Trois jours à Paris

Un viaggio notturno da Ulma alla Gare de l’Est. L’uomo seduto sul posto corridoio al mio fianco è salito a Stoccarda ed è sceso nove ore dopo senza recare traccia di stanchezza, mentre noi cercavamo di aprire gli occhi in visi sfatti e bugnati:  preciso preciso, si è coperto il busto con la giacchetta, ha messo la mascherina da volo aereo, ha inserito i tappi nelle orecchie e ha dormito senza pausa.

Nella metropoli mi sono trovata sopraffatta dal sole e dal caldo e dilaniata dalla dicotomia di soverchiante bellezza e annichilente mal di piedi. Code, code, code. Il Sacro Cuore ancora più bello e bianco di quanto lo ricordassi (gita a Parigi in quarta liceo, 1990). Panetterie piene di cose buone a Montmartre. La vecchietta che si ferma mentre facciamo colazione su una panchina fuori della boulangerie e dice qualcosa, tutta seria e intenta, e io non capisco: avete la maglietta dello stesso colore. Color del cielo, questo cielo che a Parigi c’è dappertutto. Almeno nella Parigi turistica. La Parigi dalla Tour Eiffel, per esempio. La Parigi sopra l’Arco di Trionfo.

Metter su tre chili mangiando cose schifose ai chioschetti, sempre di corsa, in piedi, la dura vita turistica. E tutto a 5 euro. O di più.

Ma l’ultima sera cena eccellente con la Fra, ormai naturalizzata. Da quanto tempo non ci vedevamo? Troppo. Ma c’est la vie.

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