Parliamo(ne)

Oggi è il mio San Silvestro. E’ nell’odioso mese di settembre che si decide il mio anno lavorativo, o non lavorativo. Arriva dunque il mio capodanno e rieccomi piena di buoni propositi, tipici degli inizi.

Ho lasciato scappare un altro anno, un intero anno. Potrei adossare la colpa alla Nina, così esigente come ogni bambino piccolo; alla nuova abilitazione che ho preso in fretta e furia; al lavoro che ho comunque portato avanti, seppur a tempo parziale; a mille piccoli disastri che hanno scardinato la mia esistenza, ma temo che sotto sotto ci sia altro. Non proprio pigrizia. Forse pavidità. Forse un dilagante senso di insulsaggine. Perché, di fatto, dedicarsi anima e corpo per ventiquattro ore al giorno a una figlia, tolte solo le ore di lavoro e il minimo necessario per tenere in piedi una casa e un corpo, significa non aver tempo per altro e rattrappirsi nel cervello. E così finisce che se hai un po’ di tempo libero fai spese necessarie e su Internet cerchi ricette per lo svezzamento, annunci di abbigliamento di seconda mano e informazioni su quali siano scarpe buone per i primi passi e non sai più niente di ciò che accade nel mondo, e, a dire il vero, nemmeno di ciò che accade ai tuoi amici o para-amici. Figuriamoci seguire l’editoria. Figuriamoci tradurre. Figuriamoci giocare con le parole.

Perché la filoglossia, ho scritto su, “è un passatempo come un altro” e non avevo mica tempo da passar via. Avrei potuto aprire l’ennesimo blog di mamma felice e istruttiva? No, non ne ho la stoffa. Leggo ancora parecchio su bambini e il loro sviluppo, ma sento ormai che non basta. Sono delusa da questa ignavia intellettuale generale. Vorrei respirare mentalmente.

Mi ero ripromessa di prendere a trionfale pretesto per tornare a filoglottare il momento in cui la Nina avesse cominciato a parlare. La cosa affascinante è che tutto, nei bambini, non ha un inizio subitaneo e plateale, degno di commemorazione futura. No, è tutto un lento trapassare, uno sviluppo minuto, sottile, graduale. Come per il camminare: la Nina ha iniziato molto presto a gattonare e, per quanto mi sia appuntata nel diario un giorno x,  non saprei già più dire quando ha intrapreso stabilmente la stazione eretta, perché prima sono venuti innumerevoli saliscendi, aggrappati-al-sofà, arrampicati-al-tavolino, un passetto lungo il mobile ecc ecc. E lo stesso per il linguaggio: prestissimo sono arrivati i primi suoni e quand’è che questi esercizi fonatori, questo ripeter di sillabe, “ma-ma”, “ta-ta”, “ghe-ghe”, sono diventati portatori di senso?

Anche qui credo di aver buttato giù un fatterello che ho deciso essere molto significativo. A fine giugno, una mattina molto presto, cercavo di convincere la Nina che alle cinque si dorme ancora. Sull’uscio, in penombra, si vedeva la pallina di gomma con cui giocava da mesi, una pallina su cui c’è scritto “John”, per cui spesso si diceva “Tira John”, invece che il canonico “Tira la palla”. La Nina ha notato la palla e indicandola ha esclamato: “Giom!”. Ho consacrato questo momento come l’inizio dell’eloquio sensato.

Adesso che ha sedici mesi e rotti, oltre ad aver appreso perfettamente il “no”, sia il suo tipico gesto con l’indice che il monosillabo, e farne un uso che talora arriva a devastare qualunque fortilizio di pazienza, la Nina ha un vocabolario che oscilla da un “pa-pàààà” flautato quando vuole vedere il padre o lo evoca a un “ma-mmaaa” anche molto dolce, quando cerca coccole (meno frequente) a un  “mamma!”, molto più frequente, assai deciso e a volte bizzoso che non significa solo “mamma, vieni qui e …” (esaudisci i miei desideri), ma anche “voglio quella cosa da mangiare!”, “dammi velocemente il latte”, “passami il ciuccio senza tante storie” e così via, laddove pare sia la cosa a chiamarsi “mamma” o la funzione “servile”, visto che viene sfoderato sia al padre che alla nonna che a chiunque capiti a tiro. Un termine polivalente, questo “mamma”. E poi c’è il linguaggio suo personale: tempo fa per una settimana ha detto solo “camu, camu, camu”, ora sfoggia un numero importante di mono- e polisillabi, “a-miiii”,”a-meeee”, “a-piii”, “a-pee”, “ahhhh-ppppaaaa”, qualcosa di simile a “cocciococciococcio” (segnale che sa di essere una testadura e forse inizia a vantarsene).

