Schirmständer

L’unica parola imparata quest’estate.  Non è un magro bottino, per un mese in Kakania?

Pensavo or ora, cercando di mettere ordine in una vita parecchio disordinata e mangiando biscotti, che possono essere cotti al vapore quanto vuole Banderas e chi per lui, ma sicuramente non aiutano una linea altrettando disordinata.

Tra mille “maledetta la volta che…” e nella disperazione pre-e postviaggio, per eccesso di zavorra, sono riuscita davvero a portare la Nina in Kakania che dei suoi quasi cinque mesi di vita può già contare su un mese all’estero. D’altronde è molto probabile che all’estero sia stata concepita, quasi sicuramente in Kakania, per poi dover patire le prime avversità in una Budapest torrida e inospitale. Ma questa è un’altra storia. Per non smentirsi, l’estate l’ha tartassata anche quest’anno poverina, un caldo insopportabile pure in Kakania. Tappati in una casa anni ’70, ovviamente senza condizionatore, per fuggire l’afa.

Schirmständer è il portaombrellone, nella fattispecie quello di ferro che serve ai laghi kakanici, per infilare il bastone nel terreno erboso o per incastrarlo tra le assi delle Brücken. Brücke:  già qui sono di nuovo in dubbio, come si chiamano le strutture lignee dei laghi, moli no, come allora? Tipo questo, che è proprio quello di Klagenfurt:

Una delle tre Brücken della spiaggia di Klagenfurt

E l’ho imparato solo perché un tizio, al Faaker See, me l’ha insegnato, dopo che io avevo detto in tedesco il “coso che serve…”. Vivan le perifrasi.

E’ un mio cruccio da tempo, mi pare di non riuscire più a migliorare il mio tedesco. Tedesco raffermo, non fa proprio la muffa, è abbastanza stabile, ma non migliora. Dovrei fare un corso? Ma nemmeno per sogno. Dovrei mettermi a leggere con il dizionario e fare liste di parole, come ai tempi del liceo e dell’università? Ma chi ha tempo e possibilità. Eppure sarebbe interessante vedere se ci sono studi sugli sviluppi dell’apprendimento della lingua quando si arriva a livelli alti e – ahimè – non si vive nel paese in cui la lingua è parlata.

E poi devo studiare inglese, io, altroché, visti gli impegni che mi aspettano nei prossimi due intensi mesi.

La Nina ha iniziato – shhhh, forse dovrei tacere… – a tirar dritto di notte, che Morfeo sia lodato, e ora non ho più scuse per non terminare l’ennesimo corso di studi inutile, sempre in beneficenza all’università italiana.

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Istantanee scolastiche

La scuola del lunedì e del martedì la vedo come un odioso arruffio di cose e bambini e adolescenti e insegnanti.

Arrivo alle 9.45 circa, durante l’intervallo lungo (große Pause), quello che dura venti minuti, e sia grazie a Dio, mi permette di poter prendere l’IC diretto a Karlsruhe delle 08.05 e non un treno ben un’ora prima. Sulla porta della sala professorir (Lehrerzimmer) c’è un cartello scritto a mano, Heute schon gegrüßt? Già salutato oggi? Non so chi l’abbia scritto, sicuramente qualcuno che si augurava ci fosse sempre cortesia tra gli umani che popolano la scuola. Invece non una voltasola, per fare un esempio di umana cortesia, mi sono trovata la porta sbattuta in faccia dal collega, con una dozzina di virgolette, che sgusciava nella stanza due secondi prima di me e che doveva non avermi visto frugare in borsa alla ricerca delle chiavi. Cose che capitano, è vero. Perchè in quei venti minuti c’è un baccano, una fretta, che mal si addice alla cortesia. Dentro c’è una teoria di visi parecchio torvi e qualche faccia tranquilla, la maggior parte dei docenti si assiepa attorno al tavolo grande a sinistra dell’entrata, dove quasi sempre qualcuno ha portato una focaccia, un dolce, del pane, qualcosa  da mangiare di cui tutti si servono. Non c’è bisogno di un’occasione, a quanto mi pare di capire, è un uso. I teutonici sono molto attaccati ai loro usi e costumi. Per esempio al rito del festeggiamento del compleanno del collega. Ho dovuto assistere ad agghiaccianti scene di persone attorno al tavolone della sala insegnanti che venivano celebrate da canti per me parecchio esotici, orchestrati da una maestra che a parer mio riproduce esattamente fattezze e sembianze della cattiva matrigna di Cenerentola, tutta intenta ad agitare le braccia per regolare i festanti colleghi. Sopra la fotocopiatrice – l’attezzo più usato in assoluto – c’è un calendario in cui mese per mese sono cerchiati i giorni dei compleanni, con tanto di foto dei Geburtagskinder nella parte superiore. Ovviamente io non c’ero, sarò o non sarò la forza lavoro gratis da usare come si vuole e che non merita considerazione?, ma hanno cercato di coinvolgermi comunque, quando è arrivato il mio mese natale, sicuramente perché faceva loro comodo aver più roba da mangiare. La cosa mi scocciava tanto da farne una malattia. Ma nel senso letterale della parola: infatti mi sono ammalata e ho saltato la giornata, con sollievo.

