L’eterno ritorno scolastico

Il finesettimana è stato un bello schifo e i primi due giorni sono sempre pessimi. Qui, se mi facessi contagiare dall’umor facilmente tetro e dal linguaggio spiccio dei miei cari allievi, direi: Es war richtig scheiße. Ma io sono una posata insegnante di mezz’età e dunque imbriglierò il mio eloquio in una forma socialmente accettabile.

Una posata insegnante di mezz’età?! Ma siamo matti? Ma chi ci crede? Voi, se mi conosceste, sareste i primi ad alzare la mano, io, io ci credo! Ma io no, non riesco a dire di me che sono di mezz’età, ragazzi, scherziamo, ho appena cominciato a lavorare praticamente, sono nel mezzo del precariato più precario, ergo giovanissima. Ergo ancora piuttosto convinta che “il mezzo del cammin di nostra vita” sia più in là, mooolto più in là.

In effetti trovo penosissime le professoresse che civettano con la loro età, “Ah che bravo”, scriveva una di cui ho sbirciato il profilo oggi su Facebook, “ti ricordi di fare gli auguri a una vecchia prof”. Dalla foto direi che avrà un sei-sette anni più di me e statene certi che dentro di sé si sente lungi dall’essere una vecchia prof, ma appena passiamo una certa età ci viene questo vezzo con la gioventù incalzante. Mi sono scoperta – con orrore! – a farlo io stessa, a impartire consigli saggi o almeno saggiamente espressi, a dire mostruose banalità generazionali del tipo: “Credimi, sono vecchia per qualcosa”. Quest’uzzolo ci viene con tutta probabilità perché inconsciamente speriamo di intenerirli, di far vibrare qualche corda legata al materno…E quando vediamo un cuoricino comparire sotto un commento su Facebook, potremmo persino pensare che sia così, abbiamo fatto breccia nella fortezza dei dodici-tredici-quattordici-quindici anni.

Invece ci detestano tutti. Automaticamente. Siamo il potere che li vessa, la costrizione che li asfissia, la noia che li deprime. Siamo grandi, anzi, siamo vecchi, siamo passati, siamo stupidi, siamo ciechi. Non capiamo niente di quel che loro fanno, pensano e dicono, come un vecchio albero esaurito dalla ruggine non capisce niente dei mughetti che si stanno aprendo in questo accenno di primavera sui prati dell’Alter Friedhof di Ulma. Ci dedicano vignette irrispettose su Facebook che poi raccolgono una messe di “Mi piace” in un turbinio di felicità adolescenziale, ci insultano dietro i denti appena gli giriamo le spalle per scrivere alla lavagna, ci guardano con occhi pieni di manifesta derisione quando facciamo la ramanzina buona (“E’ per il tuo bene, devi adattarti all’ambiente che ti ha accolto, devi studiare il tedesco”), si divertono alle nostre spalle o anche davanti ai nostri occhi, se sbagliamo una parola, se aspiriamo male una acca, ci attaccano lancia in resta se affermiamo qualcosa che non rientra nei loro schemi, come il fatto che non esistano sinonimi perfetti e se cade il nome di Eco, così, perché un automatismo mentale ce l’ha suggerito, ci sarà il roscio che dirà: “E chi è questo Roberto Eco? Perché domani riceverà un infarto”. E se pensiamo di risolvere alzando la voce, ci puniscono con il “silent treatment” di cui scriveva Mc Court nel suo eccezionale “Teacher man“:

If you bark or snap, you lose them. That’s what they get from parents and the schools in general, the bark and the snap. If they strike back with the silent treatment, you’re finished in the classroom. Their faces change and they have a way of deadening their eyes. Tell them ope their notebooks. They stare. They take their time. (…) You didn’t have to talk to them like that. They don’t care about your mood, your headache, your troubles. They have their own problems, and you are one of them.

Watch your step, teacher. Don’t make yourself a problem. They’ll cut you down.

(p. 82-83)

È esattamente così. Se c’è un’unica cosa che può essere di sollievo è notare come il laudator temporsi acti è davvero una figura che dobbiamo reprimere in noi: McCourt parla di ragazzini dagli anni ’50 in poi, il mondo è sempre uguale. Il sollievo consiste nel fatto che gli studenti non sono oggi peggiori di quanto lo fossero i loro coetanei, forse nemmeno ai tempi dei peripatetici greci. Solo noi siamo davvero invecchiati, anche se stentiamo a crederci.