A incantarmi, tuttavia, sono ancor di più le competenze passive. Mi sono accorta presto che capiva e, se aveva voglia, accondiscendeva alle richieste, del tipo “portami questo”, “bevi un po’ d’acqua” e così via. Riconosce i nomi degli oggetti più frequenti, dei giocattoli, anche delle stanze. Ho trovato stupefacente che sappia riconoscere parti del corpo senza che mi sia industriata ad insegnargliele: sa e indica cosa sono naso, pancia, capelli, mani! Probabilmente sa molto di più di quanto io possa sospettare.

(Mi pare di ravvisare un’analogia con l’insegnamento delle lingue, ho l’impressione di non sapere mai davvero bene cosa e quanto sappia l’allievo a livello passivo, è una palude di difficile esplorazione).

A volte…

… guardo una foto di ex compagne di scuola, la guardo con occhio disattento, come se fossero delle estranee (e ad onor del vero lo sono in gran parte). E vedo due donne che non lo sanno ma non sono più giovani. Il collo tiene, la magrezza c’è ancora o persino c’è a differenza che ai tempi del liceo, ma non sono più giovani. Sono due donne di mezz’età.

Come lo sono io.

Penso allo splendido libro che ho appena letto, i protagonisti sono una coppia di mezz’età. La mia età. Certo, negli anni ’40 la percezione era diversa, ma ripenso all’aggettivo “alterndes Paar”, una coppia che sta invecchiando.

(Sul libro devo tornare, era tanto che non trovavo un libro non da divorare, ma che ha divorato me).

Due righe sulla scrivente

C’è una persona, che mi conosce piuttosto bene ormai, che dice di leggere queste pagine. Non so come le legga, penso lo faccia come è diventata normale la lettura ai tempi di internet, cursoria, superficiale, non-lettura. Dice che è un blog di sfogo, che non ha più niente a che fare con l’amor della lingua, che poche persone commentano. Parrebbe una velata stroncatura. Non è facile discutere con la persona, perché sono dialoghi che hanno luogo via Skype, mi piacerebbe dire molte cose, ma alla fine esce fuori solo qualche commento breve che deve suonare forzatamente acido.

Non ho mai scritto solo di parole, spesso il vocabolo era il punto di partenza, la scusa, l’appiglio per scrivere di me. Poi, per un periodo, ho avuto un blog su Splinder dedicato solo alle parole, ma anche lì sforavo sempre. Perché non mi interessava discettare solo di parole, per questo ci sono libri di linguisti ed esperti, mi interessava proprio sfogarmi, mi interessava scrivere. Scrivere mi dà requie. Scrivere mi tranquillizza. C’è, è qui, nero su bianco, non scappa come tutto il resto. Mi aiuta con la mia strana memoria selettiva, che ricorda un dettaglio inutile di decenni fa ma cancella interi anni. Sì, un sacco di persone scrivono e molte non hanno il ritegno di farlo solo su queste pagine virtuali e gratuite, ma imbrattano la carta e sprecano alberi. Almeno io mi limito. Inoltre, da carattere indefinibile sempre in fuga, non mi interessa sbattere queste pagine in faccia alla gente. C’erano due pagine su Facebook in cui il mio blog era inserito e questo mi portava (relativamente) molti lettori: mi sono fatta cancellare. Anche dal vivo sono così, non voglio mettermi in mostra – il che è drammatico nel mondo del lavoro, non si va da nessuna parte se si vuole solo lavorare coscienziosamente e silenziosamente -, mi nauseano le persone esibizioniste e, perdio, il mondo ne è colmo. Ti schiacciano, ti opprimono, ti sbattono in fondo, a lato, di sotto. Ti sommergono di chiacchiere personali, ti inondano del loro ego, ti soffocano con le loro storie. Non che io subisca sempre e basta. Due sere fa, per esempio, il capo sublime si è avvicinato con la sua dama al nostro drappelletto, c’erano tre di ruolo e due tappabuchi, il capo ha iniziato a presentare le persone alla dama, la dama dava la mano da stringere, il capo chiosava “E lei ha una bellissima cattedra.” ecc ecc., e una di ruolo, dimentica degli altri, mi stava fisicamente nascondendo al capo, al che l’ho scostata con la mano e ho fatto presente al sublime capo che esistevamo anche noi. L’ingiustizia mi fa ancora ribollire il sangue e finché il sangue ribolle, sono viva.

