Andar via filando…

Quando si è turbati e stanchi e (parola che ho imparato qui in questa WG di pazze) überarbeitet, sovraccarichi di lavoro, è facile “andar via filando”. Questa è un’espressione del lessico materno, andar via filando una trama di fili folli, di pensieri ossessivi, di vaneggiamenti come tarli tenaci. Oggi mi sono alzata con il sole, lembi di nuvole rosate oltre i palazzoni sulla via, nell’est nascosto. Questo è stato incoraggiante ma lungi dal togliermi quel grumo di sfinimento, delusione e tristezza che mi dà il lunedì. Così, mentre mi avviavo alla fermata del tram, per accorgermi di essere incappata nell’ennesimo sciopero di cui non sapevo niente (scioperi a Stoccarda, scioperi a Roitlinga, poteva Ulma esserne esente?!), ho iniziato a pensare che forse non avevo girato la manopolina della piastra elettrica.

Perché saprete, o cinque lettori, che in Germania, come in Austria, non ci sono fornelli a gas, ma queste piastre elettriche, subdole, che ci mettono una vita a riscaldarsi, una vita a freddarsi, su cui puoi farti male (ancora ustioni!), come mi è successo in Kakania, e soprattutto che non è difficile dimenticare accese, visto che non c’è una fiamma a palesarsi. Certo, si accende la spia rossa accanti ai pomelli, ma la mattina, di fretta, con la palpebra pesante…insomma, non riuscivo a ricordare di aver fatto quel minuscolo gesto con la manopola. L’ho fatto? Una sì, ne sono sicura, quella del latte l’ho spenta, ma quella del caffè? L’ho girata? No, non l’ho girata, pensavo mentre salivo al volo su un bus delle ferrovie, che fortuna, nell’aria fredda e solatia. L’ho girata? pensavo incamminandomi verso la stazione, una volta scesa. L’ho girata, non mi pare, mentre i miei piedi mi portavano nel locale della biglietteria dove faccio sempre il mio biglietto alle macchinette, tessera per lo sconto, pagamento bancomat, trtrtrtrtrtr, stampa dei biglietti, recupero dei biglietti…ma se non l’ho girata, cosa succede ora? Devo tornare indietro? Ma poi quando arrivo a Roitlinga? Che mi invento? Che gli dico? Che ho dimenticato, forse, la piastra accesa? Ma…

Ero già sul binario ad attendere l’IC per Karlsruhe delle 8.05 che ovviamente aveva quel suo fisiologico ritardo di cinque minuti. Ma quali potrebbero essere le conseguenze, se ho lasciato la piastra accesa? Se brucia tutto? Ma ce ne vuole prima…ce ne vuole? Che ne so io cosa succede…Sono salita sul treno, odiosi i posti liberi ma “occupati” da borse e valigie, tutti si mettono al finestrino e blindano il posto accanto, mi sono seduta accanto a un tizio di cui non avevo notato la stazza e che occupava tutto il poggiabraccia, mi strabordava addosso, ma non essere fastidiosa, Filo cara, e non posso mica telefonare alle altre due, una è sperduta nell’Allgau, l’altra è un medico, mica può lasciare la corsia. Mi sentivo così oppressa dal ciccione che mi ero scelto come compagno di viaggio che dopo dieci minuti mi sono alzata e sono andata a posarmi sulle scomode poltroncine dello scompartimento biciclette, imprecando dentro contro l’obesità e pensando che bene aveva fatto chi, la Ryanair, a voler un sovrapprezzo per chi si allarga in questo modo. E intanto la piastra continuava a friggermi in testa.

Ho lavorato con un’ansia latente, la visione lontana di una piastra che diventa incandescente…e se fosse andata a fuoco la casa? Ma anche senza arrivare ai pompieri, se si è rovinata l’intera cucina, piastre e forno? Chi le sente quelle due stasera? O mamma mia! Danni per migliaia di euro, è la volta che me ne torno a casa di filato!

A mezzogiorno non ce la facevo più. Ho finito l’ultima lezione prima delle due ore pomeridiane persino cinque minuti prima, mi sono infilata nel Lehrerzimmer, ho scritto un biglietto alla maestra con cui avrei dovuto lavorare nel pomeriggio, sono uscita a razzo verso la fermata del bus e via verso la stazione…dove ho scoperto che nel mezzo della giornata i collegamenti sono paciosi e che sarei arrivata a Ulma soltanto alle 14.48. Calmati. Mannaggia a non fare amicizia con i vicini cui poter chiedere di andare a controllare. Non so nemmeno chi siano e che faccia abbiano. Mannaggia, ma tanto, gliel’avrei data la chiave?

A Plochingen ho cambiato e ho visto un IC al binario 4, vuoi vedere che una mano amica mi aiuta e prendo un treno in ritardo? Mi è partito sotto gli occhi…Sta’ tranquilla, tanto se è bruciato tutto, è fatta, se magari si sta solo surriscaldando, magari riesci ad arrivare in tempo per fare…cosa? Per evitare la catastrofe? Per coprirla prima che arrivino le due?

