Ai teutonici piace non complicato (a modo loro)

Mezza Ulma deve aspettare sabato mattina con ansia per andare…a fare la colazione da Ikea. Ieri ci ho messo piede alle 10.15, ovvero un quarto d’ora dopo l’apertura, e il ristorante era pieno come un uovo di gente che addentava panini e beveva caffè e ingollava chissà cos’altro, io sono filata via rapida perché dovevo solo comprare dei bastoni per le tende. L’unico vantaggio di non avere l’auto quando si va all’Ikea è che tutte le voglie ispirate da questo supermercato internazionale della mobiliuccia vengono frustrate dalla consapevolezza che poi, non essendo io la dea Kalì con mille braccia, non posso che comprare quanto due arti permettono di reggere, sempre ricordando che salire e scendere dai mezzi pubblici può implicare la necessità di aggrapparsi ai sostegni, di premere un pulsante per scendere, di esibire l’abbondamento…Complicato.

Ieri appena svegliata ho subìto lo shock di vedere la piastra che mi sono appena comprata (per non dover usare le padelle intrinsecamente unte di Hitlera) giacere agonizzante sul balcone, lercia di grasso rappreso. Avrei volentieri spaccato la piastra in testa a quella lordatrice di cucine, ma mi sono limitata a lavare l’oggetto con amore e poi a rendere edotta l’amante del grasso che la piastra non abbisogna di grassi (almeno la mia, porcaccia la miseria). Già la settimana scorsa Hitlera ha ricevuto uno smacco terribile: le ho lasciato un post-it chiedendole di pulire il fornello che aveva forse “dimenticato” (seeee) di sistemare, dopo averlo ricoperto di schizzi di lardo puro. L’ho fatta inviperire: lei, che a detta di Paranoja, era la maestra del biglietto ammonitore, si è ritrovata ammonita. Pazienza, io ormai ero ammorbata dal puzzo di rosticceria della cucina e lei continuava a dimenticarsene pur andando su e giù tra camera e cucina e se pensava di aver trovato la dolce italiana volenterosa che pulisce un fornello del genere, perché è di turno con le pulizie, si è lievemente sbagliata. Troppo facile.

Ieri era una splendida giornata di sole, ma io ho dovuto mettermi in cammino per risolvere la questione in sospeso dell’errore 0x eccetera. Ovvero di una stampante laser, comprata per esasperazione, che non ne vuole sapere di sposarsi al mio Sony Vaio e che mi ha esasperata ulteriormente. La storia è lunghetta. Devo spesso prerarare materiali didattici e non avendo portato con me la stampante, per l’ingombro e per il fatto che quando torno in Italia mi serve assolutamente, ho sempre stampato nella scuola di Roitlinga oppure in un copy shop, in quest’ultimi usando la chiavetta USB. Dieci giorni fa la chiavetta impazzisce peggio della maionese, la finestrella dell’antivirus si apre con il suo carico di ansia, annunciando un trojan, e soprattutto… le cartelle contenute nella chiavetta sono diventate tutte collegamenti al niente. Una marea di materiali persi, visto che per mia pigrizia da troppo tempo non riversavo quel che c’era dentro nel mio pc. Basta, mi sono detta, che lo abbia beccato a scuola o al negozio, ormai non importa più, vado a comprarmi una stampante qualunque. Nemmeno questo è facile: una all-in-one che fra poco ti frigge anche le uova o limitarsi a una laser di base? Al Media Markt di Ulma il personale sembra competente appena un attimo più di me e decido di fidarmi di poche idee sicure: con il laser le fotocopie sono le migliori, le cartucce (Patronen) a colori costano un botto e devono sempre esserci, anche se si vuole stampare solo in bianco e nero, l’all-in-one corre il rischio di restare per tre quarti inutilizzato. E ho preso la stampante laser b/n meno cara del negozio (che comunque costava di più degli all-in-one). Ma a casa sono iniziate le scaramucce tecnologiche: non riesco a completare l’installazione, nemmeno disinstallando, reinstallando, facendo e brigando, pregando e bestemmiando. Più che complicato!