Non ricorderò questa scuola con gioia. Brutto è stato l’inizio e brutta la continuazione. È una scuoletta di periferia, con un’utenza da periferia e sospetto anche un corpo docente da periferia. Una Grundschule (scuole elementare) e insieme una Hauptschule, e Hauptschule è un tipo di scuola che ti bolla come fallito precoce da queste parti. Se vali qualcosina puoi andare alla Realschule (più o meno un nostro tecnico), se vali qualcosa a un Gymnasium (più o meno il nostro liceo), se ti valutano una nullità resti nella tua scuoletta e fai l’Hauptschule, una scuola di cinque anni per disgraziati, casualmente la scuola dove finisce la maggior parte degli stranieri.  L’elemento inquietante in tutto ciò è che la persona viene condannata a un futuro scadente o promossa a un possibile futuro brillante dopo soli quattro anni di scuola, quando ha la bellezza di dieci anni. Allora, o si ha un genitore combattivo e capace (anche linguisticamente) di far valere le proprie ragioni, che non sono sempre vaneggiamenti boriosi di genitori ciechi, oppure sei fritto, nel bel paese di Teutonia.

La scuola del mercoledì era una forma particolarmente invasiva di questa Hauptschule: piena zeppa di turchi e di testine convinte di essere scarti cerebrali (spesso, temo, a ragione).  I turchi li preferisco nei romanzi, dal vero me ne starei lontana. Infatti il corso che tenevo come Arbeitsgemeinschaft (leggi: corso pomeridiano facoltativo, qundi da non prendere sul serio in nessun caso) in quella Hauptschule è morto dopo aver stentatamente vissuto qualche mese.

Sono passata dunque alla scuola del giovedì, che ora è la scuola del mercoledì e del giovedì: una Realschule a due passi da casa mia, basta passare per l’alter Friedhof, il parco che era il vecchio cimitero della città, diventato in questa stagione un meraviglioso bosco frondoso, mercoledì scorso profumato di erba tagliata. La Realschule ha di buono un preside che assomiglia vagamente al famoso ritratto del più illustre figlio di Ulma, una brava persona che davvero ama i suoi allievi (perché qui i presidi insegnano, a differenza che da noi) e che è ormai all’ultimo anno di carriera.

Son tutte brutte le scuole del mondo? La brutta scuola del mercoledì mi era parsa interessante almeno nell’organizzazione degli spazi e dei materiali: ci sono tante cose che in Italia non ho mai visto, i ragazzi lasciano i quadernoni con i loro nomi e i loro materiali, ma c’è la lavagna dove sta scritto chi è di corvée con la pulizia della lavagna, lo scopettino per spazzare l’aula, la carta da buttare nel riciclo ecc., le foto della gita, le immancabili regole della classe (per quel che valgono agli occhi dei ragazzi…), annunci di tirocini, cartelloni, tazze e fornelletto, poster e locandine di film, tentativi di haiku, cd, giornali e riviste, cartine geografiche, quaderni e fogli puliti, forbici, colla, puntine, pinzatrici ma anche colori e fogli da disegno, un divanetto e il calcio balilla. Ma tanto ai ragazzi la classe non piaceva comunque.

L’aula in cui sono al giovedì è brutta come sono brutti gli ambienti non amati. Alle pareti ci sono solo un paio di pagine di riviste con le facce e le gambe di due calciatori (Torres e un altro, chissà). Ambienti non amati dall’insegnante, anche e forse in primo luogo. C’è una piantina stentata che forse preferirebbe stare nel Sahara che là. Fogli dimenticati o buttati per terra e già adorni di impronte di scarpe ginniche, libri buttati sul davanzale interno delle finestre, qualche volta una calcolatrice abbandonata, bottiglie semivuote, cartacce, tentativi fasulli di pulizie nell’angolo. Gessi non ce n’è mai, o ricordo di portarmene io qualche pezzetto nell’astuccio o è la disperazione. Ma i banchi vanno rimessi come sono stati trovati e la lavagna ripulita, pena l’ira funesta dell’insegnante di classe.

