Stuff!

I miei allievi sono di un tipo mai avuto prima. Finora ho insegnanto italiano a stranieri in Italia (solo in un contesto turistico e comunque erano quasi tutti di lingua tedesca), italiano a studenti austriaci di un istituto tecnico in Austria, italiano ad austriaci in Austria in ambiente universitario e in ambiente dantealighieresco, italiano lingua seconda in Italia a una manager finlandese dell’EFSA, tedesco a italiani adulti in corsi privati e italiani adolescenti alle scuole medie pubbliche in Italia.

Ora insegno quel che nel didattichese più modaiolo viene indicato quale italiano “lingua etnica” o “lingua di origine”, ovvero italiano a discendenti di italiani, nati e cresciuti in Germania, per i quali la lingua normale è il tedesco.

Ovviamente non sono riuscita a trovare materiali didattici adatti, primariamente per le mille difficoltà logistiche (soprattutto per il fatto che prima comunque dovevo procurarmi un tetto). Ravanando in un armadione dimenticato in una delle scuole che offre l’aula, ho trovato alcuni libri di letture su cui campeggiava la scritta “Per corsi di italiano all’estero”, ma penso di non aver visto niente di così stantio e vecchio, se li presentassi ai ragazzi probabilmente scoppierebbe la rivolta. Altro che black bloc.

Allora mi sono arrangiata come potevo e durante le Herbstferien, le vacanze autunnali, in Italia ho comprato un libro di testo che è stato elaborato in Alto Adige e mi pare destinato proprio a questo pubblico, anche se secondo la casa editrice è per allievi stranieri tout court. Insomma, all’italiano lingua etnica in Germania si sopperisce con italiano lingua seconda in contesto altoatesino. La situazione lì è simile, da alcuni punti di vista, nella dualità tedesco-italiano, ma molto diversa da altri. Soprattutto la situazione di questi ragazzi copre una gamma di possibilità incredibilmente ampia. Alcuni parlano molto bene l’italiano e lo capiscono quasi a livello di un madrelingua normale, se in famiglia si parla italiano, anche se bisogna fare i conti con un vocabolario ridotto; altri capiscono molto ma parlano a malapena, e questo si dà se a casa si parla dialetto (e allora sarà più siculo o calabrese che italiano) o tedesco; se ormai il tedesco ha preso il sopravvento e anche i genitori, ambedue italiani o di origine italiana, parlano solo tedesco, è difficile anche la comprensione orale, tanto peggio se uno dei due genitori è di lingua tedesca o di altra origine. Praticamente tutti hanno problemi a scrivere, e qui sarebbe utile essere anche insegnante di italiano (043, per capirci tra noi insider delle graduatorie), per capire quanto le loro difficoltà ortografiche, morfologiche e sintattiche siano dissimili dai normali madrelingua italiani, perché se anche l’allievo italiano medio scrive così male, be’, potrei mettermi il cuoricino in pace.

La Mentecatta che mi ha preceduta (progetto di scriverne ampiamente più avanti) deve aver seguito una logica sopraffina: non sanno l’italiano o hanno un livello da bambini, uso i libri da bambini. C’è una maniera migliore di mortificare i ragazzi in quest’età ingrata, quando tutto il loro desiderio ruota attorno all’essere riconosciuti come “grandi”? I ragazzi mi hanno mostrato libercoli infantili e quaderni molto simili a quelli delle elementari, con pensierini ricorrenti a ogni festività, soprattutto religiosa (la Mentecatta si vanta d’essere estremamente pia), frasette insulse e sciocchezzuole assortite, per non parlare delle punizioni esemplari in forma di iterazione scritta (“Non devo piùà arrivare in ritardo” scritto una trentina di volte, oppure paginate di “La professoressa X non è una cretina”, questa sì che è didattica all’avanguardia).

Il testo di italiano come lingua seconda, fresco di stampa (è questo), ha il vantaggio di essere adatto all’età degli studenti, quindi con una grafica accattivante, situazioni consone al vissuto dei ragazzi (io ho solo libri di italiano per adulti, così rischierei di incorrere nel pericolo opposto, dai pensierini delle elementari a dialoghi di adulti su temi come lavoro e trasloco) e avere registrazioni di dialoghi più impegnativi rispetto al resto delle attività, quindi rispecchiando le maggiori capacità di comprensione orale dei miei attuali allievi. Quindi da questo punto di vista mi viene a fagiuolo.

