Ustioni e bruciature

Vi siete mai ustionati con un getto di acqua calda da un rubinetto appena aperto? Non pensavo fosse tecnicamente possibile, ma la Teutonia è il regno del possibile. Io l’ho fatto oggi durante la pausa pranzo nella (orrida) cucinetta della sala insegnanti in quel luogo schifoso che è Roitlinga. Come faccia l’acqua a schizzare subito fuori a temperature tali da causarmi dolori al dito per ore che ho cercato di lenire mettendolo sotto l’acqua ogni cinque minuti, al lavello di cui ogni aula teutonica è fornita, è davvero stupefacente. Avrei potuto invocare l’infortunio sul lavoro?

Temo di no. (Ho un precedente vicinissimo di una collega che si è rotta il polso venerdì 17 febbraio, tanto per darla vinta ai superstiziosi e nemmeno rompendosi qualcosa di così importante si convincono i petulanti e inetti servitori dello Stato in funzione amministrativa che non sempre si può lavorare). E invece mi piacerebbe. Se non fosse che ovviamente è poco piacevole ammalarsi in genere e figuriamoci all’estero e da sola, avrei parecchia voglia di passare le prossime due-tre settimane a vegetare sotto le lenzuola. Lungo è marzo, e difficile.

E il lunedì è la giornata in cui vorrei non esistere. Svegliarsi alle cinque con tre ore di sonno alle spalle e sapere di avere 13 ore da passare tra treni e studenti irosi o passivi, è già il primo passo molesto. Stasera ho avuto la pensata almeno di variare il treno a Plochingen, non prendo il solito trenino lento che arriva alle 19.48, no, prendo l’IC, arriva solo cinque minuti dopo (geniale), ma si viaggia meglio. Dimentico sempre le cose: l’IC è qualitativamente a livello di un regionale e per di più è sempre, perennemente in ritardo, magari un ritardino, ma è in ritardo. E mentre attendevo sul binario, incerta se zompare sul trenino, in fondo ero già lì, dal trenino medesimo è scesa una donna con una scura criniera scomposta, con valigetta rossa e bambinello preadolescente al seguito, starnazzando in un tedesco che mi sapeva di straniero, slavo, turco, che so, pareva una zingara, mi ha chiesto informazioni sull’IC che ormai avevo deciso di prendere, accavallava parole, mi ha chiesto di guardarle la valigia finché andava a comprare le sigarette, è volata giù dalle scale con quel magrolino dalla faccia fastidiosa, e quando è tornata ha capito da una mia frase che ero straniera anche io, ed eccoci, compatriote…compatriote? La signora aveva bellissimi occhi verdi, ansia da vendere a chili e un accento siculo che le sfuggiva dai denti così pesante che persino io l’ho riconosciuto subito. Dopo l’agnizione, che l’ha resa felice (ma perché? aspetta di capire chi sono…) e che l’ha subito fatta sentire autorizzata ad abbreviare drasticamente la distanza interpersonale e a darmi confidenziali buffetti sul braccio, mi ha rovesciato addosso una storia di tribunali, di cause contro l’ex marito sardo, di giudici che chiedevano, il tutto a dispetto di alcuni treni rombanti che mi permettavano di cogliere il dieci per cento di quello che diceva. Mi stava già accaparrando per il viaggio (Ti siedi vicino a me, signora?, con quel misto di “tu” sollevato e di forma di cortesia indotta dal mio distacco), e io invece l’ho piantata in asso appena salita, con un salito rapido e solo mezzo sorriso di plastica. No, no, un’altra sicula in vena di chiacchiere no. No alle chiacchiere in genere, stanca, stufa agra, esasperata dall’ufficio centrale, dalla scagnozza e dal capo invisibile che mi hanno respinto una speranza di cambiamento.

Ma no soprattutto a una sicula querula, almeno non stasera. Già ieri su quel mezzo di dispersione mentale che è Facebook ho avuto una zuffa con una sicula che si è sentita piccata per il mio commento poco lusinghiero a un paese siciliano proverbiale per le spese folli a costo dello Stato (noi) e ha ben pensato non di argomentare in tema, ma di tirare fuori battutine meschine sul mio stato sentimentale. Che c’entra? Quando qualcuno che è poco intelligente e poco versato nell’arte del dibattere vuole colpire basso, mira dove intravvede un punto debole, mica discute civilmente e concretamente.

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