La scuola del venerdì pomeriggio puzza di piscio. Ne senti l’agra zaffata salendo le scale, spesso addobbate di rimasugli di merende – una fettina di cetriolo o di salame, un pezzo di pane  -, per il resto la scuola è deserta, ne sono scappati tutti a mezzogiorno. L’aula diventa più squallida man mano che l’anno avanza. C’è un ragazzo (lo suppongo di sesso maschile, sicuramente a ragione) che da qualche tempo ormai lascia il banco esattamente com’è nel momento in cui suona la campanella: il quaderno malconcio aperto, i libri affastellati malamente sul ripiano, l’astuccio , lo zainetto appeso al gancio laterale semiaperto. Poco dopo deve aver contagiato anche il compagno di banco che ha iniziato a imitarlo, anche se meno compiutamente. I banchi sono lerci, oggi uno aveva il trofeo di una cingomma.* A Ulma si annaspava con trenta inusualissimi gradi e l’aula era una trappola in cui tutti si sventagliavano con i quaderni e protestavano acuti malesseri.

Quando finisco il venerdì i ragazzi spariscono in un baleno, solo a volte riesco a trattenerli per indurli a sistemare i banchi (sempre per il principio che lasciarli non nell’ordine trovato costituisce reato quasi penale), e la donna delle pulizie mi aspetta paziente per finire di rassettare la scuola. Scambio due parole con lei, cercando di cogliere il senso delle sue fortemente modificate dall’accento, metto via le palate di libri che mi porto via non sapendo mai chi verrà e dunque su che livello impostare il corso, e stancamente finisco la settimana. Libera dalla puzza di piscio e dalla settimana lavorativa.

* Una nota sulla cingomma. Che bella parola! Non ricordavo di averla sentita in Italia, sicuramente non è in uso dalle mie parti, dove l’ho sempre chiamata semplicemente gomma, o forse al massimo ciunga (mimesi fonestica di chewingum), o più recentemente cicca. Lo dicono gli allievi, anzi, alcuni di loro, e mi piace parecchio.

Huschtensaft

Stamane, a dispetto dello sfasamento cronologico introdotto dal ritorno dell’ora legale anche qui in Teutonia (Paranoja cercava di dare la colpa agli italiani, asserendo che quest’affronto che fanno a lei affranta sempre dalla stanchezza sia stato introdotto da noi, perché lei non ha ricordi che si facesse così quando era bambina), sono riuscita a prepararmi in tempo e ad andare nella chiesa di St. Georg che chiamava suonando campane d’intorno nell’aria primaverile. Ed è a messa ho fatto – temo – le uniche risate di cuore di questa settimana sempre di corsa, comprensiva di farsesco collegio docenti di sabato.

Nella ex chiesa di guarnigione di St. Georg non c’era la solita accoppiata che avevo visto in precedenza, prete anziano e zoppicante retto dal bastone e pretino giovane, ce n’era uno altrettanto giovane che ha fatto una bella predica coinvolgente per i bambini assiepati nelle prime file. Ho esordito chiedendo: Se vedete qualcuno che è triste e malato, cosa fate? Habt ihr eine Idee? Ha ripetuto l’invito un paio di volte, con un tono dolce, per vincere la timidezza dei piccoli. Infine uno si è fatto coraggio e ha risposto:

Ich geb ihm Huschtensaft. Gli do lo sciroppo (in dialetto)

Risata generale, ma una bella risata, la risata che ci regalano i bambini con le loro uscite candide.

Il parroco ha sorriso e ha approvato. Parlava anche lui con accento locale. E come fai a dargli lo sciroppo?

Vado in farmacia, è stata la risposta pratica.

E cosa fai lì? Cosa ti serve?

I soldi.

Giusto! Vedi dunque che aiutare questa persona ti costa soldi, ti costa qualcosa, ha detto molto lentamente, scadendo bene le parole e i concetti.

Qualcuno ha azzardato: Glielo faccio io, lo sciroppo.

Al che il prete ha fatto un largo sorriso, chiosando: Das ist Schwabe. Questo è lo svevo. (I locali sono notoriamente parsimoniosi) Ma a parte questo, cosa ci devi mettere, in questo sciroppo fatto da te?

Kräuter. Le erbe.

Certo, ma non solo, continuava la voce suadente del prete. Ci metti anche altro. Ci metti il cuore. E il tempo. E gli dai lo sciroppo mica semplicemente dicendogli, Tieni, butta giù, Schluck!, ma con una carezza.

