Simmel e il callo sull’anima

Sarebbe contenta Seia, se lo sapesse (ma glielo sto dicendo ora, anche se non so quando, se le capiterà sotto l’occhio), che vo leggendo un bel librone di Johannes Mario Simmel, Liebe ist nur ein Wort, ovvero L’amore è solo una parola, del 1963, comprato per euro 2 in una libreriuccia vicino alla Schwabstrasse a Stoccarda.

L’ho preso perché speravo di trovare una storia coinvolgente che mi distraesse mentalmente dalle beghe onnipresenti del mio quotidiano sgradevole. Speravo anche di leggerlo nei miei eterni viaggi con la Deutsche Bahn, ma è troppo grosso e io già vo carca di pesi che nemmeno un asino mobbizzato dal padrone, ormai le braccia sono quelle di un gibbone. Finisco per leggerlo la sera, ma giusto un paio di paginette, molte di più quando mi strozza l’insonnia. Eppure si tratta di libri che non andrebbero forse centellinati, sarebbero forse libri da leggere quando c’è il tempo lungo delle ferie. (Ma tanto io non ne faccio praticamente mai, quindi mettiamoci sopra una pietra tombale e via.)

In effetti la sua pagina in tedesco su Wikipedia classifica Simmel come “Trivialautor, „Bestseller-Mechaniker“ oder Fließbandschreiber“, autore di letteratura triviale, meccanico del bestseller o scrittore da catena di montaggio. Ma vendeva! Ma piaceva! Anche se negli ultimi tempi, per mancanza acutissima di tempo ricreativo, non ho più seguito le vicissitudini della letteratura teutonica, direi che il problema generale delle belletristica attuale prodotta in lingua tedesca resta l’incapacità di narrare storie e la tendenza assassina, anzi, suicida, ad arzigogolarsi nello stile. Poi finisce che nessuna casa editrice italiana è disposta a comprare i diritti di traduzione (e le aspiranti traduttrici restano senza lavoro; oddio, per una che si lagna qui ce ne sono altre che non sanno come venir a capo degli incarichi, soprattutto le Grandi Sgomitatrici e le Venditrici della Propria Nonna).

Storia interessante è anche la vita di Simmel,  nato nella capitale della Kakania nel 1924, figlio di chimico ed egli stesso chimico. La sua biografia mi pare ingarbugliata, perché si dice che il padre riparò a Londra per scampare ai nazisti, ma poi si aggiunge che durante la seconda guerra mondiale Simmel lavorò per la Kapsch, che ha sede in Austria. Forse è paradigmatico della situazione dei tedeschi e degli austriaci in quel periodo, in cui tutti erano invischiati nel regime e non tutti gli ebrei finirono in KZ (ci hai mai pensato? Forse in ossequio all’idea che i tedeschi sono gründlich, vanno sempre a fondo, uno pensa che non gli fosse sfuggita nemmeno una briciola).

Questa storia, questo L’amore è solo una parola, che ovviamente ho scelto tra altri di Simmel attratta dal titolo, ha un inizio fantastico. Crea suspence, crea orrore incalzante, è cinematografico, è avvinghiante. Flashback, piedi che penzolano, e poi prendi a leggere la storia di quei piedi, è la storia di quello coi piedi penzolanti? Non si sa. A raccontare in prima persona è un giovanotto, figlio di oscuro e delinquenziale padre, giovanotto che a ventun anni ancora gira per collegi destinati a tristi figli di ricchi, che si innamora di bellissima e giovane moglie triste con bambina nata fuori dal presente matrimonio.

Sono solo a pagina 180 di 560, Simmel mi farà compagnia ancora per un bel po’. L’altra sera, leggendo, mi sono appuntata mentalmente una pagina: 116. Oggi mi è tornata in mente e sono andata a guardare.

“Sie müssen Hornhaut auf der Seele bekommen, Herr Herterich. Sonst machen die Jungen Sie fertig!”
“Hornhaut auf der Seele”, murmelt er traurig. “So etwas ist leicht gesagt”. Dann nickt er mir noch einmal zu und schlurft den Gang hinab zu seinem Zimmer. Ich glaube nicht, dass diesem Mann zu helfen ist.