Mi è venuto in mente il raffronto Alto-Adige / ragazzi di origine italiana ripensando alla lezione di questo pomeriggio, quando ho spiegato cosa volesse dire “essere stufi” e uno degli allievi ha detto “stuff, ja, stuff”. Non era il momento di approfondire, stavo cercando di tenerli concentrati su un compito per ben più di tre minuti (e che fatica immane), ma mi è venuto in mente che – se ricordo bene – “stuff” lo usano i Südtiroler, tra quelle parole che hanno adottato e adattato dall’italiano. E infatti trovo sul Web un sito, una Datenbank zur deutschen Sprache in Österreich (qui), in cui compare la voce “stuff” (con tanto di refuso nell’italiano…)

AT – Tirol dialektal überdrüssig
AT – Tirol Südtirol “d. Nase voll haben” -> stuff sein
AT – Tirol Tirol “Schnauze voll”
AT – Vorarlberg dialektal nicht in Vorarlberg
AT – Wien anderes Wort für Belegschaft
IT – Suedtirol ich bin stuff = ich habe genug, ueberdruessig sein (aus dem ital.: sono stuffo)
IT – Suedtirol regional österr. stuff sein (= genug haben, müde u.a. sein)

Comunque, è la parola del giorno, sicuramente!

Ich bin stuff!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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Non sarebbe stato proprio tipo Madrid

Reichenbach. Wegen einer Bombenankündigung kam es am Mittwochabend in Reichenbach zu einem Großeinsatz von Landes- und Bundespolizei. Im Bahnhof Reichenbach kündigte gegen 19.15 Uhr ein bislang unbekannter Fahrgast beim Ausstieg aus dem Regionalexpress den einsteigenden Reisenden eine Bombe im Zug an. Die angesprochenen Fahrgäste verständigten daraufhin den Triebfahrzeugführer des Regionalexpresses von Ulm nach Stuttgart. Auf Anordnung der Bundespolizei evakuierte der Lokführer mit zwei Mitarbeitern der DB-Sicherheit sofort die zirka 170 Reisenden aus dem Zug. (aus)

Reichenbach. Mercoledì sera, a Reichnebach, una bomba annunciata ha causato uno spiegamento di forze da parte della polizia locale e federale. Verso le 19.15 alla stazione di Reichenbach un passeggero, di cui sono rimaste ignote le generalità, scendendo dal treno regionale ha annunciato la presenza di una bomba sul treno ai passeggeri entranti che si sono affrettati a comunicarlo al conducente del treno regionale da Ulm a Stoccarda. Per ordine della polizia federale il macchinista, insieme a due responsaibli della sicurezza delle Ferrovie tedesche, ha subito ordinato ai circa 170 passeggeri di lasciare il treno.

Tra i 170 c’ero io. Hai capito, non era un suicida. No, era di molto meglio. Molto più spannend, avvincente. E se fosse stato vero? E se fossi saltata in aria? Ma così, a Ebersbach an der Fils, in mezzo al nulla?

Oggi comunque è filato tutto liscio. Treni in orario. Nessuna bomba, nessun Personenschaden. A volte penso di aver un angioletto che mi aiuta o forse lassù pensano che tutto sommato ne ho abbastanza di grane e grattacapi per quanto riguarda lavoro (impossibile), casa (ancora per aria), salute (poco solida in questo periodo, anche se fortunatamente solo debolezze). Immagino quest’angioletto proteggermi mentre me ne giro da sola per Stoccarda, anche la sera tardissimo, come quando la società dei mezzi pubblici comunali ha ben pensato di fare una serrata e sono rimasta appiedata per tre giorni, esattamente nei giorni in cui avevo appuntamenti per vedere camere in WG e ho girato su e giù per la città, tranquilla, ignara.

Ora invece mi è preso questo sfizio di controllare quasi quotidianamente la pagina dei resoconti della polizia sulla Stuttgarter Zeitung e mi ricordo che tutto sommato questa è una grande città, con le sue insidie, i suoi pericoli e i suoi molti pazzi. Prendendo solo ieri a esempio: in mattinata una donna è stata scippata lungo le scale della fermata della U-Bahn che uso quasi ogni giorno, a Marienplatz; nel pomeriggio è stata derubata una mia coetanea in un sottopassaggio a Bad Cannstatt; in serata, sulla linea 15 della metro una giovane donna è stata insultata e presa a schiaffoni da uno sconosciuto che l’aveva fissata per un bel pezzo, nell’indifferenza degli altri passeggeri.

Meglio allora quasi sorridere del divano in pelle che si sono trovati davanti gli automobilisti sull’autostrada 8 che fortunatamente non ha provocato danni.

Unklar blieb, wer seinen Abend auf dem kalten Fußboden, anstatt auf einem Ledersofa verbringen musste, schrieb die Polizei in ihrem Bericht.

Resta da chiarire chi abbia dovuto trascorrere la serata sul freddo pavimento invece che sul divano in pelle, ha scritto la polizia nel suo rapporto.

