Huschtensaft

Stamane, a dispetto dello sfasamento cronologico introdotto dal ritorno dell’ora legale anche qui in Teutonia (Paranoja cercava di dare la colpa agli italiani, asserendo che quest’affronto che fanno a lei affranta sempre dalla stanchezza sia stato introdotto da noi, perché lei non ha ricordi che si facesse così quando era bambina), sono riuscita a prepararmi in tempo e ad andare nella chiesa di St. Georg che chiamava suonando campane d’intorno nell’aria primaverile. Ed è a messa ho fatto – temo – le uniche risate di cuore di questa settimana sempre di corsa, comprensiva di farsesco collegio docenti di sabato.

Nella ex chiesa di guarnigione di St. Georg non c’era la solita accoppiata che avevo visto in precedenza, prete anziano e zoppicante retto dal bastone e pretino giovane, ce n’era uno altrettanto giovane che ha fatto una bella predica coinvolgente per i bambini assiepati nelle prime file. Ho esordito chiedendo: Se vedete qualcuno che è triste e malato, cosa fate? Habt ihr eine Idee? Ha ripetuto l’invito un paio di volte, con un tono dolce, per vincere la timidezza dei piccoli. Infine uno si è fatto coraggio e ha risposto:

Ich geb ihm Huschtensaft. Gli do lo sciroppo (in dialetto)

Risata generale, ma una bella risata, la risata che ci regalano i bambini con le loro uscite candide.

Il parroco ha sorriso e ha approvato. Parlava anche lui con accento locale. E come fai a dargli lo sciroppo?

Vado in farmacia, è stata la risposta pratica.

E cosa fai lì? Cosa ti serve?

I soldi.

Giusto! Vedi dunque che aiutare questa persona ti costa soldi, ti costa qualcosa, ha detto molto lentamente, scadendo bene le parole e i concetti.

Qualcuno ha azzardato: Glielo faccio io, lo sciroppo.

Al che il prete ha fatto un largo sorriso, chiosando: Das ist Schwabe. Questo è lo svevo. (I locali sono notoriamente parsimoniosi) Ma a parte questo, cosa ci devi mettere, in questo sciroppo fatto da te?

Kräuter. Le erbe.

Certo, ma non solo, continuava la voce suadente del prete. Ci metti anche altro. Ci metti il cuore. E il tempo. E gli dai lo sciroppo mica semplicemente dicendogli, Tieni, butta giù, Schluck!, ma con una carezza.

Ma non era proprio di questo che volevo parlare, ha sorriso il parroco. Al leggio è arrivata una signora anziana e ha letto le storie del quotidiano di tre bambini africani, come quello che lava le auto dentro e dopo tre ore di lavoro ha guadagnato sui 15 centesimi, umgerechnet, fatto il cambio. Poi il prete è tornato dietro il leggio, ha  continuato e con un filo logico semplice e convincente è passato dal malato curabile con lo “sciroppo” a chi non aiuta gli altri anche quando potrebbe, e questo qualcuno è malato, il vero malato, e come facciamo a curarlo? Ha richiesto alla platea giovane.

Una bambina bionda ha alzato la mano, ma non voleva dirlo davanti a tutti, il prete è sceso e si è avvicinato ai banchi, e la ragazzina glielo ha detto in un orecchio, dopodiché il parroco ha detto che le aveva dato il permesso di ripeterlo davanti a tutti: “Liebe“, amore.

Pensieri autunnali a inizio primavera

Passi otto anni con una persona, tra alti e bassi. Conviventi e separati. Lasciati e ripresi. Scontri e incontri. Ritorni spettacolari con tanto di brillocco e richiesta di matrimonio vecchio stile, in ginocchio da te. Fine immisericordiosa, sotto tono, che quasi si avrebbe voglia di un taglio violento, di un gesto plateale, di una conclusione forte e decisa. Invece no, il picciuolo che si stacca quasi impercettibilmente dopo che il frutto ha vissuto tutte le sue fasi ed è ormai fradicio. Non fa quasi male, dopo tutte le tempeste estive e il lavorio mortuario dell’autunno incalzante.

E cosa resta del tuo decennio dei trenta a zonzo nel nord Italia e per il mondo, courtesy of Mille Miglia Alitalia e Sheraton. Sì, ho ancora un certo numero di ciabatte con la pomposa dicitura. E foto che non ho più coraggio o  la voglia di sistemare e stanno impilate nella credenza sopra la tv, in Italia, lontane. Non resta quasi nulla.

Infatti l’unica persona che si è completamente dimenticata del tuo compleanno, è quella.

Vola leggero via da me. Se qualcuno mi si è conficcato con odio inestirpabile, qualcuno è rimasto come presenza sempre più traslucida ma buona, tu sei partito senza rumore, senza infamia e senza lode.

