AOK

Sono andata a registrarmi all’AOK di Ulma, che è il sistema assicurativo sanitario pubblico, una cosa base, mi pare di capire. Di sicuro un mondo altro rispetto alla tristezza desolante degli ufficetti usl, asl o come diamine si chiamano in Italia. Una reception dove pensavo di dover già spiegare questo e quello, e invece è solo la prima Anmeldung. Poi arriva una signora, a chiamarti (arriva una persona a chiamarti? Non uno squallido numero sul tabellone? O al massimo un’urlata di cognome?) e a dirti di seguirla, in un ambiente rarefatto da ufficio di azienda privata. La persona sembra persino interessata a te in quanto essere umano. Dove sta l’inganno?

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Ricadute linguistiche

Non so se mi aspettassi che questa coabitazione con tedesche migliorasse le mie competenze della lingua, di sicuro mi aspettavo che l’anno nel suo insieme lo facesse. Invece ho l’impressione di retrocedere, non di procedere.

È vero che, al solito, io qui insegno italiano e quindi il contatto con la madrelingua è continuo e pure, guarda un po’, oggetto di studio. Sarà soprattutto che vivo in uno stato di ansia continua a causa dei corsi traballanti, di frustrazione per la povertà dei risultati con alunni così difficili per l’età e così disomogenei, di stanchezza per i viaggi dei primi due giorni della settimana (anche questa settimana qualcosa è andato storto e sono arrivata per la seconda volta consecutiva con un’ora di ritardo, stavolta per aver perso una coincidenza ed essere rimasta bloccata 50 minuti al gelo pungente che mi ha fatto perdere la sensibilità ai piedi, in quel di Wendlingen am Neckar, praticamente in far west, nemmeno una pensilina sotto la quale rifugiarsi), e questo fa sì che la mia lingua sia perennemente intrecciata in un viluppo di sbagli e tentennamenti. Dove sta la sicurezza incredibile che avevo acquisito dopo l’anno in Kakania nel 2005-2006? Perché qui mi sembra di essermi involuta a un livello A2? Ma forse anche quella sensazione di trionfo è solo un ricordo trasfigurato dal tempo.

Finisco per non aver più voglia di parlare. Vorrei solo sorridere un “sì sì” anche quando non capisco niente e spesso lo faccio, di certo dando l’impressione di essere una scimmietta dello zoo. Non capisco perché non capisco. A volte penso che questa è la papale differenza tra parlare con persone ben disposte, che con un tatto lieve tengono conto che sono straniera e mi parlano in modo tale che io possa capire tutto, e parlare con gente cui non frega niente chi io sia e quindi parlano a raffica, come Hitlera, o inframmezzando un bel po’ di colore dialettale svevo, come Paranoia.

Comunque ho il morale in cantina, come diceva ieri la canzone della Nannini che ho portato in classe.

(Bella cosa, Youtube in Germania non mi permette di vedere un sacco di canzoni, diritti negati.)