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Un anormale sabato di lavoro

Eh be’, uno dice: E’ sabato, ti riposerai.

Mi sembra di averla già detta, letta e pensata, questa. Ma nemmeno oggi è andata così.

Avevamo consiglio e corso di aggiornamento dalle nove alle quattro. Non mi lamento, per una volta è stata organizzato qualcosa di utile, in cui ho finalmente raccolto in modo organico dicerie, appunti sparsi, idee confuse. Era un corso sulle certificazioni che gli insegnanti di italiano del prestigioso ente offrono in collaborazione con le scuole del Baden-Württemberg, a livello A1 del Quadro di riferimento europeo per le lingue nella nona classe (che corrisponde alla nostra prima superiore) della Hauptschule (che non ha corrispettivi, è la scuola dove gli insegnanti tedeschi ammassano chi ritengono incapace) e a livello B1 per gli allievi della decima classe della Realschule (più o meno una scuola superiore di stampo tecnico, e dico molto “più o meno”; è la scuola dove vanno quelli che non sono bravi come i ginnasiasti ma non stupidi come quelli della Hauptschule), del Gymnasium (più o meno il liceo, al liceo ci va chi è reputato valido) e delle Berufsschulen (scuole professionali, di queste mi manca ancora un inquadramento concettuale).

La parte di workshop è stata la migliore, quella di riepilogo e riassunto in plenaria, con una sessantina di insegnanti assiepati, è ovviamente svaccata da un brusio ancora tollerabile a un baccano mostruoso. E soprattutto, come è tradizione italiana, si è discusso e dibattuto su elementi del tipo “i ragazzi che portano i cartellini promemoria alla presentazione orale quanti cartellini al massimo possono portare? quante parole posso esservi scritte?” senza chiaramente raggiungere una norma condivisa. Questo significa che agli esami ogni esaminatore farà come gli pare e che buona parte degli intenti di questa giornata sono naugragati. Amen.

Finito il lavoro, erano ormai quasi le cinque, ho acchiappato una collega di Stoccarda e siamo andate un po’ in giro. Io a dire il vero avevo una voglia insana di pizza fatta a regola d’arte, ci siamo infilate in una “Trattoria al corso” nella Calwer Strasse e ovviamente, paragonata al trancio di pizza del pizzarolo della stazione, mi è parso il paradiso.

A Stoccarda non fa nemmeno ancora così tanto freddo, stanno montando il Weihnachtsmarkt nella corte dell’Altes Schloss e i chioschetti di vin brulè, caffè e dolcetti vicini al Neues Schloss che fan da contorno alla pistina da pattinaggio erano pieni zeppi di stoccardesi furiosamente chiacchieranti.

Non vedo l’ora che sia il 24 dicembre.

Parole che iniziano con…

Stamane il dio delle coincidenze era benevolo e mi ha permesso di prendere al volo il bus 4, riuscendo io così ad arrivare persino cinque minuti prima della campanella delle otto. Il che, partendo da Stoccarda (60 chilometri di strade ferrate) con il treno delle 6.52, non è male.

Così mi è toccato cuccarmi il Guten Morgen miteinander che tanto mi deprime e per di più c’era anche l’insegnante di sostegno, così in classe c’erano quasi più insegnanti che allievi. (Elemento ben fastidioso, visto che mi è stato detto che dovevo venire per forza la mattina perché la tizia veniva il pomeriggio, per evitare sovraffollamenti. Ovviamente non si sono presi la briga di avvertirmi di eventuali cambiamenti. Ma si sa, Lehrkraft, “forza insegnante”, gratis e spostabile come si vuole, sono).

L’insegnante pensa di risolvere il problema che hanno alcuni allievi nel riconoscere le lettere dell’alfabeto facendo giochini come: Trova una parola che inizia per… e fin qui…Poi però ci aggiunge l’effetto serpentone: Trova una parola che inizia per l’ultima lettera della parola detta da chi ti precede. E qui iniziano i cavoli amari, perché ad un tratto ci si rende tutti conti che la maggior parte delle parole tedesche finiscono con la “e”, ma non è che la maggior parte delle parole tedesche inizia con la “e”.