“Deve farsi venire il callo sull’anima, signor Herterich [che è un educatore del collegio]. Altrimenti i ragazzini la faranno a pezzi!”
“Il callo sull’anima”, sussurra con tristezza. “Più facile a dirsi…” Poi fa un cenno con il capo e si allontana lungo il corridoio, strascicando i piedi verso la sua camera. Mi sa che per quest’uomo non c’è niente da fare.

Hornhaut! All’inizio ho pensato al mio gelido oculista che mi diceva che mi ero die Hornhaut verletzt, mi ero ferita la cornea. Oddio, non credevo di sapere la parola per “cornea”, ma ho fatto 2+2, e a volte confesso di essere piacevolmente sopresa da me stessa, dove le ho imparate queste parole?! (Ok, secoli di studio non sono passati del tutto invano). Ho tradotto: Si deve far venire la cornea sull’anima. La cornea? Per vederci meglio? Non capivo.

Ho controllato:

Horn·haut f (-,-häute)
1 (Schwiele) callo m, durone m
2 ANAT. (im Auge) cornea f
(c) 2002 Langenscheidt KG e Paravia Bruno Mondadori Editori SpA

E poi, da brava, nel monolingue:

Horn|haut,  die [2: wohl deshalb, weil die Hornhaut kurz nach dem Tode einem dünnen, hornartigen Plättchen gleicht]:
1. durch Druck od. Reibung verhärtete äußerste Schicht der Haut, die aus abgestorbenen Zellen besteht: sich die H. an den Füßen, an den Schwielen abschneiden; Ü die H., mit der sich die Brust in all den Jahren gepanzert hatte (Apitz, Wölfe 235).
2. uhrglasartig gewölbte, durchsichtige Vorderfläche des Augapfels.
© 2000 Dudenverlag

Bastava pensarci, cornea e Hornhaut, pelle di corno. Hornhaut indica la cornea dell’occhio secondo l’etimologia del Duden perché dopo la morte la cornea assomiglia a una placchetta sottile, come fatta di corno. L’etimo italiano dice: Ma per tornare al romanzo, è il giovinotto, io narrante, che consiglia all’educatore di farsi le spalle grosse, per evitare che gli allievi lo riducano male. Per non “farse magnar i risi in testa”, ricordi il piccoletto tre anni fa, nelle lande venete?

Qui ora invece mi devo far venire il callo per tutti, altrimenti i risi in testa me li magnano da tutte le parti, ragazzi, bambini, colleghi, dirigenti, segretarie, amministrativi, e ancora, dirigenti teutonici, segretarie teutoniche, colleghe teutoniche, un vero magna magna.

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Stuff!

I miei allievi sono di un tipo mai avuto prima. Finora ho insegnanto italiano a stranieri in Italia (solo in un contesto turistico e comunque erano quasi tutti di lingua tedesca), italiano a studenti austriaci di un istituto tecnico in Austria, italiano ad austriaci in Austria in ambiente universitario e in ambiente dantealighieresco, italiano lingua seconda in Italia a una manager finlandese dell’EFSA, tedesco a italiani adulti in corsi privati e italiani adolescenti alle scuole medie pubbliche in Italia.

Ora insegno quel che nel didattichese più modaiolo viene indicato quale italiano “lingua etnica” o “lingua di origine”, ovvero italiano a discendenti di italiani, nati e cresciuti in Germania, per i quali la lingua normale è il tedesco.

Ovviamente non sono riuscita a trovare materiali didattici adatti, primariamente per le mille difficoltà logistiche (soprattutto per il fatto che prima comunque dovevo procurarmi un tetto). Ravanando in un armadione dimenticato in una delle scuole che offre l’aula, ho trovato alcuni libri di letture su cui campeggiava la scritta “Per corsi di italiano all’estero”, ma penso di non aver visto niente di così stantio e vecchio, se li presentassi ai ragazzi probabilmente scoppierebbe la rivolta. Altro che black bloc.