Ma proprio perché non amo mettermi in mostra, questo blog lo leggono in pochi. Ci arrivano googlando, per caso, quasi tutti leggeranno sbadatamente e usciranno subito dopo, ma non è un problema. Ho incontrato persone bellissime grazie ai miei precedenti blog e di questo sono immensamente grata alla rete. Spero in altri regali di questo genere, ma se sono doni, non bisogna cercarseli. Se ci sono pochi commenti, non è un dramma nemmeno questo, anche un commento è un dono e non bisogna far conto sui regali.

Il metodo Goethe

Quando ero piccola, in casa non c’erano libri (pare l’incipit di una fiaba triste). Quindi ero assidua frequentatrice della bibliotec(hin)a locale, gestita da due incredibili buzzurre, una cicciona dalla perenne tossetta nervosa e una piccoletta manierosa, che svolgevano il loro ruolo come è acconcio nella pubblica amministrazione italiana, senza passione e senza infamia. A me piaceva stare ore a guardare le coste dei libri, in un turbinio di passione, pensando che prima o poi avrei letto tutto. Alle medie ricordo di aver preso in prestito un mattone con una lucida sovracoperta gialla, Vita di Goethe, di Italo Alighiero Chiusano. Il nome mi pareva così buffo (Italo Alighiero!) che mi rimase subito impresso, sebbene non avessi idea di chi fosse (e poi, nella carrierona germanistica che ho intrapreso, non mi pare di averlo comunque incontrato, si vede che era snobbato dalla docenza cafoscarina).

La vita di Goethe è sicuramente un capolavoro, geniale dall’infanzia fino alla sua conclusione. Già allora tuttavia mi dava ai nervi: troppo bravo. Soverchiante! Il particolare che mi piacque molto non aveva niente a che fare con la letteratura, bensì con una debolezza psico-fisica in cui mi immedesimavo perfettamente: le vertigini. Goethe soffriva di vertigini. Io soffro di vertigini. Mia madre sostiene che sia genetico (be’, lei non usa questo aggettivo), insomma, che suo padre l’ha passato a lei e lei a me, una fortuna matrilineare, insomma. Il nonno non volle nemmeno salire sulla torre del Forte Vecio (opera kakanika!), durante la guerra, e preferì finire in gattabuia per disobbedienza, racconta mia madre.

Mi piaceva che almeno in qualcosa Goethe fosse umano! E quel qualcosa lo rapportava a me. Mi deve essere parso che almeno in questo potessi emularlo (ho provato anche con la grafia, se devo essere sincera, ho riempito pagine di svolazzi simil-goethiani, mi piacevano soprattutto le “d”). Da giovane Goethe andò a studiare a Strasburgo e per curarsi dalle vertigini con metodo drastico, soleva salire sul campanile di non so più quale chiesa (il libro non ce l’ho e fare un salto alla patria biblioteca di paese in questo periodo è arduo). Me lo immaginavo, con i sudori freddi, pallido come un lenzuolo, lottare impavido contro la sua debolezza. E ho deciso di adottare il “metodo Goethe”. Ovunque io vada, salgo. Dove c’è da salire, salgo. Anche se le foto dall’alto infine sono quasi sempre insipide e la vista è bella ma fugace, io salgo per curarmi. A volte le cose vanno bene, altre molto meno. Sullo Steffl di Vienna, era il 1998 e me lo ricordo come se fosse stamane, mi è venuta una memorabile crisi di panico, non riuscivo ad andare né su né giù (e mi ha aiutato mia madre, che avevo accompagnato tutta baldanzosa! Lei che è portatrice sana di vertigini, ha dovuto salvarmi, perché in lei l’istinto materno è più forte di tutto). Su una delle torri tonde in Irlanda che s’affinava sempre più salendo, mi sembrò di doverci restare incastrata vita natural durante, con un bel corollario di ansia e pena, e anche lì mi dovettero dare un bello spintone. Le scale interne della Torre degli Asinelli di Bologna non mi fecero stare benissimo. Eppure insisto sempre, pensando che il metodo Goethe dovrà funzionare prima o poi.