Purtroppo mi hanno coinvolta in questo gioco demente e mi sono trovata a dire Emotion (che nessun bambino ha capito) e mi sono trattenuta dal dire Elfenbein, avorio, che avrebbe sicuramente gettato scompiglio nel cervellino dei ragazzetti. Però mi è pure scappato un Roman, romanzo, che l’insegnante di sostegno si è premurata di spiegare.

Ovviamente avevo la testa piena di termini tecnici di critica letteraria o termini desueti e tutt’altro che quotidiani, a rivelare che io il tedesco l’ho imparato prima di tutto sui libri e poi nel quotidiano. So ist es halt.

Ma il pomeriggio ero libera, liberaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Guten Morgen miteeeeeinaaaaaander

Oggi è stata una giornata pesantissima che mi vede partire da Stoccarda, dalla porta dell’ostellaccio, prima delle otto del mattino e tornare dopo le otto di sera. Da lunedì prossimo, poi, mi sono messa una seconda ora e dunque dovrò partire ancora prima, ma era l’unico modo per avere almeno un pomeriggio libero a settimana, il che mi pare ormai una conquista degna dello sbarco sulla Luna.

Alla scuola a Reutlingen ho così fissato due sole classi per tutte le otto “ore”, e scrivo ore tra virgolette perché sul mio contratto c’è scritto che sono sei ore (di 60 minuti), ma i tedeschi hanno ore di 45 minuti e dunque ne devo fare otto, otto Unterrichtseinheiten, potremmo dire, unità di lezione. Lavoro in una Förderungsgruppe, un gruppetto di bambini di prima e di seconda che vengono tolti alle loro classi due ore al giorni e messi in un’auletta a … recuperare quel che non sanno, almeno formalmente, a lasciare in pace quelli normodotati, potrebbe essere insinuato.

Per me la cosa più penosa in assoluto è il modo in cui le classi si salutano. Nella Förderungsgruppe si inizia mettendo le seggioline in cerchio e così è difficile sottrarsi, allora faccio un po’ come i calciatori prima di una partita: muovo le labbra senza alcuna convinzione. Perché gli scolari teutonici si salutano, costretti dalla maestra, con un tristissimo cantilenante Guten Morgen miteeeeeinaaaaaander* che mi rende felice di non essere mai nata sotto un regime fascista o, anche oggi, in qualche paese fondamentalista.

“Rallegrati” da questo spontaneo saluto, si può iniziare. Ho colto da indizi vari – non ho avuto modo di godere di tanta organizzazione – che gli insegnanti di classe consegnano agli allievi di lunedì una fotocopia con il Wochenplan, il piano della settimana, dove c’è scritto punto per punto cosa devono fare. Mirabile. E impensabile in Italia, immagino. Ma nella Förderungsgruppe mi sa che i bambini siano ritenuti dalla docente incapaci di comprendere i rudimenti dell’organizzazione tedesca (tant’è che sono tutti di origine straniera, a parte i tre italiani, ci sono due turchi e un altro bambino che direi di area magrebina) e comunque non sanno leggere, quindi il problema si risolve da sé.

Già, a me ancora viene la pelle d’oca quando mi trovo a dover spiegare a qualcuno come si legge, a me che leggere sembra naturale come respirare. Ma ho accettato la bicicletta, anche se totalmente sbagliata per le mie dimensioni, e ora pedalo.

* letteralmente: Buona mattina l’uno con l’altro.

Venerdì

Venerdì le forze sono già ridotte al lumicino. E oggi, per tornare agli insani ritmi pre-vacanze, quando infilavo ogni giorno almeno una o due camere da visitare (perché io cerco sempre e ancora casa, e a Ulm), ho appuntamento alle undici con una coppia di anziani signori, conosciuti per tramite di un’altra dama che avevo incontrato per vedere il suo appartamento da affittare (ha tutta una palazzina in centro a Ulm, la dama, palazzina comprata dal nonno o bisnonno. La cosa non è andata a buon fine, come al solito perché non ho saputo mentire bene sulla durata del mio soggiorno. D’altronde, l’appartamento veniva affittato completamente vuoto, persino le lampade avrei dovuto comprarmi, e questo è francamente un po’ troppo sia a livello di spesa che di tempo). La sorella della moglie è passata a miglior alloggio, leggi: ospizio, e loro cercano di affittare l’appartamento. Lo fanno da veri signori, i primi veri signori che io abbia conosciuto qui in Germania: senza fretta, senza brame venali, con una cortesia di altri tempi. Mi vengono a prendere in auto alla stazione e mi portano poi a Söflingen, il quartiere di Ulm dove si trova la scuola in cui lavoro nel pomeriggio. Chiacchieriamo pacificamente del più e del meno. Di affitto mi chiedono per un appartamento di 74 mq quanto altri sono capaci di chiedere per una cameretta di 10 o quanto una infida collega è capace di chiedere per un loculo asfittico e umido. Ovviamente l’inghippo c’è: è sull’Eselsberg, un po’ fuori rispetto al centro, bel collegato ma ormai speravo nella camera centrale, speravo di ridurre drasticamente il tempo passato sui mezzi pubblici…