Purtroppo sabato mattina il tizio con cui avevo parlato al telefono era giustamente a casa a godersi il suo tempo libero, magari intento a tagliare l’erba del giardino sotto il bel sole o a pulire l’auto, e il pischello che ho trovato ha pensato bene di ritrarsi dietro una faccia molto più spaesata della mia e accampando il fatto che non era mica un problema hardware. Certo, pensavo io emettendo fumi invisibili dalle orecchie, non sarà un problema hardware, ma che me ne faccio di una stampante se non si attacca al mio pc? Gli ho complicato la mattina, al tapinello ignorante. Ok, torno mercoledì, dico con tono plumbeo e giro sui tacchi, me, la grossa stampante nel capiente sacchetto della Coop, la borsa con il notebook e una nuvoletta di fastidio spero malcelato. Ah, e non dimenticare di dare il Beleg, il foglietto di carta dove si attesta che quella stampante è – disgraziatamente – mia, alla biondina dello sportello informazioni.

Perciò, dopo aver valicato strade e ponti per arrivare in bus alla zona commerciale entro le 10, orario di apertura, non mi è rimasto che consolarmi andando a comprare i bastoni per le tende che mi ha dato mia madre e che riposavano ben ripiegate in un angolo della camera da due settimane. Rendiamo la stanza civilizzata! In effetti le tende hanno cambiato i connotati all’ambiente che ad un tratto sembra quasi fine. Certo, la mattina mi entra un sole che nemmeno la lampada dell’ispettore puntata contro gli occhi del sospettato e quindi temo che dovrò provvedere all’operazione “Tende 2 – Quelle scure per carità”. La questione delle tende è un tema antropologico-culturale: come mi scrive il poeta brianzolo (che ha scelto come consorte una teutonica!),

Le culture del nord Europa rifuggono in effetti al concetto di arredo con tenda alla finestra. In Danimarca e Norvegia addirittura è motivo di ostentazione far vedere l’interno della propria casa, mettere una tenda per non far ammirare il salotto per loro sarebbe follia pura. Sicuramente c’è la volontà femminile della padrona di casa a pavoneggiare verso i vicini l’arredo della propria casa. Ma credo c’entri una mentalità protestante molto orientata a “non nascondere nulla”, a permettere alla Gott-Gemeinde di guardare dentro la propria “anima abitativa”.

Io invece ho una tipica mentalità cattolica-prude e francamente penso che Gott mi veda comunque (ahimè), la comunità può anche evitare di cogliermi mentre mi infilo il reggiseno. Inoltre la tenda conferisce all’ambiente un immediato senso di ordine e di eleganza… soprattutto se prima c’erano due lenzuola appese al filo del bucato, gioco facile.

Il sabato si è risolto con due tende bianche, una stampante che non funziona, acquisti di banale amministrazione al Rewe e poca lena di preparare le lezioni per la settimana successiva, oltre alla visita lampo del proprietario di questo appartamento che mi ha affittato la camera senza nemmeno vedermi in faccia, questo sì che è un uomo unkompliziert, l’aggettivo preferito dai tedeschi in ambito immobiliare. Un vecchio giovane, di quelli che erano alternativi e ora sono ruderi di alternatività, capelli grigi sparati in testa, orecchino e modi spicci. Passa una volta l’anno a leggere i contatori e per far ciò viene da Monaco, dove abita. Io lo amo perché non ha voluto la cauzione, perché non si impiccia in nulla e perché è felicemente lontano.

Ieri pensavo stancamente che sarei andata a fare una gita il giorno successivo. Ma stamane piove, e in tutta la regione, ed eccomi preda della neghittosità metereopatica.

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Andar via filando…

Quando si è turbati e stanchi e (parola che ho imparato qui in questa WG di pazze) überarbeitet, sovraccarichi di lavoro, è facile “andar via filando”. Questa è un’espressione del lessico materno, andar via filando una trama di fili folli, di pensieri ossessivi, di vaneggiamenti come tarli tenaci. Oggi mi sono alzata con il sole, lembi di nuvole rosate oltre i palazzoni sulla via, nell’est nascosto. Questo è stato incoraggiante ma lungi dal togliermi quel grumo di sfinimento, delusione e tristezza che mi dà il lunedì. Così, mentre mi avviavo alla fermata del tram, per accorgermi di essere incappata nell’ennesimo sciopero di cui non sapevo niente (scioperi a Stoccarda, scioperi a Roitlinga, poteva Ulma esserne esente?!), ho iniziato a pensare che forse non avevo girato la manopolina della piastra elettrica.