Ciò mi è venuto in mente, ripensando al post di ieri sulla mia insistenza, perché mi accorgo che faccio lo stesso con la mia vita in genere. Pigra, riluttante e neghittosa qual sono, continuo a cacciarmi in situazioni che per me sono esperienze limite, ogni volta ricominciando daccapo, in città nuove, con lavori nuovi, e ho i sudori freddi, paura e ansia da vendere, inciampo, sbaglio e tentenno, ma continuo. E in questo vorrei dirmi che sono brava, che tutto sommato, anche se ogni volta non riesco mai come riescono altri, che sembrano fatti per andare in giro per il mondo e farcela con la leggerezza di farfalle, anche se ogni volta raccolgo un discreto numero di fallimentucci, che tutto sommato sono fiera di me.

Insistere, perché?

Se racconto a qualcuno le mie attuali condizioni di vita e di lavoro, la reazione – superficiale sì, ma veritiera – è solitamente un invito a tornarmene in Italia. Io stessa, mentre enumero i problemi, le incertezze, le difficoltà, le snervanti ore passate in treno per andare da un capo all’altro del Baden-Württemberghese, le angherie dell’ufficio, la disorganizzazione di un sistema non sistema (sistematico solo nello svantaggiare i supplenti, per esempio la malattia pagata al cinquanta per cento, perché?), le riluttanze dell’ “utenza” adolescente, la scarsa attenzione dei genitori quando non è solo lagnanza o condiscendenza, l’indifferenza o la malignità dei colleghi, la diffidenza dei locali, mi sento presa dalla commiserazione, di me stessa, che non c’è di peggio, e mi domando perché insisto.

Perché insisto? Me lo chiedo tanto di più ora che – come suggeriva la parentesi che mi è sfuggita sopra – sono a “casa” in malattia e ho appunto saputo che qui ai supplenti viene pagato solo il cinquanta per cento, senza contare la farragine di dover andare in ufficio, firmare l’interruzione di servizio (interruzione di servizio?!), firmare la rirpesa di servizio, questo e quello… La burocrazia sì sarebbe in grado di farmi mollare tutto. Senza contare che ora ho la “fortuna” di stare a Stoccarda, se abitassi a Ulma, dovrei venirci appunto solo per una firma. Benvenuti nella burocrazia italiana, dove solo il nanetto complessato del governo scorso faceva finta di credere nello snellimento delle pratiche e nell’introduzione di Internet per semplificare i processi.

Perché insisto, allora? Ora che sono arrivata allo snodo natalizio, la questione mi mozza il fiato. Ho un contratto sul comodino, finalmente ho trovato la camera in co-abitazione (Wohngemeinschaft) a Ulma, finalmente potrei limitare i viaggi a due volte la settimana (e un numero variabile di viaggi a Stoccarda, ma spero non troppi). Il contratto aspetta di essere firmato e poi reinviato. Ho disdetto la camera nel Gàstehaus dove sto ora per il giorno 23 dicembre, pagherò l’ultimo salasso, e poi tornerò a casa per le vacanze e a Ulm ci andrei a inizio anno.