Fortunatamente a Ulma lo sciopero era finito, ma anche qui ho perso il tram per trenta secondi. Ma basta! E se la piastra…stai calma! Scesa dal tram sono schizzata verso casa, ho fatto scricchiolare le scale pesantemente, ho girato la chiave, bene, non c’era nessuna in casa, mi sono precipitata in cucina, il fornello…spento. Tutte le piastre erano spente.

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Ustioni e bruciature

Vi siete mai ustionati con un getto di acqua calda da un rubinetto appena aperto? Non pensavo fosse tecnicamente possibile, ma la Teutonia è il regno del possibile. Io l’ho fatto oggi durante la pausa pranzo nella (orrida) cucinetta della sala insegnanti in quel luogo schifoso che è Roitlinga. Come faccia l’acqua a schizzare subito fuori a temperature tali da causarmi dolori al dito per ore che ho cercato di lenire mettendolo sotto l’acqua ogni cinque minuti, al lavello di cui ogni aula teutonica è fornita, è davvero stupefacente. Avrei potuto invocare l’infortunio sul lavoro?

Temo di no. (Ho un precedente vicinissimo di una collega che si è rotta il polso venerdì 17 febbraio, tanto per darla vinta ai superstiziosi e nemmeno rompendosi qualcosa di così importante si convincono i petulanti e inetti servitori dello Stato in funzione amministrativa che non sempre si può lavorare). E invece mi piacerebbe. Se non fosse che ovviamente è poco piacevole ammalarsi in genere e figuriamoci all’estero e da sola, avrei parecchia voglia di passare le prossime due-tre settimane a vegetare sotto le lenzuola. Lungo è marzo, e difficile.

E il lunedì è la giornata in cui vorrei non esistere. Svegliarsi alle cinque con tre ore di sonno alle spalle e sapere di avere 13 ore da passare tra treni e studenti irosi o passivi, è già il primo passo molesto. Stasera ho avuto la pensata almeno di variare il treno a Plochingen, non prendo il solito trenino lento che arriva alle 19.48, no, prendo l’IC, arriva solo cinque minuti dopo (geniale), ma si viaggia meglio. Dimentico sempre le cose: l’IC è qualitativamente a livello di un regionale e per di più è sempre, perennemente in ritardo, magari un ritardino, ma è in ritardo. E mentre attendevo sul binario, incerta se zompare sul trenino, in fondo ero già lì, dal trenino medesimo è scesa una donna con una scura criniera scomposta, con valigetta rossa e bambinello preadolescente al seguito, starnazzando in un tedesco che mi sapeva di straniero, slavo, turco, che so, pareva una zingara, mi ha chiesto informazioni sull’IC che ormai avevo deciso di prendere, accavallava parole, mi ha chiesto di guardarle la valigia finché andava a comprare le sigarette, è volata giù dalle scale con quel magrolino dalla faccia fastidiosa, e quando è tornata ha capito da una mia frase che ero straniera anche io, ed eccoci, compatriote…compatriote? La signora aveva bellissimi occhi verdi, ansia da vendere a chili e un accento siculo che le sfuggiva dai denti così pesante che persino io l’ho riconosciuto subito. Dopo l’agnizione, che l’ha resa felice (ma perché? aspetta di capire chi sono…) e che l’ha subito fatta sentire autorizzata ad abbreviare drasticamente la distanza interpersonale e a darmi confidenziali buffetti sul braccio, mi ha rovesciato addosso una storia di tribunali, di cause contro l’ex marito sardo, di giudici che chiedevano, il tutto a dispetto di alcuni treni rombanti che mi permettavano di cogliere il dieci per cento di quello che diceva. Mi stava già accaparrando per il viaggio (Ti siedi vicino a me, signora?, con quel misto di “tu” sollevato e di forma di cortesia indotta dal mio distacco), e io invece l’ho piantata in asso appena salita, con un salito rapido e solo mezzo sorriso di plastica. No, no, un’altra sicula in vena di chiacchiere no. No alle chiacchiere in genere, stanca, stufa agra, esasperata dall’ufficio centrale, dalla scagnozza e dal capo invisibile che mi hanno respinto una speranza di cambiamento.

Ma no soprattutto a una sicula querula, almeno non stasera. Già ieri su quel mezzo di dispersione mentale che è Facebook ho avuto una zuffa con una sicula che si è sentita piccata per il mio commento poco lusinghiero a un paese siciliano proverbiale per le spese folli a costo dello Stato (noi) e ha ben pensato non di argomentare in tema, ma di tirare fuori battutine meschine sul mio stato sentimentale. Che c’entra? Quando qualcuno che è poco intelligente e poco versato nell’arte del dibattere vuole colpire basso, mira dove intravvede un punto debole, mica discute civilmente e concretamente.