Ma non era proprio di questo che volevo parlare, ha sorriso il parroco. Al leggio è arrivata una signora anziana e ha letto le storie del quotidiano di tre bambini africani, come quello che lava le auto dentro e dopo tre ore di lavoro ha guadagnato sui 15 centesimi, umgerechnet, fatto il cambio. Poi il prete è tornato dietro il leggio, ha  continuato e con un filo logico semplice e convincente è passato dal malato curabile con lo “sciroppo” a chi non aiuta gli altri anche quando potrebbe, e questo qualcuno è malato, il vero malato, e come facciamo a curarlo? Ha richiesto alla platea giovane.

Una bambina bionda ha alzato la mano, ma non voleva dirlo davanti a tutti, il prete è sceso e si è avvicinato ai banchi, e la ragazzina glielo ha detto in un orecchio, dopodiché il parroco ha detto che le aveva dato il permesso di ripeterlo davanti a tutti: “Liebe“, amore.

Cosa farebbe il tedesco senza il verbo “sich freuen”?

I più goffi e sottodotati come traduttori traducono il verbo “sich freuen” con “rallegrarsi”.

Ora alzi la mano, qui, subito, chi di voi dice quotidianamente “me ne rallegro”, “mi rallegro di vedervi” e analoghi. Forse non l’avete mai detto, siate sinceri, magari l’avrete sentito in qualche vecchio film o trovato in qualche libro ormai antiquato. O magari vi viene solo da ridere e basta.

Sarebbe invece interessante sapere la frequenza assoluta di questo verbo nella lingua tedesco. Se De Mauro sostiene che il vocabolo più pronunciato nella lingua italiana sia “cazzo”, ecco la papale differenza tra la mia lingua e quella che studio da anche troppo tempo: noi ci riempiamo la bocca di membri maschili, loro di questo verbo che si usa con ogni registro, in ogni occasione, si sciala in lungo e in largo con tutti questi “essere contenti di”.

Perché, diciamolo, “sich freuen” è  un imbucato di professione. Qualunque lettera, di quale sia il suo tenore e contenuto, avrà alla fine un “sich freuen“, ovvero si sbandiera la propria contentezza che un ospite venga all’albergo, che una persona risponda alla richiesta di informazioni, che il tal dei tali telefoni o chissà cos’altro.  Gli annunci per appartamenti e WG che leggevo su Web finivano spesso con un bel “Ich freue mich schon auf Eure Antwort” o qualcosa del genere, “aspetto con gioia (mah…come traduzione non forse il meglio) una vostra risposta”. Il Kaiser kakaniko Franz Joseph, il vecchio Francesco Giuseppe d’Asburgo,  concludeva qualunque occasione di incontro con la sua bella frasetta stereotipa: “Es war sehr schön, es hat mich sehr gefreut” “E’ stato bello, mi ha fatto piacere.”  Ma una mia allieva molto tosta ha appena scritto su Facebook, dopo aver annunciato con chi andrà alla festa domani: “Freu mich schon richtig drauuf mit euch ♥” “Sono davvero contenta, sono felicissima all’idea (di fare questa cosa) con voi”.

Tutti tentativi di traduzione veramente squallidi e sintetici. Perché noi un verbetto così non ce l’abbiamo. Una su FB avrebbe scritto, “Cazzo, gente, non vedo l’ora, cazzo, ragazzi, che forte che ci andiamo tutti insieme” o similia. E’ proprio un sistema mentale diverso.

Io stessa ho cercato di assimilarmi e dico “Ich freu’ mich“, “Das würde mich freuen” a piè sospinto, spesso come convenevole vuotissimo, mentre in verità penso: Cazzo, che palle.

Se fossi andata a Tubinga…

Quante me ne insegna Hitlera la Logopedista! Anche ora, sono reduce da una cena con lei, e mi ha reso edotta di questoe di quello, temo che le diano fastidio i miei errori di tedesco. L’altro giorno, quando le ho detto che non ero ancora avvezza alla lavastoviglie (Spülmaschine) e che mi rompeva dover fare il giro per arrivarci (questo è veramente poco intelligente in cucina: il lavello è da una parte, l’apertura della lavastoviglie è dalla parte opposta e bisogna circumnavigare la penisola di cottura per arrivarci), mi ha fatto il suo tipico sorrisetto tirato dicendo: Jeder Gang macht schlank, a ogni camminata si dimagrisce. Stasera mi ha spiegato che Mahlzeit si dice solo a pranzo e che la sera va detto Guten Appetit, a meno che non siamo operai in fabbrica che poi tornano a lavorare, si vede che Mahlzeit è una pausa tra una sfacchinata e l’altra. Da notare la sua cena: otto quintali di spaghetti stracotti e mosci, di cui si è servita due volte, il resto lo ha inscatolato e domani se lo porta in ufficio in uno dei suoi mirabili tupperware, ne possiede circa quarantamila. Avevo lo stomaco rovesciato a vedere la pasta così maltrattata. Spaghetti Barilla, tra l’altro!