Vedo già insinuarsi il condizionale. In verità anche la malattia ora mi fa scemare la forza della pura caparbietà. Non è fortunatamente niente di terribile, anche se non suona bene (lesione alla cornea dell’occhio destro) e la giornata di ieri non è stata memorabile in senso positivo. Svegliatami alle quattro per essere sicura di arrivare a scuola entro le 7.30 (sforzo che poi si è rivelato assolutamente inutile, senza contare che la collega che abita a Ulma, dopo avermi scritto che avremmo dovuto trovarci alle 7.30, si è presentata praticamente alle 8!), preso il treno delle 5.32, proabilmente truccandomi, in un vano sforzo di sembrare meno una patata lessa, mi si è infilato qualcosa nell’occhio. Il fastidio iniziale è cresciuto sempre più, l’occhio ha preso a lacrimare, il naso a colare, e il fastidio è diventato dolore, questo durante gli esami della mattina. Mai tenuto peggiori esami! Senza nemmeno riuscire a guardare in faccia i candidati che fortunatamente erano tutti allievi miei e che avevo avvertito del mio malessere. Ma come si fa a parlare tranquilli davanti a una esaminatrice che ti piange davanti, fissa il foglio, si soffia in naso in continuazione? Sono già stati bravi. Finiti gli esami, non ho retto più, volevo andare da qualche parte a farmi vedere, mi hanno cosigliato la Augenklinik universitaria, la collega mi ci ha portato (poi se ne è andata via praticamente subito, ma che pretendere, ci conosciamo appena e di angeli il mondo non pullula), ho atteso tre ore e mezzo facendomi mettere continuamente del Betäubungsmittel, dell’anestetico, dall’infermiera, perchè i dolori mi facevano ormai contorcere e pensando confusamente che magari non avrei capito niente di quello che mi avrebbe detto il medico e osservando – senza tuttavia avere lo spirito giusto per fare una foto, peccato – che alle macchinette nella sala di attesa si può prendere un caffè, un tè, una cioccolata e… uns Suppe, con o senza pastina. Fantastico. Alla fine l’oculista, un calvetto gelido che secondo le mie idee di abbigliamento ospedaliero era vestito come un infermiere, che però mi ha dato la mano quando sono entrata, lasciandomi basita (vedi in Teutonia!), mi ha ravanato nell’occhio ed è riuscito a scovare il maledetto corpo estraneo che mi ha grattato per bene la cornea. Mi sono fatta regalare due giorni di malattia, quel giorno stesso, visto che ho saltato i corsi per andare in ospedale (e vorrei dire, mi tolgono la vita, ma gli occhi no, per salvarmeli potrei mandare tutti in malora seduta stante) e il venerdì che ho passato a letto, a dormire, a recuperare tre mesi ormai di sforzi di cui nemmeno mi credevo capace.

Perché insisto, insomma?! A settembre dopo due settimane mi è stato chiaro che il lavoro era una follia ed ero pronta a tornare a casa, ma ormai avevo già speso in così pochi giorni la bellezza di mille euro e volevo assolutamente recuperarli con il primo stipendio (quindi all’inizio era per motivi pecuniari). Poi ho dovuto attendere perché anche farsi pagare è stata un’impresa, pareva mi volessero pagare dopo alcuni mesi (!!!) e intanto mi sono invischiata sempre di più, e ho bene o male tirato su i miei corsi con interminabili telefonate a genitori e presidi, incontri, cambiamenti, patteggiamenti, preghiere, scuse, richieste di aiuto a destra e a manca (quindi non volevo mollare per non lasciare che un altro supplente godesse dei miei sforzi). Poi, mentre aspettavo almeno il secondo stipendio, mi sono resa conto di essere diventata il punto di riferimento di troppe persone e mi sembrava che mollare fosse poco professionale (insomma, per motivi di orgoglio). E poi ancora mi sono aggrappata alla speranza che solo i primi mesi siano duri e che poi, da gennaio, quando finalmente avessi trovato casa a Ulma, tutto sarebbe stato più facile e avrei potuto finalmente risparmiare, mentre ora vado a malapena in pari, e anche godermi qualcosa di questo soggiorno teutonico (insomma, un po’ di pensiero positivo).

