Heine e l’amore (io e il lavoro)

Ieri sera, tornando verso casa, abbiamo fatto i sottopassaggi della stazione di Stoccarda. Ci sono alcune vetrine con i programmi dei vari teatri stoccardesi e una delle vetrine era decorata con grossi sassi su cui avevano tracciato frasi e motti. C’era una citazione di Heine:

Du fragst mich Kind, was Liebe ist?
Ein Stern in einem Haufen Mist.

Mi chiedi, piccolo, cosa sia l’amore.
Una stella in un mucchio di letame.

E in questo pomeriggio domenicale, in cui sono costretta a lavorare anche se fuori c’è il sole e ho dovuto tirare un bidone a una collega cui volevo fare visita e magari passare una bella serata, mi viene da dire:

Du fragst mich Kind, was Arbeit ist?
Nur ein Haufen Mist.

Mi chiedi, piccolo, cosa sia il lavoro.
Solo un mucchio di letame.

Quel che diceva davvero Seneca

Sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore ieri Ravasi parlava di insegnamento.

C’è un duplice vantaggio nell’insegnare, perché, mentre si insegna, si impara.

Tra pochi giorni cominceremo ad avere accanto sui treni o sugli autobus le torme dei ragazzi che s’avviano rassegnati a trascorrere la loro mattinata sui banchi di scuola. Hai un bel dire a loro che non scholae sed vitae discimus, e cioè che quella fatica non è per gli esami ma per la vita. In verità, la frase originaria di Seneca era antitetica: Non vitae sed scholae discimus, realisticamente convinto com’era che spesso dalla scuola non si cava molto. E’ ancora a lui e alle Lettere a Lucilio che ho attinto l’aforisma odierno, dedicandolo ai nostri lettori che sono insegnanti. Anch’io ho passato buona parte della mia vita da docente: è vero, insegnando non solo chiariamo e approfondiamo, ma spesso procediamo ulteriormente, col discepolo, nella conoscenza. Diceva Roland Barthes: “Vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui si insegna ciò che non si sa, e questo si chiama cercare.”

Bernhard dixit

Solita serendibity googlatoria, cercando tutt’altro:

Ein übersetztes Buch ist wie eine Leiche, die von einem Autobus bis zur Unkenntlichkeit verstümmelt worden ist. Übersetzen ist eine fürchterliche Art des Dienens.
Thomas Bernhard, cit. in: “Zeitschrift für Kulturaustausch”, 4, S. 563, 1986.

Un libro tradotto è come un cadavere che sia stato mutilato da un autobus al punto da risultare irriconoscibile. La traduzione è una spaventosa forma di servitù.
(neretto e traduzione miei)

P.S. Ridi e scherza sono già passati vent’anni dalla morte del brontolone kakaniko. Mi pare ieri che si diceva, magari esce un tema su Bernhard, visto che è morto da poco. O su Dürrenmatt.

Mappe

Tracciare una mappa significa, in prima approssimazione, fare uso di alcune regole matematiche e di alcune convenzioni grafiche per rappresentare uno spazio mediante un altro spazio. Il lavoro del cartografo è, al tempo stesso, operazione di “spaesamento” (letteralmente) e atto ermeneutico, e in questa sua duplice valenza non è dissimile dal lavoro del traduttore. Così, la famosa massima di san Gerolamo (il patrono dei traduttori) “non verbum e verbo, sed sensum exprimere de sensu” si potrebbe estendere all’ambito cartografico: le mappe non vanno prese alla lettera, non sono descrizioni fedeli della realtà, ma tentativi di raffigurare insiemi di relazioni spaziali. Come osservava all’inizio dell’Ottocento Carl Ritter – che si può considerare, insieme con Alexander von Humboldt, il fondatore della moderna scienza geografica – “le carte stanno all’essenza del mondo come l’anatomia del cadavere sta alla sostanza vivente del cuore”.

da La Stampa, 6.4.2003, trovato qui

Gott gebe mir die Gelassenheit

Quando muore qualcuno a noi ignoto, ma caro a qualcuno che ci è caro, non c’è vero dolore per la persona scomparsa, ma ce n’è molto per la persona che è cara a noi.

E così, quando poco tempo fa alla mia cara amica A. è morto il padre, non ho saputo dire niente.  Niente di sensato o anche solo convenzionalmente adeguato. Ci siamo sedute insieme e insieme abbiamo pianto.

Ma non aver saputo dire qualcosa ha continuato a pesarmi. E oggi, mentre camminavo verso il centro, mi sono fermata davanti a una libreria a guardare cartoline. Su di una c’era qualcosa che avrei voluto saper dire allora e l’ho dedicata e data ad A. Conoscevo la frase in italiano come detta da san Francesco di Sales, ma qui viene offerta come geflügeltes Wort, senza indicazioni d’autore:

Gott gebe mir die Gelassenheit, Dinge hinzunehmen, die ich ich nicht ändern kann, den Mut, Dinge zu ändern, die ich ändern kann, und die Weisheit, das eine vom anderen zu unterscheiden.

Franchi e ventilati

Ogni tanto io la sera uscivo con Franz il triestino, a passeggiare per le strade dopo cena, a bere qualcosa in una tampa piena di fumo e di uomini con gli occhi rossi e il viso duro, bluastro, a cantare. Io cerco sempre la compagnia dei triestini, perché sono uomini franchi e ventilati, aperti e disponibili a influenze composite, slave, asburgiche, dalmate e veneziane. E poi Franz sapeva un mucchio di cose.*

(colto da questa lettura ad alta voce)

* Luciano Bianciardi, La vita agra, Bompiani, Milano 2002 (orig. Rizzoli 1965), p. 20 seg.

Spaccarsi la testa contro il muro della società

Nel 1935, a Parigi, Anna Seghers afferma davanti ai partecipanti del convegno per la difesa della cultura: «Raramente nella nostra lingua è nata un’immagine poetica della società nel suo complesso. Grandi casi isolati, spesso terrificanti…ogni volta era come se la lingua s’infrangesse contro il muro della società.» Fa qualche esempio: Hölderlin, Büchner, Kleist, Günderode… «Questi poeti tedeschi hanno composti inni sulla loro terra, e si sono spaccati la testa contro il muro della società. Ciò nonostante l’amavano, la loro terra.»

Christa Wolf in «Contrasti». Per il centenario della nascita di Anna Seghers, contenuto qui, p. 78.