I corsi del venerdì vanno bene. Tenendo conto delle premesse, dell’utenza e di tutti gli annessi e connessi (età della stupidera, voglia scarsa da parte dei ragazzetti, una certa inesperienza dell’insegnante) vanno bene. Posso conchiudere felicemente la settimana. Senonché nel mio retrocervello sempre ingombro so che ho quella gatta da pelare del giovedì…Ma cerco di non pensarci. Lo farò domani. Domani è un altro giorno, penso mentre entro nella brutta stazione di Ulm con il suo corredo di beoni, barboni e punkoni, gli sputi per terra, la scomposta folla del venerdì sera di persone che – beate loro – vanno a casa con il loro valigino.

Io arrivo all’ostello verso le otto e mezza, dopo essere passata al volo al Rewe di Marienplatz, perché non ho più olio. E senza olio un’italiana che fa?!

Bilancio della settimana tipo in questo periodo.

Vivo a Stoccarda e lavoro due giorni a Reutlingen e tre a Ulm, dunque in una settimana mi faccio circa 720 chilometri di treni, ne prendo ben due al giorno. Poi prendo dieci volte la metropolitana, quattro volte il bus, sei volte il tram. Mi trascino dietro palate di libri, fotocopie, immagini, giochini, registri e scartoffie, dato che non ho una sede fissa ma lavoro in quattro scuole diverse, facendo almeno tre tipi di lezioni. 1. Tandemunterricht: una bella formuletta per dire “sostegno”, e per sovammercato, sostegno a livello di scuola primaria (quando chiedevo di insegnare inglese alle elementari, nisba, per questi inciuci invece lo spazio c’è). 2. Arbeitsgemeinschaften: corsi scelti liberamente in orario post-meridiano, in cui ho sia “italiani” che tedescofoni. Data la mancanza di obbligo, sono i cosi più rognosi (ma l’ho capito troppo tardi), perché i ragazzetti vengono e non vengono e quindi ogni volta o quasi si ricomincia daccapo, non annullano l’iscrizione, quindi è impossibile capire con quante persone effettivamente si sta lavorando, il clima è spesso quello dello sfrenato nullafacentismo e a volte i livelli sono così crassamente disomogenei che anche lavorare per gruppi è un incubo. 3. Corsi di lingua e cultura italiana, riservati ad alunni di origine italiana. E questi meritano tutto un discorso a parte che farò.
Senza contare che mi sono inventata preparatrice ai corsi CILS dell’Università per Stranieri di Siena – acquistando libri a miei costi, ovviamente – per coloro che desiderano le certificazioni ulteriori rispetto a quelle previste da accordi tra l’ente prestigioso per cui lavoro e il Baden-Württemberg, il prestigioso Land in cui opero.

Se non esco pazza prima di Natale, sono brava.

Mercoledì

Almeno si dorme di più. E la mattina sono pure ripartiti i termosifoni (ho scritto una mail nella notte…non ci sono persone contattabili!). Da mercoledì i turni si spostano al pomeriggio e la location della mia personal fiction è Ulm, a 80 chilometri da dove abito (Reutlingen sono circa 60 chilometri di strade ferrate).

Ma anche così tutta la giornata se ne va. Faccio appena in tempo a ragionare su cosa togliere dalla borsa – ormai allo stremo! – e cosa mettere, e di solito il tempo è appunto così scarso che infilo molto più materiale di quanto poi me ne serva, ma vivo nell’incertezza di non sapere esattamente cosa farò, perché le reazioni degli “utenti” sono ancora difficilmente comprensibili e prevedibili, perché un qualche supporto tecnico può sempre venirmi a mancare, perché non è detto che la fotocopiatrice funzioni ecc ecc.