Un prodotto anni Settanta

I prati dell’Alter Friedhof si stanno chiazzando di color pervinca e finalmente si esce dal lavoro con il sole e quell’aria mite che dice cose nuove e antiche. Sono nata in una bella stagione, pensavo, incerta ma piena di promesse. Cercavo di ricordare il racconto di mia madre, entrata in ospedale con la neve e uscita nel sole con una frugoletta e un mazzo di rose rosse.

A occhio il padre non aveva tutta questa voglia di diventarlo per la seconda volta, dato che non aveva badato alle insistenze della moglie e l’aveva caricata in macchina solo all’ultimo momento, tanto che le si sono rotte le acque durante il tragitto. Ho rischiato di nascere in una automobile lungo la via Fausta che porta a Jesolandia, quando ancora c’era il reparto maternità. Non so nemmeno che auto fosse, mi immaginavo fosse la Fiat 128 familiare bianca di cui ho una labilissima memoria, ma è stata prodotta proprio quell’anno in cui sono sgusciata rapida nel mondo, all’una di notte, e non credo mio padre potesse permettersi un modello nuovo di zecca, anzi, forse allora i miei nemmeno avevano una macchina e se la fecero prestare dal nonno.

E dopo otto lustri tondi tondi, che non avrei mai immaginato di compiere in una cittadina teutonica, posso ritenermi fortunata di aver potuto passare questa giornata a me spesso invisa in compagnia del buonumore fatto persona, e per di più nel mio elemento acquoreo.

Non ci sono le mezze stagioni

In Italia è una cantilena per vecchi e per creature querule, eh, un tempo c’era il suo bell’invernino, la cara primaveruzza, l’estataccia afosa e il mite autunno, ma ora, signora mia, non ci sono più le mezze stagioni!

Ma qui in Teutonia è semplicemente un’osservazione che si può per strada in questi giorni e di cui forse tengono conto i produttori di abiti e calzature, spero, o forse qui risparmiano sugli abiti da mezza stagione, quelle simpatiche cose dai colori pastello in primavera, il cardigan rosa antico, lo spolverino blu, quei capi color foglia morta in autunno, l’impermeabile marroncino, la maglietta di viscosa. Fatto sta che in gira per Ulma si vede solo abbigliamento estivo, ma proprio estivo. Quindi nei guardaroba teutonici ci sono la bardatura invernale e le cosette leggere dell’estate, senza fasi di trapasso, senza capi intermedi. In questi giorni di sole i bambini corrono felici nel sole con i calzini corti e la t-shirt, i ragazzi girano torvi con bragacce di tela e magliette, oggi alla fermata del bus è arrivata sui suoi dodici centimetri di tacco un donzella bionda, magliettina di cotonina scollata e zero calze, mi sono congelata nel vederla. Saranno stati i molti tatuaggi da esibire sulle braccia, per carità…

Io invece ho freddo, sono stanca, sono stufa della settimana e non ci posso credere di dover aspettare ancora due settimane piene prima di poter avere una tregua. Devo anche cambiare il guardaroba.

Fanno il giro da dietro e ci arrivano anche loro

Le giornate si allungano che è una bellezza, il clima ulmense non è forse il massimo (ieri mattina c’era foschia e un freddo penetrante tale da costringermi a rimettermi i guanti) ma anche qui si vivono giornate di sole e di tepore, che ovviamente per un teutonico medio è già arsura, infatti ieri sono arrivati al corso ragazzini vestiti come i nostri a giugno. Un effetto collaterale delle giornate più lunghe è che la mancanza di tende scure inizia a farsi pesante. Amo dormire nell’oscurità più assoluta, ora a orari pre-sveglia ho il sole in camera, ancorché di sguincio, per fortuna.

Così mi tocca alzarmi praticamente con gli stessi orari di Hitlera la quale ha una ferrea tabella di marcia: ore 7.15 cacata mattutina, ore 7.20 doccia, ore 8.00 uscita dalla baracca. Be’, no, su questo ultimo orario è meno militare, solo la cacata è il punto di riferimento dell’intera giornata e qui si vive nel terrore: e se una volta dovessi andarci io, alle 7.15, perché magari le mie ribelli viscere me lo impongono? Penso che scoppierebbe la terza guerra mondiale. Ma per ora regna una simil-pace nella WG di Via della Pace e io mi sono preparata la colazione mentre Hitlera era nello stambugio della tazza e ho mangiato mentre lei era sotto la doccia. Purtroppo non è un’esperienza esaltante, perché Hitlera, come ogni vero soldato che si rispetti, snarocchia e produce rumori molesti sotto la doccia e col boccone in gola non è un bel sentire. La dura vita della caserma. Insomma, ho acceso la radio per straviarmi un po’ e ho sentito la notiziona.