Stasera, mentre si preparava la pasta, meticolosa come sempre, mi ha fatto capire che trovami molto bislacca, alla mia età venirmene in una paese straniero, lontano dalla famiglia, dal moroso, meglio trovarsi una supplenza in Italia, no? Eh no, cocca, io volevo farlo questo esperimento antropologico, io volevo vedere i tedeschi dal di dentro, io volevo abitarci, in Germania, almeno un anno, volevo! Non ho ancora perso la curiosità, le ho detto serafica. Dentro di me pensavo che c’era ancora quell’Erasmus saltato a rimestarmi dentro. Nel 1995, credo, ho vinto la possibilità di fare un anno di Erasmus a Tubinga. Alla fine ho rinunciato, angustiata dall’idea di non avere un soldo e di non farcela, notoriamente l’Erasmus è pagato dai genitori, che ci si fa con il contributino mensile erogato chissà quando, e mio padre, Monaldo 2, faceva fatica a darmi due soldi per un dizionario, le tasse universitarie e i libri me li pagavo con i proventi delle stagioni estive. Ma quella rinuncia me la sono portata dentro come un marchio, una stimmate, una spina, una cicatrice mai rimarginata. Ed eccomi qui, nello stesso Land di Tubinga, a fare pensieri del tipo “Sliding doors”. Se avessi avuto il coraggio di provarci comunque, di costringere Monaldo 2 a sganciare due lire, forse non sarei più tornata, sarei stata uno dei molti che restano nel paese dove vanno a soggiornare o trovano un partner straniero… Se fossi andata a Tubinga…

Invece ora sono a Ulma. Questa settimana è molto intensa, lunedì mi pare già eoni fa. La seconda settimana la sto reggendo già meno bene della prima e non vedo l’ora che sia febbraio per riprendere fiato durante le vacanze. Anzi, oggi ero in preda allo scoramento e sono tornata a non vedere l’ora che sia luglio, luglio vieni e portami via. Non che l’esperimento antropologico della vita in Teutonia mi abbia già stancato, è di nuovo un problema di lavoro, e quello è tutto italiano. Ma andiamo per ordine.

Lunedì è davvero una giornata orrenda. Sveglia presto, e per l’ansia non ho praticamente chiuso occhio durante la notte, il giorno precedente tra le pulizie settimanali accollate a me e sciocchezze varie non mi ero preparata e quindi sono partita con il trolley pieno di libri, per preparare le lezioni del pomeriggio in quattro e quattro’otto nella pausa pranzo, sono salita sull’IC per Frankfurt, bello pieno, ho visto un posto libero vicino al finestrino accanto a un signorotto, Ist das frei?, E’ libero? e già il grugnito di risposta lasciava presagire male, volevo mettere la valigia in alto per non ingombrare un vagone già pieno, ma a momenti ammazzavo il maiale seduto sotto, perché la pesantissima valigia mi è scivolata di mano e quasi lo centrava. Che poi io abbia persino osato parlare al cellulare, in un treno tedesco alle 7 di mattina, ha proprio fatto sbroccare il vicino suino che ha nuovamente sbuffato il suo disappunto. Io ero già stufa marcia della giornata.

Poi altri tre cambi di mezzi (Ulma–>Plochingen–>Wendlingen –> Roitlinga–>bus per la scuola) e sono arrivata in classe che avrei voluto chiedere malattia, darmi per morta, fingere un infarto. Ho finito lezione alle 17.35, mi sono preparata per il ritorno, il bus era stracolmo, l’autista ha persino inforcato gli occhiali per controllare che io avessi il biglietto giusto – sublime la diffidenza teutonica – e poi mi ha detto di oltrepassare la sbarra di sicurezza, al che gli ho fatto notare che non era possibile per via della calca, non si è nemmeno preoccupato di rispondermi. Quando è stato il momento di scendere sono dovuta smontare dall’entrata anteriore, anche se ciò non è permesso, dato che già alla fermata precedente qualcuno era rimasto bloccato sul mezzo non avendo l’autista voglia di aspettare che si facesse largo tra la folla, e ho trovato un vecchio con la faccia già come un teschio che mi urlava che non si può scendere da davanti…e gli ho strillato dietro! E me ne sono andata alla stazione sbraitando parolacce in italiano, incurante degli astanti teutonici. Io questi tedeschi che pensano sempre alle regole e non capiscono una fava dentro quella gabbia di cervello che hanno li condannerei a tre mesi di Africa o tre mesi a Napoli, meglio. Solo che non guarirebbero, schiatterebbero e basta (dopo essere stati rapinati).

