Non si permetta… di scardassarmi

L’esperimento “Vita con due teutoniche” ha ormai raggiunto il primo mese di vita (e, loro non lo sanno, ma non ne restano molti altri). Io mi sono ambientata abbastanza bene, direi; ci sono alti e bassi come in ogni coabitazione, come in famiglia, come in coppia, anche se ovviamente la cosa buffa è queste due sono sconosciute con cui sono venuta a stare sotto lo stesso tetto. Spesso mi viene l’acidità di stomaco – ogni mattina in cui mi trovo a far colazione dopo Paranoia, che lascia sempre briciole, macchie di caffè, coltelli sporchi, filtri di brodaglia in giro o bustine del tè usate e che dissemina la cucina con ogni tipo di cibaria e bevanda oppure sposta cose mie perché non rientrano nel suo concetto di disordine personale e universale  – oppure mi sento un pesce fuor d’acqua – come quando Hitlera inizia le sue rapidissime concioni su questo e quello -, spesso resto basita o percepisco un certo qual schifo – come quando Hitlera gira serafica per casa con il suo spazzolino elettrico, come sta facendo ora, lei e le sue naticone da cavallerizza strizzate nei jeans.

Cerco però di mantenere almeno esteriormente un certo equilibrio, anche perché alla fine della fiera sono elementi di minore importanza rispetto al malessere atroce che mi dà questo lavoro, su cui forse vale la pena spendere due parole. E se dico “due parole”, è evidente dala lunghezza del post che è un eufemismo.

Questo magnifico lavoro che mi sono scelleratamente scelta per l’anno scolastico 2011-2012 consiste nel tappare il buco che dovrebbe essere riempito da un docente con posto di lavoro a tempo indeterminato, il quale, dall’alto della sua stabilità lavorativa, supera una ridicola prova di lingua chiamata “accertamento linguistico” (la cui futilità e cialtroneria sono saltate fuori con grande scandalo, subito sommerso nel niente, due mesetti fa sui giornali italiani), e va nel vasto orbe terracqueo, laddove l’elevato ente ministeriale italiano preposto ai rapporti con l’estero ha prima fondato e poi tenuto in vita con il polmone artificiale scuole e corsi di lingua italiana, un tempo per far sì che gli emigrati italiani avessero la possibilità di tornare in Italia con un livello minimo di istruzione.

Peccato che oggigiorno quel tipo di emigrazione non esista più, o quasi. Magari ci sono molti super-raffinati expats,  gente con laurea in ingegneria, che spesso è single e che comunque, se proprio si accoppia e prolifica, non è minimamente interessata a che i rampolli seguano corsi di italiano, si vuole piuttosto aprire la testa a questi nuovi europeini. Insomma, emigrazione di lusso. Ci sono ancora sudisti italiani che arrivano, di solito a grappolo, per raggiungere cugini e parenti vari, e i ragazzi che vanno a scuola finiscono nelle Vorbereitungsklassen, in queste classi dove vengono raggruppati tutti gli stranieri affinché imparino un minimo di lingua teutonica e di aritmetica in teutonico, nulla più, survival German. Ma questi, di solito, sono così (ingiuficatamente) sicuri del loro italiano e hanno comunque così poca voglia di fare che dei corsi offerti gratis dal magnifico ente ministeriale se ne infischiano del tutto. Ci sono, sì, i figli degli immigrati, quasi sempre già di terza generazione, che sono ormai di lingua tedesca e basta, ma, come spesso accade alle minoranze che si fanno vanto del loro essere minoranza, inneggiano all’Italia – che non conoscono – e si pascono della loro idea di una madrepatria bella, prestigiosa, “cool”, e quindi girano in magliette con la scritta ITALIA, con tricolorini cuciti sulle maniche ecc. e credono di capire un po’ e sanno di non riuscire a spiccicare parola. Molti poi sono dei fantastici ibridi, italo-spagnoli, italo-turchi, italo-tunisini e, ovviamente, i molti italo-teutonici. I geni italiani sparsi per il mondo, nube et impera. Più o meno.

Ora, se a coprire i posti non vengono le loro maestà con il posto fisso, ci sono i supplenti. Che, informalmente, si dividono in due categorie: da una parte i locali, a volte nati e cresciuti qui, figli di italiani, e quindi portatori sani di un italiano così miserabile e scorretto che la sola idea di sentirli fare lezione mi getta in una ridarella irrefrenabile, oppure sudisti che, al solito, arrivano a grumi e si insediano stabilmente con la facilità e la tenacia tipiche delle patelle sudiste, e dall’altra, i meno, gli sventurati che vengono ignari e ingenui dall’Italia. Tra questi, la sottoscritta, la sventurata che rispose alla mail di inizio settembre, partì un mercoledì sera, ebbe un colloquio il giovedì e il venerdì stava facendo ritorno a casa, con poche e confuse idee, sapendo che da lunedì avrebbe iniziato un lavoro poco chiaro. Perché quel colloquio con il Re e Madamigella si sarebbe rivelato poi un bel tranello: in primis, perché i due si sono premurati di non spiegare in cosa constasse il lavoro a parte un generico “insegnare italiano ai figli di immigrati” e, nell’ambito della lezione con co-presenza, a un “fare da mediatrice linguistica per bambini che non sanno il tedesco, assolutamente non sostegno, figuriamoci”. Hanno omesso il particolare che avrei dovuto raccattarmi ragazzo dopo ragazzo, con estenuanti telefonate a genitori e ragazzi stessi. Lavoro che dopo sei mesi di permanenza non è ancora finito, fatto che mi ha gettato nel più atro sconforto. Ancora dovrei andare di scuola in scuola cercando di recuperare nominativi e poi farmi frantumare le corna in telefonate che, se fosse un romanzo comico e io fossi il narratore onnisciente manzoniano, sarebbero anche spassose: ragazzini che rocciosamente mi dicono “no”, mogli che mi prendono forse per la nuova amante del marito, donne che temo fossero sposate con un italiano ma che ora al solo sentire dire “italiano” si ricoprono di eruzioni cutanee, madri che adducono ogni sorta di catastrofe naturale e innaturale per la procrastinazione dell’inizio del corso da parte della prole, padri che se ne fottono e promettono che la moglie richiamerà, ma nessuna moglie più richiamò, personaggi che iniziano una tiritera incredibile contro le istituzioni italiane, signore nostalgiche dei loro tempi della scuola italiana e chi più ne ha, più ne metta.

