzante, con manie di persecuzione e piena di rimpianti (ho fatto tanti errori, se in tre giorni una dice questa frase due volte, non siamo di fronte alla persona più soddisfatta della galassia…).

Venerdì sera abbiamo fatto una riunione di WG: momento parecchio imbarazzante, perché Medica è partita lancia in resta contro Logopedista e le scintille non sono mancate, mentre io cercavo di fare azioncine di pace. Io! Dopo essere stata accolta a merluzzi in faccia e ritrovarmi in un nido di fastidi reciproci, cerco di metterle d’accordo. Intanto, come primo atto che è piaciuto ad ambedue, ho fatto le pulizie settimanali. Ebbene sì, ho passato tutta la mattina della domenica a introdurre in questo luogo il concetto di pulizia. Mi convinco sempre di più che i tedeschi siano fondamentalmente sporchi. Incuranti, forse. Forse, come dice mia madre, grande amore per la decorazione e il ninnoletto (che trionfano a Natale in un profluvio di addobbi stucchevoli), ma poca importanza a pavimenti lerci, ante dei frigoriferi tatuate di sporco, decimetri di polvere sulle mensole, macchie di ogni genere, colore e grandezza sparse tra cesso, bagno, cucina e dispensa. Perché oggi ho nettato questi ambienti, oltre al vasto corridoio e la cameretta degli ospiti.

Sarebbe interessante descrivere la casa. E’ un palazzo a occhio centenario, l’ingresso è buietto ma si scorge subito una scritta museale, Salve, che è una vera chicca. Le scale sono di legno, ma non rifatte di recente, chissà se sono originali, anche gli infissi sono di un tipo così inusuale (si chiudono con una piccola levetta decorata) che devono essere vecchissimi. A ogni giroscala c’è un bellissimo e grande quadro, che bellezza, se ripenso all’anonimità squallida dei palazzi moderni. La porta, come accennato, è simile ad altre che ho visto altrove a Stoccarda, case vecchie, in cui non c’erano timori e in cui evidentemente non dave fastidio sentire cosa succede nel pianerottolo. Fortunatamente è un palazzo diviso in due condomini separati verticalmente e non c’è nessun altra porta sul nostro pianerottolo. Dentro regna il legno nel reparto passaggio e notte, assi in entrata e corridoio e parquet nelle camere, anche se Logo ha un parquet nuovo, a incastro, invece in camera mia ce n’è uno antico, con fessure a volte inquietantemente ampie tra listella e listella. Appena entri, a sinistra c’è il bugigattolo con il cesso, a destra c’è la cucina e oltre la cucina il bagno (lavello, vasca da bagno e lavatrice oltre ad asciugabiancheria, lusso). Attaccato alla cucina, sulla porta viene intimato “Türe zu“, c’è la dispensa con scaffali grezzi e alquanto scomodi, frigorifero e in cima microonde, la finestrella di sopra viene lasciata sempre aperta quindi andrebbe benissimo anche il termine ghiacciacia. La cucina, che dà a sud ed è quindi bella luminosa, ha anche un grazioso balconcino che guarda verso le aguzze guglie del campanile della chiesa di St. Georg.

Nella zona notte ci sono ben tre camere, una per ognuna delle interessanti coabitanti e una cameretta che ora è colonizzata da stendini e porcherie parcheggiate, dunque una cameretta degli “intrighi”, come direbbe mia madre. Nello spazio di passaggio il padrone della casa, che ci viveva, ha coperto la parete con un’impressionante e per me splendida serie di scaffali e ci potrebbe stare di tutto, invece anche qui vige l’anarchia, Logo ha riempito la parte inferiore delle sue scatole di scarpe, Medica ci ha messo libri di medicina e non so chi ha poggiato bicchieri che dovrebbero far bello (?!) e oggetti vari come candele, lampadine vecchie e nuove, batterie, roba vecchia.

Ne avrei molte da raccontare, di questo esperimento antropologico, ma la notte incombe e domani è lunedì, la mia giornata nera e urge prepararsi al lavoro.