Allora mi sono arrangiata come potevo e durante le Herbstferien, le vacanze autunnali, in Italia ho comprato un libro di testo che è stato elaborato in Alto Adige e mi pare destinato proprio a questo pubblico, anche se secondo la casa editrice è per allievi stranieri tout court. Insomma, all’italiano lingua etnica in Germania si sopperisce con italiano lingua seconda in contesto altoatesino. La situazione lì è simile, da alcuni punti di vista, nella dualità tedesco-italiano, ma molto diversa da altri. Soprattutto la situazione di questi ragazzi copre una gamma di possibilità incredibilmente ampia. Alcuni parlano molto bene l’italiano e lo capiscono quasi a livello di un madrelingua normale, se in famiglia si parla italiano, anche se bisogna fare i conti con un vocabolario ridotto; altri capiscono molto ma parlano a malapena, e questo si dà se a casa si parla dialetto (e allora sarà più siculo o calabrese che italiano) o tedesco; se ormai il tedesco ha preso il sopravvento e anche i genitori, ambedue italiani o di origine italiana, parlano solo tedesco, è difficile anche la comprensione orale, tanto peggio se uno dei due genitori è di lingua tedesca o di altra origine. Praticamente tutti hanno problemi a scrivere, e qui sarebbe utile essere anche insegnante di italiano (043, per capirci tra noi insider delle graduatorie), per capire quanto le loro difficoltà ortografiche, morfologiche e sintattiche siano dissimili dai normali madrelingua italiani, perché se anche l’allievo italiano medio scrive così male, be’, potrei mettermi il cuoricino in pace.

La Mentecatta che mi ha preceduta (progetto di scriverne ampiamente più avanti) deve aver seguito una logica sopraffina: non sanno l’italiano o hanno un livello da bambini, uso i libri da bambini. C’è una maniera migliore di mortificare i ragazzi in quest’età ingrata, quando tutto il loro desiderio ruota attorno all’essere riconosciuti come “grandi”? I ragazzi mi hanno mostrato libercoli infantili e quaderni molto simili a quelli delle elementari, con pensierini ricorrenti a ogni festività, soprattutto religiosa (la Mentecatta si vanta d’essere estremamente pia), frasette insulse e sciocchezzuole assortite, per non parlare delle punizioni esemplari in forma di iterazione scritta (“Non devo piùà arrivare in ritardo” scritto una trentina di volte, oppure paginate di “La professoressa X non è una cretina”, questa sì che è didattica all’avanguardia).

Il testo di italiano come lingua seconda, fresco di stampa (è questo), ha il vantaggio di essere adatto all’età degli studenti, quindi con una grafica accattivante, situazioni consone al vissuto dei ragazzi (io ho solo libri di italiano per adulti, così rischierei di incorrere nel pericolo opposto, dai pensierini delle elementari a dialoghi di adulti su temi come lavoro e trasloco) e avere registrazioni di dialoghi più impegnativi rispetto al resto delle attività, quindi rispecchiando le maggiori capacità di comprensione orale dei miei attuali allievi. Quindi da questo punto di vista mi viene a fagiuolo.

Mi è venuto in mente il raffronto Alto-Adige / ragazzi di origine italiana ripensando alla lezione di questo pomeriggio, quando ho spiegato cosa volesse dire “essere stufi” e uno degli allievi ha detto “stuff, ja, stuff”. Non era il momento di approfondire, stavo cercando di tenerli concentrati su un compito per ben più di tre minuti (e che fatica immane), ma mi è venuto in mente che – se ricordo bene – “stuff” lo usano i Südtiroler, tra quelle parole che hanno adottato e adattato dall’italiano. E infatti trovo sul Web un sito, una Datenbank zur deutschen Sprache in Österreich (qui), in cui compare la voce “stuff” (con tanto di refuso nell’italiano…)

AT – Tirol dialektal überdrüssig
AT – Tirol Südtirol “d. Nase voll haben” -> stuff sein
AT – Tirol Tirol “Schnauze voll”
AT – Vorarlberg dialektal nicht in Vorarlberg
AT – Wien anderes Wort für Belegschaft
IT – Suedtirol ich bin stuff = ich habe genug, ueberdruessig sein (aus dem ital.: sono stuffo)
IT – Suedtirol regional österr. stuff sein (= genug haben, müde u.a. sein)

Comunque, è la parola del giorno, sicuramente!

Ich bin stuff!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Zugfahren ist ätzend

Ore 19.12, il treno si ferma con uno strattone. Sonnecchiavo, con gli occhi fumosi vedo solo una staccionata. Un uomo corre verso il fondo del treno, ne vedo i piedi fuori dal finestrino. Torna. Parte un annuncio. Der Zug endet hier. Alle aussteigen. Il treno si ferma qui, scendere.