Scommettiamo che era un divano Ikea?

Zugfahren ist ätzend

Ore 19.12, il treno si ferma con uno strattone. Sonnecchiavo, con gli occhi fumosi vedo solo una staccionata. Un uomo corre verso il fondo del treno, ne vedo i piedi fuori dal finestrino. Torna. Parte un annuncio. Der Zug endet hier. Alle aussteigen. Il treno si ferma qui, scendere.

Non so nemmeno dove sono, il treno delle 18.10 si ferma a ogni stazioncella. Chiedo a una donna che esala fumetti nel freddo intenso e umido, dice il nome di un paesetto. Nessuno ci dà una spiegazione. Nessun teutonico si agita troppo, nemmeno. E io che stasera volevo fare la spesa con calma…

Nella scena successiva siamo tutti ammassati a una fermata del bus, nella nebbia, lungo una strada del paesetto. Vediamo arrivare altri, perché tutto il tratto è bloccato – così aveva sentenziato l’ultimo annuncio – e i treni si fermano, sbolognando passeggeri di cui non sanno più cosa fare. Passano le volanti della polizia a sirene spiegate. Da ultima anche l’autoambulanza. Noi speriamo solo che arrivi il bus, un bus, verso Plochingen, oltre il blocco.

Infine arrivo a Stoccarda con un’ora e passa di ritardo. Non è nemmeno andata male, ma almeno una volta alla settimana qualcuno deve proprio proprio uccidersi lungo i binari? Non esistono in questo paese balconi da cui sfracellarsi, fiumi in cui lanciarsi, pistole, barbiturici, cappi? Bisogna proprio attirarsi le ire dei poveri pendolari già maltrattati dal loro personale brutto destino?

Zugfahren ist ächzend ätzend!“*, viaggiare in treno è tremendo, sbuffava una ragazzotta oggi a pochi posti dal mio, mentre stavo andando a Ulm, su un convoglio ovviamente partito con (solo!) una decina di minuti di ritardo.

* ätzend (dal Duden online)
(Jugendsprache) abscheulich, furchtbar
(Jugendsprache, seltener) toll, sehr gut
(emotional) beißend, verletzend

** grazie alla correzione di una gentile lettrice 🙂 🙂

Tempus fugit, goditi il Glühwein

Cosa mi rimarrà di questo anno teutonico? Nella memoria, nel rendiconto di quanto sono riuscita a fare di quello che mi proponevo? Tempo, mi manca sempre il tempo. Finisco di lavorare a Ulm, venerdì, e prendo un treno per Monaco, dove passo un finesettimana che vola via in un turbinio di incomprensioni e urlate iniziali, di persone estranee o meno estranee, di stanchezza, di avidità da lontananza, di appetiti da colazioni a buffet, di Weihnachstmärkte e Glühweine. E di nuovo il treno.

Lunedì è pieno, pieno e finisce sempre male, con un corso semivuoto e raffazzonato, dove praticamente riesco a scontentare quasi tutti i pochi presenti, o almeno la mia scontentezza è tale da dipingere il mondo di nero. Ma la sera sono invitata a casa dei genitori di una collega, una Kollegin bionda e azzurrocchiuta, come ci si aspetta da una tedesca. Un angelo. Gli angeli per me sono quelle persone che arrivano quando mi pare che il mondo sia un grumo di ostilità. Questa mia omonima è l’unica che mi ha sorriso sinceramente, non un sorriso di circostanza a denti stretti e una delle poche che mi ha parlato come se fossi una collega qualunque, non l’intrusa spodestatrice per cui mi ha fatto passare quella mentecatta che mi ha preceduta negli anni scorsi. I genitori abitano a RT, in un’enorme Fachwerkhaus (una come questa, per intenderci) e il bianco che regna all’interno si intona perfettamente con i loro sorrisi, il loro buon vino, il pesce pescato dallo zio nel mare del Nord e la leggerezza con cui mi hanno accolto.

Il martedì è di nuovo una corsa, perchè mi alzo a fatica, fiaccata dal mal di gola, dal raffreddore e dalla stanchezza. Prendo il treno all’ultimissimo secondo, ultima di un drappelletto di ultimi arrivati, che mi sembra corrano alla moviola, forse sono così anche io, ci infiliamo come fantasmi nell’ultimo vagone, la porta si chiude. Fuori arriva un ultimo robot del pendolarismo, ma il treno si muove.

La giornata è meno dolorosa del lunedì, se non fosse che fare da sostegno ai bambini delle elementari implica anche aritmetica, e io ho rimosso tutto con la maturità e per di più non riesco a fare matematica in tedesco, devo parlare in italiano, è come le parolacce, roba delle viscere, va fatta nella lingua madre.