A volte trovo che questo soggiorno, pur irto come un istrice, mi stia dando tanto. Starsene a casa, comodi a casa propria, con la regolarità di un lavoro magari meschino come era il mio negli ultimi tre anni, ma che mi chiedeva relativamente pochi sforzi, sapendo di poter sempre contare sui miei familiari nelle vicinanze, con amici da frequentare, è bello e al contempo atrofizza il sentire e il pensare. Ti richiude in una sorta di bambagia di cui non si è nemmeno consci. Non si sa nemmeno di cosa si sia capaci o no. Uscire, affrontare l’ignoto, catapultarsi in un paese straniero, iniziare un lavoro nuovo, vuol dire svegliarsi e capire quali sono i propri limiti e le proprie possibilità. Significa guardare agli altri con occhi nuovi. Quando siamo svelti nel condannare chi fugge dal proprio paese, questi extracomunitari che ci rompono le scatole, non abbiamo la più pallida idea di cosa sia quello che vivono. Se io, emigrante di lusso, con un lavoro e sapendo molto bene la lingua del posto, mi sento schiacciata dalle difficoltà, sola, incompresa, maltrattata e oppressa, cosa deve essere per loro? E anche senza dover arrivare a pensieri tetri, questa esperienza mi sta cambiando, mi sta arricchendo, mi sta mostrando cose che non vedevo nella soporifera provincia veneta. Vedo cose nuove. Forse perché è il leitmotiv di questi giorni, ossia la vista e la paura di perderla, da quando sono a Stoccarda vedo tanti ciechi. Li vedo camminare per gli spazi della stazione, scendere dal treno, salire in metropolitana, con il loro bastone flessibile, senza inciampare, senza tentennare. Una volta una signora ha chiesto cortesemente a uno se andava tutto bene e con molto tatto, toccandogli appena il gomito, l’ha aiutato a entrare nel vagone. L’altro giorno ne è salito uno, senza aiuto alcuno, non portava occhiali e gli ho guardato (la sfacciataggine di chi si sa non veduta) le pupille lattiginose e sporgenti, e l’ho osservato mentre apriva il coperchio dell’orologio e tastava l’ora, e poi è sceso, e mi sono detta, che fortuna che annuncino le fermate.

Sto conoscendo anche tante persone, tante tipologie di persone. Italiani e tedeschi, più italiani per ora. Sto capendo qualcosa del sistema scolastico tedesco, della sua selettività. Sto conoscendo adolescenti mescolati (italo-tedeschi, turco-tedeschi, turco-italo-tedeschi) e dovrei parlarci di più, anche sacrificando la mia idea di lezione di lingua, perché così io capisco e loro si sentono ascoltati. Perché a questo mondo non vorremmo altro che qualcuno che ci ascoltasse, soprattutto quando si è giovani.

Forse insisto anche per questo. Forse mi gira e mollo tutto a Natale. Per ora è meglio tornare a letto e riposare l’occhio (che si lamenta e mi fa vedere queste lettere doppie).

Achtung, u-viiiiieeerzehn nach Heslach fääääährt ein

Ovvero, allungando di parecchio il brodo, attenzione, un treno della linea di metro 14 diretto a Heslach sta per entrare. È l’annuncio che si sente quando appunto sta sopraggiungendo la metropolitana.

Da pendolare quotidiana mi stanno entrando nelle orecchie gli annunci di metro, bus e treni come nemmeno un tormentone estivo. Achtung, u-viiiiierzehn fach Heslach ääääährt ein viene annunciata agli altoparlanti da una voce femminile, immagino sia sintentica, che mi sta diventando più familiare della voce di mia madre. Dentro la metro un’altra voce, sempre di donna ma di timbro diverso, annuncia le fermate. Mi piacciono le città che hanno la metro, mi piace la metro, è il mio mezzo di trasporto preferito quando vado in un posto ignoto, perché anche se il reticolato delle metro è incredibilmente vario (ci sono quindici linee a Stoccarda!), è sempre molto più comprensibile dei tracciati dei bus. Una città è una CITTÀ se ha la metro. Le città con le metro sono svelte e mobili, pulsano di vita, sfrecciano da una parte all’altra di se stesse. Le città senza metro sono piccole, anonime, immote, scialbe. Tipo ROITlingen, che per me è diventata la quintessenza della più squallida provincia.