Insomma, lunedì sera non ne avevo già più per nessuno. Purtroppo c’è anche il martedì a Roitlinga, meno faticoso ma comunque abbastanza molesto. Niente a che vedere con l’orrore del mercoledì: a Ulma, niente viaggi, ma ormai la AG dei turchi non si regge più. Una AG, ovvero Arbeitsgemeinschaft, è un corso facoltativo che i ragazzi scelgono per loro ghiribizzo e questi turchi cretini hanno deciso che con l’italiano può bastare. Ma soprattutto hanno un atteggiamento che mi fa venire voglia di introdurre leggi marziali a scuola: zero rispetto, zero considerazione. Non ho mai percepito così tanta frustrazione in un corso, dove in tre mesi non sono riuscita a insegnare qualche vocabolo o i numeri dallo zero al venti. Il problema naturlamente è che così io resto in braghe in tela, devo trovare un altro corso e questo significa tornare a mendicare di Rektor in Rektor, telefonare, prendere appuntamenti, farsi dare numeri…

Però, pensavo a mo’ di salvagente, giovedì probabilmente il problema è risolto, ne arrivano due di nuove, yuppie. Catastrofe. Ne è venuta una sola – la sorella è malata – e il gruppo bislacchissimo del secondo corso del giovedì ha dato tutto il peggio che sapeva dare, la ragazzetta, già spaurita perché non parla italiano a dispetto dell’italianissimo cognome – s’è intimidita, annoiata e seccata, e di sicuro non verrà più e terrà la sorella lontana, un’altra corsista ha annunciato spavalda che smette perché la madre vuole che studi di più per la scuola e un’altra ha detto che il corso è troppo facile e pensa di mollare. Stasera mi sarei buttata sotto un tram. Visto che non ce n’erano in giro, sono andata a fare spese al Rewe, a cavallo di San Francesco nonostante la pioggia, e mi sono comprata la pasta pronta per farmi una pizza consolatoria.

Guai in vista, ancora e sempre. E per il finesettimana mi ero procurata un bel seminario introduttivo per andare a lavorare in una scuola privata di lingue, perché tanto me le cerco sempre. Mi sa che darò disdetta all’ultimo momento, il che mi segnerà agli occhi teutonici come fellona, inaffidabile, kompliziert e irrimediabilmente italiana. Andassero tutti, questi teutonici…e il prossimo che in Italia mi chiama “la tedesca”, lo mando anche lui.

E pensare che ieri mi sentivo addirittura trionfante, forte delle mie vittorie Ikea. Ebbene sì, mercoledì mattina sono arrivati quei due pezzi di truciolato e quelle due assi di legno da trasformare in camera e presa dalla foga, ho montato tutto a parte la Billy in sole tre ore. Una che non sa attaccare un chiodo riesce a mettersi su una scrivania, una sedia da ufficio, un tavolinetto… e un letto! Ikea ha successo non per i prezzi o la bellezza dei suoi prodotti, ma per l’iniezione di autostima che dà a cose fatte. Se si potesse montare anche un corso con un cacciavite…

Il caffè tedesco non è potabile

In ospedale all’accettazione mi hanno fatto firmare che non sono andata nel loro Paese per farmi curare. In ospedale puoi prenderti una Suppe Knorr alla macchinetta automatica. Non l’ho provata, va bene la curiosità gastronomica, ma c’è un limite a tutto.

Stasera per strada, ero appena uscita da un passaggio buio e stretto cercando l’indirizzo che pensavo dovesse essere il mio indirizzo da gennaio, ma chissà, un uomo mi ferma e mi indica la sua schiena, dicendomi qualcosa che non afferro, in parte perché non biascica un po’, in parte perché mi roteano pensieri confusi per il capo del tipo: “Ecco, e tu ti fermi, ora ti scippa, ma guarda se dovevi venire in Germania a farti rapinare, o magari ti picchia, ossignore”, e mi fa mette in mano il suo lettore cd facendomi capire che glielo devo mettere nello zaino (eh?!) e quando, automaticamente, lo faccio, pestando un po’ per farci entrare i cavi, aggiunge che devo anche chiudergli la zip, obbedisco, saluto e me ne vo.