Non so nemmeno dove sono, il treno delle 18.10 si ferma a ogni stazioncella. Chiedo a una donna che esala fumetti nel freddo intenso e umido, dice il nome di un paesetto. Nessuno ci dà una spiegazione. Nessun teutonico si agita troppo, nemmeno. E io che stasera volevo fare la spesa con calma…

Nella scena successiva siamo tutti ammassati a una fermata del bus, nella nebbia, lungo una strada del paesetto. Vediamo arrivare altri, perché tutto il tratto è bloccato – così aveva sentenziato l’ultimo annuncio – e i treni si fermano, sbolognando passeggeri di cui non sanno più cosa fare. Passano le volanti della polizia a sirene spiegate. Da ultima anche l’autoambulanza. Noi speriamo solo che arrivi il bus, un bus, verso Plochingen, oltre il blocco.

Infine arrivo a Stoccarda con un’ora e passa di ritardo. Non è nemmeno andata male, ma almeno una volta alla settimana qualcuno deve proprio proprio uccidersi lungo i binari? Non esistono in questo paese balconi da cui sfracellarsi, fiumi in cui lanciarsi, pistole, barbiturici, cappi? Bisogna proprio attirarsi le ire dei poveri pendolari già maltrattati dal loro personale brutto destino?

Zugfahren ist ächzend ätzend!“*, viaggiare in treno è tremendo, sbuffava una ragazzotta oggi a pochi posti dal mio, mentre stavo andando a Ulm, su un convoglio ovviamente partito con (solo!) una decina di minuti di ritardo.

* ätzend (dal Duden online)
(Jugendsprache) abscheulich, furchtbar
(Jugendsprache, seltener) toll, sehr gut
(emotional) beißend, verletzend

** grazie alla correzione di una gentile lettrice 🙂 🙂

Caota!

Vorrei scrivere qualcosa di bello o profondo o spiritoso o chennnessò, ma guardandomi attorno in questa camera che non ho voglia di riordinare, perché è temporanea, perché non ci sono scaffali, perché l’armadio è comunque piccolo e una valigia per terra da due settimane fa le veci di una cassettiera, perché il secondo letto è coperto di libri, fotocopie, giochini didattici e qualunque cosa capiti, perché il mio letto vero è coperto di calzini che non riesco ad appaiare, perché mi viene in mente solo il termine di cui si compiacciono gli strani allievi di quest’anno: caota. Come ti definiresti? Caota.

Si fa per dire “caotico”.

Così come sono – a volte preoccupati dai “termìni“, che altro non è se non l’italianizzazione del tedesco “Termine“, appuntamenti. Quanti termìni hanno i giovani moderni, tanti e tanti che poi il corso di italiano non lo possono proprio fare, si lamentano quelle prugne marce dei genitori.

I problemi delle penne

Mi rendo conto che non c’è oggetto scolastico più linguisticamente problematico della penna. Una penna, che sembra così innocua! Una normale penna a sfera, una bic, una biro!

Bene. Se lo insegno in Italia, evito sempre di dire che la parolona Kugelschreiber viene solitamente abbreviata in Kuli perché non sopporto le risatelle continue che accompagnano la scoperta.

Ora mi trovo ragazzetti che ridono davanti alla parola “penna”. E ora che succede? Bene. Se la loro penna agli orecchi italiani suona come il plurale di una parola facilmente intuibile, “penna” agli orecchi tedeschi suona come Penner, barbone, senzatetto, povero disgraziato degno del dileggio studentedesco.

Ilarità assicurata.

Parole che iniziano con…

Stamane il dio delle coincidenze era benevolo e mi ha permesso di prendere al volo il bus 4, riuscendo io così ad arrivare persino cinque minuti prima della campanella delle otto. Il che, partendo da Stoccarda (60 chilometri di strade ferrate) con il treno delle 6.52, non è male.