Purtroppo nemmeno Ulm ha la metro, è troppo piccola. Ha il tram, il che la salva un po’, perché amo molto anche i tram, ma solo una linea, per il resto è un bailamme di bus in cui non riesco a raccapezzarmi ancora. Ma d’altronde ho scelto una camera centrale, si potrebbe arrivare alla stazione in una ventina di minuti a piedi, più o meno quanto ho fatto oggi per andare dal treno alla scuola dove lavoro di mercoledì, anche se pioveva e tirava un ventaccio, e la linea 1, che è appunto il tram, è a due passi. Circa la camera, immagino che presto troverò il lato negativo della centralità, visto che le finestre danno sulla strada, chissà se è ancora più trafficata e rumorosa di quella che ho ora a Stoccarda. Ma ormai i dadi sono tratti e oggi ho ricevuto anche il contratto dal proprietario che vive a Monaco. Ulm, arrivo. Ulm, arrivo? Troppo spesso, ancora, mi sento più portata verso la strada di casa che quella per Ulm, come lunedì mattina, in cui anzi sarei stata bene in un qualche reparto  di riabilitazione psichiatrica. Portatela via, con o senza U-Bahn.

Volevo raccontare del lunedì a Tubinga, del martedì (Nikolaus) più tranquillo, del mercoledì con un nuovo tipo di corso italiano per turchi adolescenti e come prepararsi allegramente a una Zertifizierung, ma domattina il treno che dovrei prendere è alle 5.53, quindi chiudo qui.

Insonnia

Insonnia da tagliare a fette, da queste parti. Non riesco a staccare, la stanchezza della settimana lavorativa appena conclusa mi opprime ma soprattutto non mi danno requie gli impegni della settimana prossima, basta che il cervello ci dia un’occhiata perché il sonno se ne vada definitivamente. C’è la lettera da scrivere ai genitori della cittadina insulsa da due settimane, c’è il corso da preparare per principianti assoluti e capisco-qualcosa-ma-non-spaventarmi e bravetti, tutti insieme naturalmente, c’è la lista delle scuole della città di Ulm da preparare e da telefonare ai presidi, c’è giovedì l’esame della certificazione, per il quale devo arrivare a scuola verso le 8, il che significa prendere un treno a orari incredibili, forse potrei dormire là, c’è una Pension a prezzi abbordabili da cercare, ma a Ulm non riesco a trovare niente di abbordabile, c’è da pensare alla riunione con i genitori da organizzare anche a Ulm, c’è da ragionare su come organizzare il primo passaggio di cose a Ulm prima di Natale, la macchina da noleggiare e forse prima ancora telefonare al proprietario dell’appartamento, visto che lui non si fa sentire e prima o poi magari la cosa andrebbe affrontata, c’è da preparare le lezioni, c’è da andare a iscriversi alla Krankenkasse che avrei già dovuto farlo mesi fa e ogni volta che mi ammalo mi ricordo di essere del tutto priva di assistenza sanitaria in Teutonia, c’è da pianificare le lezioni di dicembre, e domani c’è da incontrare una che invece di aiutarmi mi sa che vuole solo essere aiutata, c’è da fare il bucato, riprendere il bucato, stirare il bucato, c’è da cercare l’adattatore per la presa del caricabatterie della fotocamera, c’è da sistemare la stanza che così non trovo niente, c’è da andare all’Ufficio scuole a prendere il CD per l’esame ma quando ci riesco, forse solo martedì pomeriggio, c’è da chiedersi perché questi cafoni non usino le poste, ma questo è un altro discorso, c’è da mandare le iscrizioni dei ragazzi allo Schulamt, ovviamente nessuno me l’ha scannerizzata, la propria, a parte quella che stava per non mandarmela e allora devo andare all’Ufficio scolastico dove si inventeranno che loro ‘ste cose non le fanno e dove troverò di nuovo il capo a firmare circolari che mi chiederà come evolvono le cose e io che menerò il can per l’aia. Con risultati miserevoli.