Ma per tornare alla coppia reale. Ovviamente hanno fatto un quadro vago e lacunoso anche sulla natura di tale lezione in compresenza (probabilmente perché non ne sanno molto…). Prima di tutto perché per lo più non c’è alcuna compresenza, io vengo sbattuta fuori con gli essere considerati cognitivamente e socialmente inferiori, ovvero, gli italiani (e io stesso sono aggiunta nel giudizio di disvalore in modo laterale e sottile). Secondo, ma in verità è la prima grave omissione: trattasi proprio di sostegno, e non sostegno linguistico, i bambini sanno il tedesco quanto gli altri, ma non ci arrivano (limiti cognitivi, excuse moi), ma hanno un comportamento inaccettabile per gli standard teutonici (troppo argento vivo mal convive con l’idea di scuola qui) o hanno problemi fisici che si traducono in impedimenti all’apprendimento, insomma, difficoltà che potrebbe avere benissimo anche un autoctono. Ma, e qui si infila un sospetto forse ingiustificato, stranamente sono sempre gli stranieri ad avere questi problemi.

Ora, perché questo doloroso ritorno agli inizi? Perché lunedì ho preso coraggio e ho telefonato al Re per avvertire che veniva a mancarmi un corso (il corso Turchi ha fatto la fine della Costa Concordia) e dunque per chiedere aiuto, ma, subodorando guai di cui Egli vuole essere immune, ha iniziato ad attaccare. Peccato che io non fossi in vena remissiva e ho alzato i toni. Apriti cielo! Quando mai una subalterna di infima qualità, una che viene pagata la metà di quelli con il posto fisso (sic), una sul cui contratto c’è scritto che può essere mandata a casa in qualunque momento, una che non ha diritto a indennità di trasloco, di trasferta durante le vacanze, di questo e quello, una che quando il Re presenta le sue docenti viene dimenticata, perché non è mica di serie A, una cui ha rifilato la cattedra più sbilenca, puntando sulla fame e sull’ignoranza e vincendo alla grande, quando mai una del genere si permette di ricordare al Re le modalità con cui ha “dimenticato” di spiegare di che tipo di lavoro si trattasse.

E qui è scattata la mia collera totale, perché le bugie mi fanno imbufalire, e far passare me per bugiarda, quando altri hanno sorvolato sulle modalità di lavoro, non è tollerabile e soprattutto non è tollerabile sentirsi urlare la frase che per me determina la morte morale di chi la pronuncia: Non si permetta.

Non si permetta cosa? Non si permetta di esistere? Non si permetta di respirare? Non si permetta di dirmi la verità che mi fa male, lo sa? A questa gente interessa solo una cosa: tenere su con un sistema di omertà e omissioni un impianto fasullo, pieno di corsi fantasma, corsi con nomi e non persone, condotti da insegnanti dozzinali interessati solo a farsi un sacco di soldi, e questo impianto rubasoldi, cari italiani che leggete, lo pagate voi, lo paghiamo noi con le nostre tasse. Un ennesimo spreco istituzionalizzato. E se arriva il bambino che dice al re, Guarda che sei nudo, il Re sbraita e nega, perché ne va del suo posto, dei suoi privilegi, dei lauti compensi.

E quindi io ho deciso che ogni momento sarà buono per andarmene da questa melma. Ho sì il vincolo dei tre mesi di preavviso della WG, ma prima del giorno x mi toglierò lo sfizio di dire al Re: Non si permetta mai più di scardassarmi. Ah, en passant, sei nudo. Laddove l’effetto non è quello di guardare Beckhamm nelle pubblicità di H&M.

La parola del giorno dello Zingarelli:

scardassare / skardasˈsare/
[da scardasso ☼ 1481]
v. tr.
1 Cardare la lana con lo scardasso: una donna … scardassava un mucchio di lana nera con due pettini di ferro (G. Deledda).
2 (fig., disus.) Maltrattare.

scardasso / skarˈdasso/ o (centr., merid.) †scardàzzo
[da cardo (1) ‘pettine’ e -asso, forma sett. di -azzo, con s- ☼ 1353]
s. m.
● Attrezzo a denti uncinati per pettinare la lana. SIN. cardo (1).

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