Per curiosità ho mandato un curriculum, mi hanno subito chiamato per un colloquio, al Regus Center di Stoccarda. Mentre già comunque pensavo di mettermi l’unico tailleur pantalone che ho nel mio striminzito guardaroba, leggo la mail di conferma scritta dell’appuntamento preso al telefono:

“Bitte beachten Sie, dass wir unserer Firmenphilosophie folgend großen Wert auf Businesskleidung legen.”

La preghiamo di ricordarle che, seguendo la filosofia della nostra azienda, consideriamo l’abbigliamento business molto importante.

Ai ragazzi turchi del Natale italiano non frega una cippa. Quante fotocopie con lessico natalizio sprecato. Ai ragazzi tedeschi non frega niente di studiare seriamente, altre fotocopie sprecate. Ai ragazzi italiani non frega nemmeno di venire ai corsi, almeno così mi sono risparmiata le fotocopie.

Non sopporto più non solo di mangiare per strada, sul treno, sul tram, in stazione, ma non sopporto nemmeno più chi lo fa. E ci sono orde di mangiatori ambulanti. La mattina alle 7 entra la islamica con il suo bel velo in finta seta e si avventa su un qualcosa di puzzone e croccante da farmi quasi svenire. La signora lavora di denti un panino unto sul sedile davanti. La ragazza cammina sul binario addentando una pizzetta con quella specie di rivoltante ketchup. Anche gli studenti, seduti ai loro banchi, sono sempre intendi a rosicchiare, trangugiare, masticare, sgranocchiare, ingollare, bere e suggere dai enormi tetrapak di succhi di frutta. Basta, dico io, ma quelli continuano.

I tedeschi non bestemmiano, è vero. Ma già il loro caffè tira giù dal cielo ogni santo possibile e immaginabile. Ho smesso di berlo dopo tre tentativi, a dispetto delle quantità industriali di zucchero e latte condensato che vi riversavo che non riuscivano a renderlo potabile.

Chi cerca, trova

Ho avuto due numeri della Zeit in dono. Nei paesi di lingua tedesca mi pare sia normale che in posti strategi (come la stazione di Stoccarda) ragazzi atttendono le possibili vittime alla stazione e le irretiscono con un Test-Abo, un abbonamento di prova (che dovrebbe essere di facile disdetta, una mail e via, ma inizio a pensare di essermi messa sul groppone un anno di Zeit, il che forse non sarebbe male, se non fosse che l’indirizzo indicato vale ancora per una settimana…das wäre ärgerlich, come direbbero in Teutonia).

Ora, Die Zeit è un giornale eccezionale, ma è troppo tardi e ne ho passate troppe oggi per mettermi a tessere gli elogi delle migliori pubblicazioni teutoniche (tra l’altro, il suo direttore porta l’eloquente name di Giovanni Di Lorenzo, giornalista italo-tedesco, guarda un po’). Quel che volevo dire è che la rubrica che più mi sollazza nella rivista acclusa, Zeit-Magazin, sta nelle ultime pagine, sotto il titolo Kennenlernen, conoscersi. Sì, gli annunci matrimoniali. Io leggo spesso gli annunci matrimoniali e quelli mortuari, sono uno straordinario affresco di umanità varia. Per i secondi un po’ meno, ma per i primi il divertimento è assicurato.

Li leggo tutti, anche se mi attraggono ovviamente di più quelli sotto il titoletto “Er sucht sie“, Lui cerca lei. Dato che il target della Zeit è alto, buona borghesia e tutta la sublime classe degli Akademiker, universitari, anche le agenzie che compaiono tra gli annunci si dicono specializzate in Akademiker-Dating. Pensiamoli, questi accademici, inaciditi dal gran far ricerche, incrudeliti dall’agone clientelare o ammuffiti tra i libri, poi trovarsi a una certa età soli ma sempre pretenziosi, esigenti. Gli uomini dunque sono, se specificato, professori, imprenditori, precoci vedovi e pensionati freschissimi. Un motivo comune è “mica li dimostro i miei anni”, a mio avviso il più simpatico è questo:

Attr. intakter Mann, 186/80, 67 (lt. Med. 58) …

A parte che per leggere questi annunci bisogna avere in testa una legenda delle abbreviazioni, “uomo attraente e intatto (non è rotto? non ha bisogno di essere riparato? mantiene ancora l’animo dei bei tempi?), alto 1,86, peso80 chili, 67 anni (secondo i medici 58)”. Cinquantotto, spaccati.