Perché saprete, o cinque lettori, che in Germania, come in Austria, non ci sono fornelli a gas, ma queste piastre elettriche, subdole, che ci mettono una vita a riscaldarsi, una vita a freddarsi, su cui puoi farti male (ancora ustioni!), come mi è successo in Kakania, e soprattutto che non è difficile dimenticare accese, visto che non c’è una fiamma a palesarsi. Certo, si accende la spia rossa accanti ai pomelli, ma la mattina, di fretta, con la palpebra pesante…insomma, non riuscivo a ricordare di aver fatto quel minuscolo gesto con la manopola. L’ho fatto? Una sì, ne sono sicura, quella del latte l’ho spenta, ma quella del caffè? L’ho girata? No, non l’ho girata, pensavo mentre salivo al volo su un bus delle ferrovie, che fortuna, nell’aria fredda e solatia. L’ho girata? pensavo incamminandomi verso la stazione, una volta scesa. L’ho girata, non mi pare, mentre i miei piedi mi portavano nel locale della biglietteria dove faccio sempre il mio biglietto alle macchinette, tessera per lo sconto, pagamento bancomat, trtrtrtrtrtr, stampa dei biglietti, recupero dei biglietti…ma se non l’ho girata, cosa succede ora? Devo tornare indietro? Ma poi quando arrivo a Roitlinga? Che mi invento? Che gli dico? Che ho dimenticato, forse, la piastra accesa? Ma…

Ero già sul binario ad attendere l’IC per Karlsruhe delle 8.05 che ovviamente aveva quel suo fisiologico ritardo di cinque minuti. Ma quali potrebbero essere le conseguenze, se ho lasciato la piastra accesa? Se brucia tutto? Ma ce ne vuole prima…ce ne vuole? Che ne so io cosa succede…Sono salita sul treno, odiosi i posti liberi ma “occupati” da borse e valigie, tutti si mettono al finestrino e blindano il posto accanto, mi sono seduta accanto a un tizio di cui non avevo notato la stazza e che occupava tutto il poggiabraccia, mi strabordava addosso, ma non essere fastidiosa, Filo cara, e non posso mica telefonare alle altre due, una è sperduta nell’Allgau, l’altra è un medico, mica può lasciare la corsia. Mi sentivo così oppressa dal ciccione che mi ero scelto come compagno di viaggio che dopo dieci minuti mi sono alzata e sono andata a posarmi sulle scomode poltroncine dello scompartimento biciclette, imprecando dentro contro l’obesità e pensando che bene aveva fatto chi, la Ryanair, a voler un sovrapprezzo per chi si allarga in questo modo. E intanto la piastra continuava a friggermi in testa.

Ho lavorato con un’ansia latente, la visione lontana di una piastra che diventa incandescente…e se fosse andata a fuoco la casa? Ma anche senza arrivare ai pompieri, se si è rovinata l’intera cucina, piastre e forno? Chi le sente quelle due stasera? O mamma mia! Danni per migliaia di euro, è la volta che me ne torno a casa di filato!

A mezzogiorno non ce la facevo più. Ho finito l’ultima lezione prima delle due ore pomeridiane persino cinque minuti prima, mi sono infilata nel Lehrerzimmer, ho scritto un biglietto alla maestra con cui avrei dovuto lavorare nel pomeriggio, sono uscita a razzo verso la fermata del bus e via verso la stazione…dove ho scoperto che nel mezzo della giornata i collegamenti sono paciosi e che sarei arrivata a Ulma soltanto alle 14.48. Calmati. Mannaggia a non fare amicizia con i vicini cui poter chiedere di andare a controllare. Non so nemmeno chi siano e che faccia abbiano. Mannaggia, ma tanto, gliel’avrei data la chiave?

A Plochingen ho cambiato e ho visto un IC al binario 4, vuoi vedere che una mano amica mi aiuta e prendo un treno in ritardo? Mi è partito sotto gli occhi…Sta’ tranquilla, tanto se è bruciato tutto, è fatta, se magari si sta solo surriscaldando, magari riesci ad arrivare in tempo per fare…cosa? Per evitare la catastrofe? Per coprirla prima che arrivino le due?

Fortunatamente a Ulma lo sciopero era finito, ma anche qui ho perso il tram per trenta secondi. Ma basta! E se la piastra…stai calma! Scesa dal tram sono schizzata verso casa, ho fatto scricchiolare le scale pesantemente, ho girato la chiave, bene, non c’era nessuna in casa, mi sono precipitata in cucina, il fornello…spento. Tutte le piastre erano spente.