Ovvero che i teutonici hanno fatto tutto il giro del mondo per arrivare alle nostre conclusioni, in fatto di sostegno alla famiglia. Nidi costosi e limitati, ambo i genitori che lavorano, il tempo è poco, come si fa? I nonni!!! Pensa, è il principio cardine del welfare italiano per i piccoli da sempre, nido-nonna, nonna da sfruttare biecamente al posto di una baby sitter, nonno che accompagna, nonna che prepara da mangiare ecc ecc. Ehi, expats che credete di venire in Teutonia e trovare il paradiso ove prolificare in agio e tranquillità statale, forse le cose cambieranno.

L’eterno ritorno scolastico

Il finesettimana è stato un bello schifo e i primi due giorni sono sempre pessimi. Qui, se mi facessi contagiare dall’umor facilmente tetro e dal linguaggio spiccio dei miei cari allievi, direi: Es war richtig scheiße. Ma io sono una posata insegnante di mezz’età e dunque imbriglierò il mio eloquio in una forma socialmente accettabile.

Una posata insegnante di mezz’età?! Ma siamo matti? Ma chi ci crede? Voi, se mi conosceste, sareste i primi ad alzare la mano, io, io ci credo! Ma io no, non riesco a dire di me che sono di mezz’età, ragazzi, scherziamo, ho appena cominciato a lavorare praticamente, sono nel mezzo del precariato più precario, ergo giovanissima. Ergo ancora piuttosto convinta che “il mezzo del cammin di nostra vita” sia più in là, mooolto più in là.

In effetti trovo penosissime le professoresse che civettano con la loro età, “Ah che bravo”, scriveva una di cui ho sbirciato il profilo oggi su Facebook, “ti ricordi di fare gli auguri a una vecchia prof”. Dalla foto direi che avrà un sei-sette anni più di me e statene certi che dentro di sé si sente lungi dall’essere una vecchia prof, ma appena passiamo una certa età ci viene questo vezzo con la gioventù incalzante. Mi sono scoperta – con orrore! – a farlo io stessa, a impartire consigli saggi o almeno saggiamente espressi, a dire mostruose banalità generazionali del tipo: “Credimi, sono vecchia per qualcosa”. Quest’uzzolo ci viene con tutta probabilità perché inconsciamente speriamo di intenerirli, di far vibrare qualche corda legata al materno…E quando vediamo un cuoricino comparire sotto un commento su Facebook, potremmo persino pensare che sia così, abbiamo fatto breccia nella fortezza dei dodici-tredici-quattordici-quindici anni.

Invece ci detestano tutti. Automaticamente. Siamo il potere che li vessa, la costrizione che li asfissia, la noia che li deprime. Siamo grandi, anzi, siamo vecchi, siamo passati, siamo stupidi, siamo ciechi. Non capiamo niente di quel che loro fanno, pensano e dicono, come un vecchio albero esaurito dalla ruggine non capisce niente dei mughetti che si stanno aprendo in questo accenno di primavera sui prati dell’Alter Friedhof di Ulma. Ci dedicano vignette irrispettose su Facebook che poi raccolgono una messe di “Mi piace” in un turbinio di felicità adolescenziale, ci insultano dietro i denti appena gli giriamo le spalle per scrivere alla lavagna, ci guardano con occhi pieni di manifesta derisione quando facciamo la ramanzina buona (“E’ per il tuo bene, devi adattarti all’ambiente che ti ha accolto, devi studiare il tedesco”), si divertono alle nostre spalle o anche davanti ai nostri occhi, se sbagliamo una parola, se aspiriamo male una acca, ci attaccano lancia in resta se affermiamo qualcosa che non rientra nei loro schemi, come il fatto che non esistano sinonimi perfetti e se cade il nome di Eco, così, perché un automatismo mentale ce l’ha suggerito, ci sarà il roscio che dirà: “E chi è questo Roberto Eco? Perché domani riceverà un infarto”. E se pensiamo di risolvere alzando la voce, ci puniscono con il “silent treatment” di cui scriveva Mc Court nel suo eccezionale “Teacher man“:

If you bark or snap, you lose them. That’s what they get from parents and the schools in general, the bark and the snap. If they strike back with the silent treatment, you’re finished in the classroom. Their faces change and they have a way of deadening their eyes. Tell them ope their notebooks. They stare. They take their time. (…) You didn’t have to talk to them like that. They don’t care about your mood, your headache, your troubles. They have their own problems, and you are one of them.

Watch your step, teacher. Don’t make yourself a problem. They’ll cut you down.

(p. 82-83)

È esattamente così. Se c’è un’unica cosa che può essere di sollievo è notare come il laudator temporsi acti è davvero una figura che dobbiamo reprimere in noi: McCourt parla di ragazzini dagli anni ’50 in poi, il mondo è sempre uguale. Il sollievo consiste nel fatto che gli studenti non sono oggi peggiori di quanto lo fossero i loro coetanei, forse nemmeno ai tempi dei peripatetici greci. Solo noi siamo davvero invecchiati, anche se stentiamo a crederci.