Dammi tre parole, amore amore amore

Eravamo anche noi così?

Penso che se lo chieda ogni generazione appena viene sorpassata dalla seguente; a me aiutano poco una memoria selettiva che ha resettato molto dell’infanzia e dell’adolescenza e il fatto che sia sempre stata poco conformista. Però una migliore amica ce l’avevo al liceo e per anni ci siamo scambiati bigliettini che erano in verità romanzi di vita. Se già allora questi papiri su foglietti colorati erano forse una stranezza, oggi temo siano impensabili. SMS a valanga, Facebook a iosa, ma scrivere sulla carta lunghi pensieri… non deve essere divertente nemmeno fare l’insegnante di italiano, da questo punto di vista, se uno ancora sogna di avere alunni in grado di sviluppare una produzione scritta non dirò dannunziana (a proposito, io l’ho passata la fase dannunziana, la prof dovette liberarmi dagli orpelli di cui infiorettavo i miei temi), ma almeno guidodaveronesca?

Ciò che più mi lascia sconcertata è la altissima frequenza con cui i ragazzini si lanciano in dichiarazioni d’amore. Ma non per il morosetto o la morosetta, quello rientra nel gioco, ma per gli amici. Certo, è un fenomeno delle ragazze, i giovanotti esprimono il loro affetto per gli amici con insulti giocosi (come ai miei tempi), ma sulle pagine delle femmine è tutto un fiorire di “ti amo”, “vi amo”. Il fatto mi ha colpito anche le pochissime volte che mi è capitato di vedere o leggere qualcosa sul Grande Fratello: queste scene orripilanti in cui tizi qualsiasi piangevano davanti alla telecamera singhiozzando “Papà, ti amo!, “Mamma, ti amo!”.

Non è solo sconcerto, c’è pure un certo schifo in me. Non direi mai “Ti amo” a mia madre. “Ti voglio bene” come se piovesse, ma ti amo sono due paroline da riservare alle relazioni sentimental-sessuali, per me, e anche qui, prima di riuscire a dire “ti amo”, alla mia età, potrebbero passare anni. Evidentemente nel sentire comune, soprattutto per i più giovani, “ti amo” è diventato neutro. E dato che in questo periodo passo anche per le pagine dei miei allievi finti italiani, anche in tedesco “Ich liebe dich” deve essere meno pesante. Eppure ricordo non so più qualche lettrice di lingua tedesca all’università o forse era una considerazione scherzosa letta da qualche parte: i tedeschi hanno formulette come “Ich habe dich gern”, “Ich mag dich”, piuttosto di usare il verbo “lieben”.

Fatto sta che, insieme all’afasia generalizzata che si trasforma in copiatura ossessiva di link, agli insulti alla scuola e a chi vi fa parte e a qualche altra penetrante manifestazione di giovanile insipienza, tutti questi “ti amo” mi tengono ben lontana dalle pagine dei giovani virgulti facebookiani.

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Errore 0x00003afc

Anche il banale quotidiano rompe. Una vita piena di intoppi, di increspature, di fornelli lasciati pieni di schizzi di olio fritto nauseabondo altrui, di bus persi per trenta secondi, di speranze e disperazioni lavorative, di buoni propositi sabotati dalla stizza e dalla pigrizia. Una settimana con la gorgone della tecnologia avversa: una chiavetta bruciata da un trojan (e sto scoprendo man mano quanto ci avevo lasciato dentro senza aver l’accortezza di copiarlo altrove), un browser disinstallato per leggerezza che si è portato via un marasma di link importanti, una stampante comprata a casaccio che non vuol saperne di installarsi.

Errore 0x00003afc! Con quel rumore metallico che sembra una botta sui denti.

Errore 0x00003afc! Che se ci riprovi, diventa pure una diversa sequenza di lettere e numeri, ma il rumore di pignatta cozzante è lo stesso.

Errore 0x00003afc! Ma dovevo proprio venire qui?

Errore 0x00003afc! Ma non potevo essere meno impaziente?

Errore 0x00003afc! Ma perché sono sempre impaziente?

Errore 0x00003afc!

P.S. Nel pomeriggio sono tornata alla terapia del libro: comoda comoda da Hugendubel, come se non fosse una libreria ma una biblioteca, mi sono letta Io e te di Ammaniti e mi è parso di invidiare la cantina di Lorenzo.