Ustioni e bruciature

Vi siete mai ustionati con un getto di acqua calda da un rubinetto appena aperto? Non pensavo fosse tecnicamente possibile, ma la Teutonia è il regno del possibile. Io l’ho fatto oggi durante la pausa pranzo nella (orrida) cucinetta della sala insegnanti in quel luogo schifoso che è Roitlinga. Come faccia l’acqua a schizzare subito fuori a temperature tali da causarmi dolori al dito per ore che ho cercato di lenire mettendolo sotto l’acqua ogni cinque minuti, al lavello di cui ogni aula teutonica è fornita, è davvero stupefacente. Avrei potuto invocare l’infortunio sul lavoro?

Temo di no. (Ho un precedente vicinissimo di una collega che si è rotta il polso venerdì 17 febbraio, tanto per darla vinta ai superstiziosi e nemmeno rompendosi qualcosa di così importante si convincono i petulanti e inetti servitori dello Stato in funzione amministrativa che non sempre si può lavorare). E invece mi piacerebbe. Se non fosse che ovviamente è poco piacevole ammalarsi in genere e figuriamoci all’estero e da sola, avrei parecchia voglia di passare le prossime due-tre settimane a vegetare sotto le lenzuola. Lungo è marzo, e difficile.

E il lunedì è la giornata in cui vorrei non esistere. Svegliarsi alle cinque con tre ore di sonno alle spalle e sapere di avere 13 ore da passare tra treni e studenti irosi o passivi, è già il primo passo molesto. Stasera ho avuto la pensata almeno di variare il treno a Plochingen, non prendo il solito trenino lento che arriva alle 19.48, no, prendo l’IC, arriva solo cinque minuti dopo (geniale), ma si viaggia meglio. Dimentico sempre le cose: l’IC è qualitativamente a livello di un regionale e per di più è sempre, perennemente in ritardo, magari un ritardino, ma è in ritardo. E mentre attendevo sul binario, incerta se zompare sul trenino, in fondo ero già lì, dal trenino medesimo è scesa una donna con una scura criniera scomposta, con valigetta rossa e bambinello preadolescente al seguito, starnazzando in un tedesco che mi sapeva di straniero, slavo, turco, che so, pareva una zingara, mi ha chiesto informazioni sull’IC che ormai avevo deciso di prendere, accavallava parole, mi ha chiesto di guardarle la valigia finché andava a comprare le sigarette, è volata giù dalle scale con quel magrolino dalla faccia fastidiosa, e quando è tornata ha capito da una mia frase che ero straniera anche io, ed eccoci, compatriote…compatriote? La signora aveva bellissimi occhi verdi, ansia da vendere a chili e un accento siculo che le sfuggiva dai denti così pesante che persino io l’ho riconosciuto subito. Dopo l’agnizione, che l’ha resa felice (ma perché? aspetta di capire chi sono…) e che l’ha subito fatta sentire autorizzata ad abbreviare drasticamente la distanza interpersonale e a darmi confidenziali buffetti sul braccio, mi ha rovesciato addosso una storia di tribunali, di cause contro l’ex marito sardo, di giudici che chiedevano, il tutto a dispetto di alcuni treni rombanti che mi permettavano di cogliere il dieci per cento di quello che diceva. Mi stava già accaparrando per il viaggio (Ti siedi vicino a me, signora?, con quel misto di “tu” sollevato e di forma di cortesia indotta dal mio distacco), e io invece l’ho piantata in asso appena salita, con un salito rapido e solo mezzo sorriso di plastica. No, no, un’altra sicula in vena di chiacchiere no. No alle chiacchiere in genere, stanca, stufa agra, esasperata dall’ufficio centrale, dalla scagnozza e dal capo invisibile che mi hanno respinto una speranza di cambiamento.

Ma no soprattutto a una sicula querula, almeno non stasera. Già ieri su quel mezzo di dispersione mentale che è Facebook ho avuto una zuffa con una sicula che si è sentita piccata per il mio commento poco lusinghiero a un paese siciliano proverbiale per le spese folli a costo dello Stato (noi) e ha ben pensato non di argomentare in tema, ma di tirare fuori battutine meschine sul mio stato sentimentale. Che c’entra? Quando qualcuno che è poco intelligente e poco versato nell’arte del dibattere vuole colpire basso, mira dove intravvede un punto debole, mica discute civilmente e concretamente.