Mi resta un pezzo di pomeriggio libero, evviva. Torno a Stoccarda, passo nella sede del prestigioso ente a prendere un pacchetto, torno a “casa” e lo deposito, prendo altri mezzi, altre UBahnen, altri Busse, e torno in centro, faccio acquisti, guardo e gironzolo, mi sento una persona quasi normale. Il Weihnachtsmarkt di Stoccarda è proprio bello: si apre in largo davanti al castello barocco della città, si infila nella Vecchia cancelleria, serpeggia per il centro fino al Rathaus la cui facciata è un enorme calendario dell’avvento. Le bancarelle sono piene di gente che giovialmente mangia salsicce nel pane e beve Glühwein, vin brulè. Apri un mercatino e il tedesco mostra tutta un’altra faccia.

Il treno. Ancora. Ogni giorno.

Non riesco a organizzarmi secondo gli strampalati orari di questo lavoro per il quale tre giorni a settimana devo tenere i corsi di pomeriggio. Io sono un essere lunare e lunatico e di svegliarmi presto la mattina non c’è verso. Per cui mi alzo tardi (dopo essere andata a letto tardi) e la mattina basta appena per lavarsi i denti, vestirsi e buttare quarantamila libri nella borsa, non avendo provveduto a organizzarmi meglio e a selezionare bene il materiale.

La sera, in queste freddissime e umide sere ulmensi, perdo il treno delle 17.10 per poco e devo attendere un’ora per un altro regionale, opzione gradita per questioni di costi. Ma stamane pensavo a quante cose dovevo fare la sera e ho pensato di prendere un IC prima. Mentre salivo sull’IC, ho sentito che il treno delle 18.10 era stato annullato e ho sentito un certo sollievo, ma te guarda le casualità positive.

Non l’avessi mai pensato. Chissà se per un altro Personenschaden (tra l’altro, esattamente un mese fa! Che ci sia un periodo più ricco di tali eventi?) o chissà cosa, siamo rimasti fermi a Esslingen, quindi “a due passi” dalla stazione di Stoccarda per un’ora e mezza. Un’ora e mezza! Volevo risparmiare 20 minuti… e ne ho persi 90.

Mi hanno sempre lasciato indifferente le proteste dei pendolari dei treni italiani, quando ne avevo notizia dai giornali o telegiornali. Ora inizio vagamente a capire cosa possa essere…

Il capo, il treno

Oggi mi sentivo come Fantozzi nell’ufficio del capo, senonché nell’ufficio del mio capo non ci sono imbarazzanti e scivolosi pouf, ma imponenti seggiole coperte di tessuto rigato che quando ti ci siedi in effetti ti senti piccina picciò.

Dovevo rendere conto di un paio di cosette stortigne nella mia situazione corsi. Mi aggrappavo solo all’idea che se mi avesse trattato troppo male, me ne sarei partita immediatamente per l’Italia, dato che ci sono convocazioni cui sono stata chiamata e per le quali posso sicuramente trovare lavoro. Tra l’altro, è l’ultimo treno di quest’anno, e io di treni che scappano via sotto gli occhi ormai ne so qualcosa. Penso lo lascerò passare, perché il mio capo non è affatto Figl.di Put.Gran D.S. ecc. Certo, è un capo, e non sempre il capo ti dice cose gradevolissime, ovvero, essendo tu a lui subalterno, più che altro devi tacere. Ma non è una persona scorretta. Quasi mi spiace. M’avesse maltrattato, avrei avuto i miei cinque minuti di impazienza e me ne sarei tornata in Italia.

Eppure mi verrebbe da piangere. Ho paura che lasciarsi scappare il comodo treno di due orette di tedesco da qui fino a giugno si rivelerà una gran scemenza.

Caota!

Vorrei scrivere qualcosa di bello o profondo o spiritoso o chennnessò, ma guardandomi attorno in questa camera che non ho voglia di riordinare, perché è temporanea, perché non ci sono scaffali, perché l’armadio è comunque piccolo e una valigia per terra da due settimane fa le veci di una cassettiera, perché il secondo letto è coperto di libri, fotocopie, giochini didattici e qualunque cosa capiti, perché il mio letto vero è coperto di calzini che non riesco ad appaiare, perché mi viene in mente solo il termine di cui si compiacciono gli strani allievi di quest’anno: caota. Come ti definiresti? Caota.

Si fa per dire “caotico”.

Così come sono – a volte preoccupati dai “termìni“, che altro non è se non l’italianizzazione del tedesco “Termine“, appuntamenti. Quanti termìni hanno i giovani moderni, tanti e tanti che poi il corso di italiano non lo possono proprio fare, si lamentano quelle prugne marce dei genitori.