Gli uomini (ma spesso anche le donne) sbandierano indipendenza econimica e tutti sono strabiliantemente dotati di ogni qualità desiderabile, belli, simpatici, aperti, sensibili, allegri, pieni di passatempi e interessi, bramosi di avventure, uno si domanda perché non trovino qualcuno anche senza annunci (ma si sa, il mondo accademico…). Una donna sembrava aver previsto la domanda e fa:

Szentreffs sind mir zu oberflächlich, Internetmailkontakte suspekt, Männer im Bekanntenkreis u. berufl. Umfeld tabu.

Incontri nei luoghi mondani li trovo troppo superficiali, i contatti via Internet ed e-mail sospetti, gli uomini nella cerchia dei conoscenti e nell’ambiente di lavoro tabù.

Precisa e chiara negli intenti, la ragazza, che si professa trentassettenne, conduttrice radio e per molti anni fotomodella richiesta.

Per non parlare di cosa si cerca, le richieste sono varie ed elevate. Alcuni vanno subito al punto e praticamente per loro sarebbe meglio avere la possibilità di crearsi una donna e programmarsela ad hoc, tipo costui:

Der perfekte Samstag in Hamburg
Mit Dir (zierlich/schlau/warmherzig) aufwachen, Dir meine (39/203/114/NR) Zuneigung körperlich zeigen, Frühstück im Cafe Geyer, Joggen umm Alster, Saunieren in der Bartholomäustherme, einkaufen beim Asiaten, Mittagsschlaf halten, spazieren gehen, abends kochen, dann in die Schmidt Mitternachtshow. Danach wieder Se*x!

Il sabato perfetto ad Amburgo
Svegliarsi con te (minuta/furba/calorosa), dimostrarti fisicamente il mio (39/203/114/non fumatore) affetto, colazione al Cafe Geyer, jogging attorno all’Alster, fare la sauna alle Terme di Bartolomeo, fare la spesa al negozio asiatico, pisolino dopo pranzo, fare una passeggiata, la sera cucinare, poi andare a vedere lo show di mezzanotte di Schmidt. Poi ancora ses*so!

Intanto bisognerebbe notare che un bisonte di un quintale, alto più di due metri, la cerca “minuta”, piccola e graziosa, e la cerca, come dice senza troppi giri di parole, per farci ginnastica da camera minimo tre volte al giorno. (Il fatto che non fumi non mi pare attenuare la mostruosità del fatto). Comunque ci vuole una certa abilità per definire “dimostrazione corporea di affetto” lo spappolamento di un piccola scaltra dal cuore caldo e dall’immane coraggio, aggiungerei io. Poi mi ti vedo il bestione a fare jogging (dove?) e a sudare alle terme, laddove secondo me forse mi sono lasciata sfuggire la quarta opportunità di incontro ravvicinato tra esseri di dimensioni diverse. Comunque, l’arroganza di imporre anche la spesa dall’asiatico è intollerabile.

Gli annunci finemente perversi si sprecano. C’è il dominante che cerca la dominanda:

Dominanter Herr sucht…
Er, 44, dominant, schlank, gutaussehend und gut gebaut, schlagfertig und erfahren, sucht ein devote Sie. Vertrauen, Zuverlässigkeit sind uns wichtig.

Uomo dominante cerca…
Lui, 44, dominante, magro, di bell’aspetto e ben fatto, rapido ed esperto, cerca una Lei devota. Fiducia e affidabilità sono importanti per noi.

Ora, quest’annuncio ha due elementi che mi insospettiscono. Il primo è l’aggettivo schlagfertig, che significa pronto, reattivo, ma in primo luogo significa anche pronto a darle, a menare, e non so come mai, non mi sentirei di escludere l’opzione “senso letterale”. In secondo luogo, dice di cercare ein devotes Sie, non eine, io mi sarei aspettata un articolo femminile, invece usa il neutro. Potrebbe essere una svista o magari il dominante cerca una cosa? Sorvoliamo sulla fiducia, che significa: Te ne faccio di cotte e di crude e ovviamente resta tutto inter nos.

Ma finiamo in bellezza, finiamo con Ulma. Esiste un famoso Zungenbrecher, scioglilingua: ‘In Ulm, um Ulm und um Ulm herum’. E qualcuno lo ha riadattato al proprio scopo:

Tolerantes Paar aus Ulm, um Ulm und um Ulm herum mit Niveau, Ende 50/Mitte 40 sucht gleichgesinntes Paar.
Coppia tollerante di Ulm, nei dintorni di Ulm e tutt’attorno Ulm, di classe, fine 50 / metà 40, cerca coppia affine.

Per sciogliersi la lingua tutti insieme, immagino.