Il primo corso è una deliziosa Arbeitsgemeinschaft di cinque turchi (di cui tre gallinelle in fregola e un mezzo avanzo di galera fondamentalista), un portoghese e un bolso italo-greco che ha perso per strada la cultura greca e lo spirito italiano ed è rimasta solo la bolsaggine. Per lo più si lanciano palline di carta, parlano in turco, ridono e flirtano. Io aspetto, opero il “silenzio attivo”. Non ho altri mezzi. In un mese non sono riuscita a insegnare loro nemmeno i numeri fino a 20 e a malapena riescono a spicciare un “mi chiamo…”.

Il secondo corso è solo per italiani ed è il migliore che ho, vorrei tanto replicarlo in ogni singolo pomeriggio. Gli iscritti sono otto spaccati (numero minimo!), bravi, carini, lavativi come tutti ma angeli, soprattutto dopo l’ora e mezzo demoniaca che li precede. Abbiamo parlato di esami perché in men che non si dica si avvicina la data dell’Eurocom, una prova su cui devo spacciare conoscenze che invece non ho. Insomma, la solita cialtronaggine italiana. L’ente da cui dipendo qui si è dimenticato che esiste la possibilità di trasmettere conoscenza non solo per chiacchiere e quattro informazioni scarse estorte da colleghe che – è chiara la percezione – avrebbero di meglio da fare che illuminare l’ultima arrivata.

Appena esco dal corso, ho una commissione: recuperare la chiavetta USB che ho dimenticato in un negozio di fotocopie prima delle vacanze. Ci sarà? C’è. Tonnellate di pesi al cuore mi cadono di dosso. I teutonici son teutonici (e ogni tanto la frase ha valenza positiva).

Arrivo a casa verso le venti. Rotta.

Martedì

E’ la giornata nera per me che ho il fuso orario dei nati stanchi. Devo essere a Reutlingen per le otto del mattino, anzi, dovrei arrivare alle sette e mezza per riuscire ad arrivare a scuola in tempo, e dunque dovrei prendere il treno da Stoccarda delle 6.16, ma ho pensato di tirare un po’ la corda e arrivare un pelino dopo, prendendo il treno delle 6.52 che mi smolla a Reutlingen alle 7.43. Con un po’ di fortuna potrei arrivare in tempo, invece il 4 mi scappa sempre mentre arrivo, persino oggi che praticamente ero davanti alla porta. Ma i teutonici, si sa, son teutonici.

Arrivo alle 8.15 in classe. Fingo sovrana indifferenza. E se un giorno la collega del Tandemunterricht si stufa e mi mette nei guai? Per ora non ci penso, ho in animo una soluzione per il futuro (una Pension dove dormire la notte del lunedì. Altre spese. Ma per una nata stanca evitare di svegliarsi alle 4 del mattino forse vale la somma. Dipende ovviamente dalla somma. Nata stanca sì ma con un po’ di ritegno).

Per quattro ore faccio il mio servigio di aiuto. Poi parlo con il preside che è sempre gentile ma quando poi esco dal suo ufficio sono sempre profondamente insoddisfatta. E’ un preside, mica Mago Merlino, ok. Devo scrivere un Elternbrief. Devo. Devo. Intanto sbircio i documenti che la mia predecessora ha incautamente lasciato nella cartella Download del pc e vedo anche quanto guadagnava. Anzi, telefono al prestigioso ente da cui dipendo per sapere se pensano di pagarmi, prima o poi. Il capo dell’amministrazione è malato. Tiè.

Attendo le 16 per fare una Arbeitsgemeinschaft che non si tiene in piedi e infatti compaiono 4-5 persone e facciamo lezione in androne, come viene viene. Come tutto ormai. Quando ho finito sono le 17, raccolgo i frantumi di me e me ne torno a Stoccarda, anche oggi dormendo della grossa in treno.

Arrivo poco prima le 20 e ho la sorpresa dei termosifoni spenti. Qualcuno mi ha detto che è stata la vendetta dell’ostello per i miei reclami circa le pulizie limitate in Apartment. Fan questo anche i crucchi? Non c’è più pregiudizio che tenga.