Dammi tre parole, amore amore amore

Eravamo anche noi così?

Penso che se lo chieda ogni generazione appena viene sorpassata dalla seguente; a me aiutano poco una memoria selettiva che ha resettato molto dell’infanzia e dell’adolescenza e il fatto che sia sempre stata poco conformista. Però una migliore amica ce l’avevo al liceo e per anni ci siamo scambiati bigliettini che erano in verità romanzi di vita. Se già allora questi papiri su foglietti colorati erano forse una stranezza, oggi temo siano impensabili. SMS a valanga, Facebook a iosa, ma scrivere sulla carta lunghi pensieri… non deve essere divertente nemmeno fare l’insegnante di italiano, da questo punto di vista, se uno ancora sogna di avere alunni in grado di sviluppare una produzione scritta non dirò dannunziana (a proposito, io l’ho passata la fase dannunziana, la prof dovette liberarmi dagli orpelli di cui infiorettavo i miei temi), ma almeno guidodaveronesca?

Ciò che più mi lascia sconcertata è la altissima frequenza con cui i ragazzini si lanciano in dichiarazioni d’amore. Ma non per il morosetto o la morosetta, quello rientra nel gioco, ma per gli amici. Certo, è un fenomeno delle ragazze, i giovanotti esprimono il loro affetto per gli amici con insulti giocosi (come ai miei tempi), ma sulle pagine delle femmine è tutto un fiorire di “ti amo”, “vi amo”. Il fatto mi ha colpito anche le pochissime volte che mi è capitato di vedere o leggere qualcosa sul Grande Fratello: queste scene orripilanti in cui tizi qualsiasi piangevano davanti alla telecamera singhiozzando “Papà, ti amo!, “Mamma, ti amo!”.

Non è solo sconcerto, c’è pure un certo schifo in me. Non direi mai “Ti amo” a mia madre. “Ti voglio bene” come se piovesse, ma ti amo sono due paroline da riservare alle relazioni sentimental-sessuali, per me, e anche qui, prima di riuscire a dire “ti amo”, alla mia età, potrebbero passare anni. Evidentemente nel sentire comune, soprattutto per i più giovani, “ti amo” è diventato neutro. E dato che in questo periodo passo anche per le pagine dei miei allievi finti italiani, anche in tedesco “Ich liebe dich” deve essere meno pesante. Eppure ricordo non so più qualche lettrice di lingua tedesca all’università o forse era una considerazione scherzosa letta da qualche parte: i tedeschi hanno formulette come “Ich habe dich gern”, “Ich mag dich”, piuttosto di usare il verbo “lieben”.

Fatto sta che, insieme all’afasia generalizzata che si trasforma in copiatura ossessiva di link, agli insulti alla scuola e a chi vi fa parte e a qualche altra penetrante manifestazione di giovanile insipienza, tutti questi “ti amo” mi tengono ben lontana dalle pagine dei giovani virgulti facebookiani.

Errore 0x00003afc

Anche il banale quotidiano rompe. Una vita piena di intoppi, di increspature, di fornelli lasciati pieni di schizzi di olio fritto nauseabondo altrui, di bus persi per trenta secondi, di speranze e disperazioni lavorative, di buoni propositi sabotati dalla stizza e dalla pigrizia. Una settimana con la gorgone della tecnologia avversa: una chiavetta bruciata da un trojan (e sto scoprendo man mano quanto ci avevo lasciato dentro senza aver l’accortezza di copiarlo altrove), un browser disinstallato per leggerezza che si è portato via un marasma di link importanti, una stampante comprata a casaccio che non vuol saperne di installarsi.

Errore 0x00003afc! Con quel rumore metallico che sembra una botta sui denti.

Errore 0x00003afc! Che se ci riprovi, diventa pure una diversa sequenza di lettere e numeri, ma il rumore di pignatta cozzante è lo stesso.

Errore 0x00003afc! Ma dovevo proprio venire qui?

Errore 0x00003afc! Ma non potevo essere meno impaziente?

Errore 0x00003afc! Ma perché sono sempre impaziente?

Errore 0x00003afc!

P.S. Nel pomeriggio sono tornata alla terapia del libro: comoda comoda da Hugendubel, come se non fosse una libreria ma una biblioteca, mi sono letta Io e te di Ammaniti e mi è parso di invidiare la cantina di Lorenzo.