Così mi è toccato cuccarmi il Guten Morgen miteinander che tanto mi deprime e per di più c’era anche l’insegnante di sostegno, così in classe c’erano quasi più insegnanti che allievi. (Elemento ben fastidioso, visto che mi è stato detto che dovevo venire per forza la mattina perché la tizia veniva il pomeriggio, per evitare sovraffollamenti. Ovviamente non si sono presi la briga di avvertirmi di eventuali cambiamenti. Ma si sa, Lehrkraft, “forza insegnante”, gratis e spostabile come si vuole, sono).

L’insegnante pensa di risolvere il problema che hanno alcuni allievi nel riconoscere le lettere dell’alfabeto facendo giochini come: Trova una parola che inizia per… e fin qui…Poi però ci aggiunge l’effetto serpentone: Trova una parola che inizia per l’ultima lettera della parola detta da chi ti precede. E qui iniziano i cavoli amari, perché ad un tratto ci si rende tutti conti che la maggior parte delle parole tedesche finiscono con la “e”, ma non è che la maggior parte delle parole tedesche inizia con la “e”.

Purtroppo mi hanno coinvolta in questo gioco demente e mi sono trovata a dire Emotion (che nessun bambino ha capito) e mi sono trattenuta dal dire Elfenbein, avorio, che avrebbe sicuramente gettato scompiglio nel cervellino dei ragazzetti. Però mi è pure scappato un Roman, romanzo, che l’insegnante di sostegno si è premurata di spiegare.

Ovviamente avevo la testa piena di termini tecnici di critica letteraria o termini desueti e tutt’altro che quotidiani, a rivelare che io il tedesco l’ho imparato prima di tutto sui libri e poi nel quotidiano. So ist es halt.

Ma il pomeriggio ero libera, liberaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Guten Morgen miteeeeeinaaaaaander

Oggi è stata una giornata pesantissima che mi vede partire da Stoccarda, dalla porta dell’ostellaccio, prima delle otto del mattino e tornare dopo le otto di sera. Da lunedì prossimo, poi, mi sono messa una seconda ora e dunque dovrò partire ancora prima, ma era l’unico modo per avere almeno un pomeriggio libero a settimana, il che mi pare ormai una conquista degna dello sbarco sulla Luna.

Alla scuola a Reutlingen ho così fissato due sole classi per tutte le otto “ore”, e scrivo ore tra virgolette perché sul mio contratto c’è scritto che sono sei ore (di 60 minuti), ma i tedeschi hanno ore di 45 minuti e dunque ne devo fare otto, otto Unterrichtseinheiten, potremmo dire, unità di lezione. Lavoro in una Förderungsgruppe, un gruppetto di bambini di prima e di seconda che vengono tolti alle loro classi due ore al giorni e messi in un’auletta a … recuperare quel che non sanno, almeno formalmente, a lasciare in pace quelli normodotati, potrebbe essere insinuato.

Per me la cosa più penosa in assoluto è il modo in cui le classi si salutano. Nella Förderungsgruppe si inizia mettendo le seggioline in cerchio e così è difficile sottrarsi, allora faccio un po’ come i calciatori prima di una partita: muovo le labbra senza alcuna convinzione. Perché gli scolari teutonici si salutano, costretti dalla maestra, con un tristissimo cantilenante Guten Morgen miteeeeeinaaaaaander* che mi rende felice di non essere mai nata sotto un regime fascista o, anche oggi, in qualche paese fondamentalista.

“Rallegrati” da questo spontaneo saluto, si può iniziare. Ho colto da indizi vari – non ho avuto modo di godere di tanta organizzazione – che gli insegnanti di classe consegnano agli allievi di lunedì una fotocopia con il Wochenplan, il piano della settimana, dove c’è scritto punto per punto cosa devono fare. Mirabile. E impensabile in Italia, immagino. Ma nella Förderungsgruppe mi sa che i bambini siano ritenuti dalla docente incapaci di comprendere i rudimenti dell’organizzazione tedesca (tant’è che sono tutti di origine straniera, a parte i tre italiani, ci sono due turchi e un altro bambino che direi di area magrebina) e comunque non sanno leggere, quindi il problema si risolve da sé.

Già, a me ancora viene la pelle d’oca quando mi trovo a dover spiegare a qualcuno come si legge, a me che leggere sembra naturale come respirare. Ma ho accettato la bicicletta, anche se totalmente sbagliata per le mie dimensioni, e ora pedalo.

* letteralmente: Buona mattina l’uno con l’altro.