L’arte ripara

Stasera Ulma potrebbe essere la stevensionana Londra di fine Ottocento del dottor Jekill e mister Hyde, buia e livida di nebbiolina e l’illusione è quasi perfetta alzando gli occhi alle guglie della chiesa neogotica di San Giorgio, indistinte e minacciose nel loro svettare nella caligine.

Anche dentro sono un po’ nebulosa, ma per quel trasporto che sa regalare un film che sa trascinarti via dalla tua vita e quando scorrono i titoli di coda, bianco su nero, in più con la musica furba di Einaudi, non sai più dove sei o che ora è, mentre ti asciughi ratta i lacrimoni perché i vicini non vedano, nel cinema vecchio stampo, con le poltroncine di vellutino rosso, scomode se confrontate con quelle modernissime dei cineplex, e dove può capitare che dopo mezz’ora di film ci sia un sibilo, un buco nello schermo, il sipario con la maschera di Mephisto si chiuda e alla porta compaia una ragazza per spiegare che si è bruciata la pellicola, ci dispiace tanto, o avete la pazienza di aspettare una ventina di minuti o vi diamo un altro biglietto, mormorio sconcertato ma sono rimasti tutti, perché chi poteva abbandonare un film così?

Oggi è stata una giornata di rotture e guasti e fastidi. Quello al cinema è stato un episodio anche simpatico e mi ha fatto perdere quella ventina di minuti che in una serata destinata a farmi dimenticare il resto non sono poi così importanti. Ma oggi ho infilato la chiavetta USB nel pc ed è saltata fuori una raffica di messaggi di allarme dall’antivirus. Non so se nella scuola di Roitlinga o persino ancora prima delle vacanze nella fotocopisteria del vecchietto gentile, che fa pagare poco ma che forse non si preoccupa molto degli antivirus, insomma, la chiave si è beccata un trojan che ha trasformato le mie cartelle in collegamenti vuoti. So di aver perso molte ore di lavoro in quei documenti per i corsi che avevo lasciato solo sulla chiave per poterlo portare nelle mie varie sedi di lavoro dove faccio le stampate e, nel classico caso di “del senno di poi sono piene le fosse”, non ho avuto l’accortezza di fare della chiavetta solo una copia di documenti presenti nel mio pc e non ho avuto voglia di comprarmi una stampantina, ma forse è il caso, per evitare altri pasticci. La stizza è stata tale che ora la chiavetta giace in pezzi, in barba a qualunque pensiero di poter riparare i file.

Allora stasera dovevo uscire e ho trovato l’arte che ripara. Perché questa pellicola mi ha ricreato nel vero senso della parola e mentre guardavo la storia del ricco tetraplegico e del nero della banlieue ho sentito, più che pensato, che l’arte serve a dare una prospettiva, oltre che a confortare con la sua bellezza – come fa il ricco Philippe con la musica, la pittura, gli oggetti squisiti della sua magione parigina -, a darti un senso dell’altro per vedere meglio il proprio. Ho molte fortune, e anche questa vita a Ulma è una fortuna, con un lavoro, un tetto e niente di davvero importante che mi manchi. A parte, sì, le persone del mio cuore. E anche il film lo mostra: l’arte sì, ma le persone di più. Senza bisogno di dire in cosa consti questo di più.

A margine, sui tedeschi. Se il popcorn con il suo stomachevole odore dolciastro è trasversale, non ho potuto che restare basita vedendo il numero di persone che si sono portate la birrozza in sala, e delle tedesche altresì. Tra i momenti esilaranti del film si può contare l’episodio in cui il badante si improvvisa barbiere e si diverte a fare del paziente prima un emulo dei Village people, poi un pope ortodosso, poi un aristocratico ottecentesco con i baffetti aguzzi e infine…un hitler. E  i tedeschi ridevano a gola spiegata! Anche quando in tedesco le battute erano “Es reicht”, Basta, diceva lo spazientito paziente, e il badante faceva humour “Das Reich, das Reich!”. Io avrei pensato che ci sarebbe stato da parte loro un silenzio agghiacciato. No, i tedeschi ridono di Hitler, del Reich… e non so come interpretare questo loro spasso. Ridono di una cosa lontana, che non fa parte di loro. Ridono per esorcizzare. Ridono per ridere.